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Una o due lingue per una società?
Due modelli a confronto

Di Paolo E. Balboni, Università di Ca' Foscari, Venezia,
in Scuola e
lingue moderne
, 5/6, 1997, pp. 5-8.

La percezione del problema presentato dal titolo differisce profondamente tra specialisti e profani.
Da questi ultimi il problema del plurilinguismo è sentito come una complicazione: per tutti la pluralità di culture è un valore, ma la pluralità di lingue una fatica di cui si potrebbe fare a meno.
Per i professionisti di scienze come la sociolinguistica e la glottodidattica, invece, la pluralità linguistica è il cardine della conservazione della pluralità culturale, che proprio nella differenza tra lingua trova un segno: è quindi una ricchezza e costituisce un problema facilmente sormontabile, dati adeguati strumenti formativi.
Per questa ragione vorrei iniziare i prossimi due paragrafi con due citazioni tratte da due professionisti.

1. Anthony Mollica: "Monolingualism Can Be Cured"

La frase di Mollica, usata come slogan in molte scuole del Nord America, è sintomatica: per un esperto è il monolinguismo, non il plurilinguismo, che rappresenta una patologia, una menomazione.
Marcel Danesi (1992) individua la matrice della concezione "patologica" del plurilinguismo in una serie di miti che i profani (spesso dotati di potere decisionale: genitori, docenti, amministratori scolastici, politici, giornalisti, ecc.) ritengono verità accertate.

Il primo di questi miti è quello dello "spazio cerebrale": in questa prospettiva, la mente viene vista come la RAM di un elaboratore e la lingua è un software che occupa un'enorme quantità di memoria. Quindi, inserire una seconda lingua, o addirittura più di una, significa intasare la memoria a detrimento del resto. Si tratta di un problema privo di qualunque riscontro neurologico e neurolinguistico in particolare.

C’è poi il mito evidenziato per cui i profani, divenuti improvvisamente 'ecologi' della mente, presumono che l'aggiunta di una o più lingue alla lingua materna presenti il rischio di "inquinare" quest'ultima: ma i tecnici sanno bene che l’interferenza si attua in senso apposto: dalla lingua materna a quelle acquisite in una fase successiva della maturazione.C’è poi il mito più duro a sradicare, specie tra parlanti di una lingua dominante (inglese, ad esempio): secondo i profani, che applicano alla mente una logica puramente economico-utilitaristica, lo sforzo applicato ad acquisire nuove lingue va a detrimento della possibilità di arricchimento della lingua materna. Jim Cummins, che con Marcel Danesi rappresenta forse la coppia più prestigiosa tra gli studiosi nordamericani di tematiche legate al bilinguismo, ricorre (1992) ad una metafora per spiegare come ciò non sia vero.La metafora è quella dell'iceberg, composto da un’enorme massa invisibile collocata sott’acqua, mentre solo una parte emerge sul pelo dell’acqua. L’iceberg è la facoltà di linguaggio, la padronanza dei processi che governano la comprensione e la produzione linguistica, ciò che emerge è la conoscenza di una data lingua. In un bilingue l’iceberg emerge dalla superficie del mare con due spuntoni, uno grande (la lingua materna) ed uno più piccolo (la lingua 2; si hanno altri blocchi emergenti se si acquisiscono più lingue: L3, L4, lingue classiche, ecc.). L'osservatore superficiale vede tante isole di ghiaccio separate e poiché una, la lingua materna, domina tutte le altre, è inutile sprecare attenzione per quelle minori.In realtà, l'osservatore più profondo (che, nella metafora, scende in profondità, sotto la superficie dell'acqua) nota che quando si vuole aggiungere ghiaccio ad una qualunque delle lingue, ad un pinnacolo qualunque, si lavora in realtà molto di più a livello di processi di fondo, cioè del blocco comune dell’iceberg, la parte che sottostà ai vari pinnacoli che emergono. Lavorando alla L2 migliora anche la L1.Fuor di metafora, questi dati sono confermati da una vastissima letteratura — che va scemando in questi ultimi anni perché ormai non mette più conto far ricerca per validare un’ipotesi che in ogni situazione di ricerca ha ricevuto conferma: lo studio di più lingue aiuta gli studenti a migliorare la loro lingua materna e, tra l'altro, produce significativi miglioramenti in altri ambiti disciplinari legati alla semiosi, dall'espressione grafica o musicale ai linguaggi artificiali matematici e informatici (Danesi 1986).Il monolinguismo dunque è la situazione deprivata — e per fortuna è curabile (come hanno dimostrato anche Lambert-Tucker 1972, Fishman 1976, Spolsky-Cooper 1977, Bratt Paulston 1980, Titone 1989 e, quindici anni dopo Balboni 1993 e 1996: quest'ultimo raccoglie un decennio di riflessione in più situazioni di bilinguismo).

 

2. Andrée Tabouret-Keller: la normalità in questo pianeta è il plurilinguismo

La percezione dell’europeo è che uno stato rilevante nel panorama continentale debba avere una lingua unica; addirittura, si presume che tale lingua dovrebbe essere riferita ad un modello unitario, per cui tutto ciò che non rientra nello standard è genericamente connotato negativamente come ‘dialetto’ (nell’accezione inglese), come ‘accento’ (nell’accezione francese), come ‘regionalismo' secondo gli italiani. Il francese di Parigi è il francese, e il francese è la sola bella lingua della Francia, con buona pace di residuati del passato come gli occitani, i franco-provenzali, gli alsaziani, i baschi e i bretoni.Esistono, è vero, degli stati plurilingui, come il Belgio e la Svizzera, ma sono minutaglie della storia, sono irrilevanti. Anche il fatto che in alcune aree grandi stati come l'Italia abbiano aree ufficialmente plurilingui è irrilevanti per la percezione diffusa.

Questa concezione che pone in equazione stato e lingua è passata di peso alle ex-colonie di potenze europee. Il Centro e Sud America è compattamente iberico: una federazione, quella Brasiliana, è identificata dal suo essere di lingua portoghese, e il Generale San Martin, nel suo tentativo (sostenuto dagli americani da poco assurti all’indipendenza) di unificare il Sud America, si pone come obiettivo una seconda federazione, quella degli stati di lingua spagnola, dall’Argentina al Cile e su verso Nord fino a Colombia e Venezuela. Gli Stati Uniti nascono anglofoni: la Costituzione non prevede una lingua ufficiale perché a fine Settecento risulta “ovvio” che l’inglese rappresenti la condizione necessaria per entrare nella federazione. D’altra parte, era “ovvio” per tutti gli intellettuali europei e americani all’inizio dell’Ottocento che l’Italia dovesse diventare uno stato unitario, perché aveva una lingua comune (anche se in realtà a momento dell’unità solo il 2,5% della popolazione fuori dalla Toscana parlava l’italiano: la lingua comune era solo a livello di classe colta e dirigente; cfr. De Mauro 1962).Le cose stanno cambiando in questi anni: ma stanno andando in due sensi diversi, opposti, per cui è difficile individuare la tendenza che avremo in atto tra dieci anni.

a. La tendenza al monolinguismo

Gli Stati Uniti discuteranno tra pochi mesi un’emendamento alla Costituzione che definisce l’inglese come lingua ufficiale: il che significa smantellare il sistema di scuole bilingui, voluto strenuamente soprattutto dalla comunità ispanica, cioè quella comunità che davvero preoccupa l’americano medio perché, a differenza degli eredi degli schiavi e di quelli delle immigrazioni succedutesi fino agli anni Sessanta, gli ispanici non vogliono diventare monolingui in una generazione (il figlio dell’immigrato di norma veniva invece integrato facendone un madrelingua anglofono).Il Canada vive una situazione che ufficialmente viene definita di bilinguismo, ma in realtà è di schizofrenia tra due monolinguismi (un po’ come il Belgio in Europa): al di là delle dichiarazioni ufficiali, il francese non è parlato (e viene visceralmente disprezzato) da Toronto a Vancouver, mentre in Québec la lingua francese è stata la bandiera di quel 50% della popolazione che voleva l’indipendenza prendendo come principale giustificazione per un referendum lacerante proprio la specificità linguistica. Pur essendo la maggioranza i québéquois che usano strumentalmente anche l’inglese quando sono fuori dal Canada, all’interno della loro Provincia attuano delle forme esasperate di difesa del monolinguismo — che risultano talvolta grottesche: ad esempio, la politica delle insegne dei negozi ha portato a mostri come i chiens chauds, cioè gli... hot dogs!

b. La tendenza al plurilinguismo

Il segno massimo in questa direzione l’ha fornita la storia del Regno di Spagna dopo il 1974: la politica linguistica orientata verso il monolinguismo è stata vista come segno caratterizzante del fascismo e quindi combattuta; alle Olimpiadi di Barcellona del 1992 il re Juan Carlos ha stupito tutti iniziando il discorso inaugurale in catalano: questa scelta voleva avere un significato preciso: la Spagna è uno stato moderno e ciò è dimostrato dalla sua politica linguistica, oltre che dalla ricchezza dalla Catalogna, dal coraggio urbanistico nella ristrutturazione di Barcellona, e così via.La difesa del plurilinguismo è oggi una posizione politica chiara ed esplicita di una realtà geopolitica in fermento, l’Unione Europea. Il MEC era stata pensato come un realtà bilingue franco-inglese: l’inglese poteva essere usato diffusamente perché la Gran Bretagna era fuori dal mercato comune e quindi il francese, la “maggiore” delle lingue dei sei membri nonché la lingua di Bruxelles, non sentiva minacciato il suo ruolo. Questa forma di bilinguismo sacrificava almeno tre lingue: italiano, tedesco e neerlandese.La Gran Bretagna stava nel frattempo attuando una politica di penetrazione molto attiva: l’altro organismo comunitario europeo, il Consiglio d’Europa (che comprendeva 21 stati contro i 6 del MEC), era in mani franco-inglesi ma il suo più ambizioso progetto, il Modern Language Project degli anni Sessanta, sosteneva di fatto l’inglese, pur pagando il tributo al francese.Quando il MEC si trasformò in CEE e giunse a 12 membri iniziò una politica linguistica diversa: il francese era utilizzato come lingua comune dagli eurocrati e l’inglese si era ormai imposto (per effetto della pervasione della cultura e dell’economia americana, non certo per effetto di quella britannica) come lingua franca internazionale. Nel 1984 la CEE adotta una direttiva (disattesa oggi, a dieci anni di distanza, solo da Italia e Grecia) che prevede l’offerta di due lingue comunitarie nella scuola dell’obbligo (tranne in Inghilterra e Irlanda, dove si inserisce almeno una lingua straniera: fatto già rivoluzionario in paesi la cui lingua è di fatto nota ovunque). La convinzione (non espressa) di tutti era che una delle due lingue insegnate dovesse essere l’inglese; i francesi erano soddisfatti perché erano certi che la seconda lingua sarebbe stata la loro; i tedeschi tuttavia hanno posto in atto da allora un’eccellente politica di formazione di docenti stranieri, curata dal Goethe Institut, per cui il tedesco sta fortemente erodendo la posizione del francese, che perde terreno anche a favore dello spagnolo e dell’italiano.Alla fine degli anni Ottanta la CEE lancia una serie di programmi inclusi sotto la sigla “Lingua”: i paesi di lingue “minori” inseriscono una clausola che inglesi e francesi non possono contestare senza smascherare il loro desiderio di diarchia linguistica sulla CEE: secondo tale clausola hanno la precedenza nell’accesso ai fondi “Lingua” i progetti che riguardano le lingue meno insegnate (il che significa essenzialmente spagnolo, tedesco e italiano).Non solo: la seconda azione di ‘Lingua’, nota come ‘Progetto Erasmus’, inizia un imponente progetto di mobilità intraeuropea della futura classe dirigente, che quindi, semestre dopo semestre, diviene via via più plurilingue. Si tratta probabilmente della più massiccia azione di politica linguistica in atto nel mondo odierno. Nascono come conseguenza di questa mobilità e di altri progetti di scambio scolastico i progetti di insegnamento linguistico limitato alla comprensione (ciascuno parli la sua lingua e capisca gli altri), e nascono anche progetti specifici per le lingue romanze, tra cui uno che inserisce come lingua ufficiale anche il catalano (attualmente escluso dal novero delle lingue ufficiali dell’UE) (sulla situazione europea si vedano Bureau Lingua 1994 e AA.VV. 1991).Il modello europeo dunque si caratterizza per due fatti: la tendenza alla pluralità linguistica, con l’inglese come lingua franca, e l’esclusione delle lingue ‘extra-comunitarie’: arabo, turco, lingue slave sono parlate da milioni di immigrati ma non sono insegnate nelle scuole (tranne in presenza di colonie di immigrati e solo come mezzo per l’assimilazione; per un approfondimento delle politiche di integrazione, cfr. passim  Bedeschi-Landucci 1995).

 

3. Imperi monolingui, imperi plurilingui

Abbiamo citato alcuni ‘imperi’: gli Stati Uniti, forse l’unico impero oggi attivo, l’America spagnola e portoghese, il nascente ‘impero’ europeo, individuando due tendenze contrastanti. Come si sono regolati gli imperi del passato — almeno quelli di matrice europea — in ordine alla politica linguistica? Erano presenti anche in passato queste due tendenze? Che esito hanno avuto?Alessandro Magno, il primo grande imperatore europeo, attua una politica di netto plurilinguismo: di lui si diceva che era macedone con i macedoni, greco con i greci, parto con i parti. Non impone una lingua ma una cultura, tant’è vero che alla sua morte tutti e tre i regni risultanti sono accomunati dall’ellenismo in campo artistico, sportivo, filosofico ma non linguistico. D’altro canto, la stessa Grecia elabora in quei tempi una cultura unitaria pur mantenendo più lingue.L’impero romano, come al sua stessa capitale, è una realtà plurilingue, unita dal latino lingua franca (e quanto questa fosse una forma di “pidgin Latin” è dimostrato dalla pluralità dei dialetti italiani e dalla nascita dei volgari). Per i commerci e la carriera politica, amministrativa e militare è necessario sapere il latino, almeno a livello comunicativo, mentre per la carriera culturale è previsto un chiaro bilinguismo latino-greco, essendo quest’ultima la lingua internazionale della cultura. Nella sua biografia immaginaria di Adriano (l’imperatore spagnolo che costruisce il Pantheon, il tempio di tutti gli dei dell’impero), Marguerite Yourcenar mette in bocca all’imperatore della pace una frase sintomatica di questa dicotomia: “Ho governato in latino, ma ho pensato in greco”.Si assiste nel IV secolo all’avvento del secondo impero ‘romano’, quello della Chiesa, che immediatamente riconosce nella pluralità linguistica la maledizione di Babele. Chissà quali preghiere, e a quali dei, si possono innalzare in lingue sconosciute... E i grandi imperi cattolici, quello spagnolo, quello portoghese e quello francese, si caratterizzano per l’imposizione (che alla Francia è riuscita bene solo in Québec e in qualche isola) della propria lingua come unica lingua, sia della classe dirigente in ambito politico, amministrativo e culturale, sia di quelle sottomesse.L’impero britannico, dopo un inizio monolingue nel Settecento (di cui sono eredi gli Stati Uniti), si sposta invece verso il modello dell’impero romano: pidgin English nei mari, inglese lingua franca nelle colonie. Anche la Francia adotterà questo modello nel Maghreb, dove l’arabo e il berbero verranno accettati come lingue dei ‘sudditi’. Si tratta comunque sempre di un bilinguismo zoppo (come quello attuato oggi nelle aree slovene del Friuli e della Venezia Giulia): i colonizzatori parlano la loro lingua, e sono i colonizzati a dover diventare bilingui.L’impero sovietico presenta una interessante variante dei due modelli suddetti: nel nome della protezione delle classi povere vengono rispettate, conferendo loro lo status di lingua ufficiale, decine e decine di lingue locali; ma proprio attraverso tale pluralità di fatto si impone il russo, l’unica lingua che consente la mobilità e che, come il latino a Roma, l’inglese della Regina Vittoria e il francese di Luigi XIV, permettono di accedere alla fascia dominante in campo politico, amministrativo, sportivo, culturale, ecc.Gli Stati Uniti, nati da una cultura puritana che ritiene inferiori quelli che puritani non sono, hanno una politica diversa: strenuamente monolingui, anglicizzano la valle del Mississippi acquistata dai francesi, anglicizzano il sud e l’ovest conquistati a spagnoli e messicani, anglicizzano le decine di milioni di immigrati: realizzano un modello detto melting pot, cioè un crogiolo al cui interno di fondono tutte le componenti, come vedremo meglio nell’ultimo paragrafo.


4. Due modelli: il crogiolo e l’insalata di riso

Il crogiolo americano fonde lingue e culture. Proseguendo nella metafora, notiamo che per attuare la fusione occorre molto combustibile. Da che cosa è fornito il calor bianco del crogiolo statunitense nell’Ottocento e nella prima metà del nostro secolo?Essenzialmente da tre elementi:

- la piena convinzione di essere nel giusto: gli Stati Uniti hanno regalato al mondo la prima costituzione democratica della modernità, hanno iniziato la rivoluzione anti-coloniale, praticano la religione ‘vera’. Una delle conseguenze più rilevanti della guerra del Vietnam è la perdita di tale convinzioni;- una grande forza economica e militare, che da un lato attrae persone da tutto il mondo ‘pagandone’ economicamente la conversione all’America, dall’altra impone la pax americana dove i valori (e gli interessi) americani sono in pericolo. Ciò è stato vero per quasi due secoli, ma la lotta economia con Giappone ed Europa, la sconfitta in Vietnam, la vittoria solo apparente nella guerra del Golfo, conclusasi senza l’uccisione del ‘cattivo’ e con i propri marines condannati a generare figli deformi, hanno minato alla base la percezione della forza USA: il dibattito di questi giorni sull’invio delle truppe in Bosnia è stato segnato da una reale, autentica paura e dalla mancanza di senso di forza;

- netta conseguenza della forza morale ed economica è il coraggio sfrontato di essere politically incorrect: non si possono fondere milioni di persone di varie razze provenienti da lingue e culture diversissime, non si fondono anime e braccia in un complesso unitario se non con la mancanza di rispetto eletta a sistema; la fusione richiede l’enorme calore del ricatto iniziale: “o ti adegui, o torni a casa tua a morire di fame”. L’America di oggi è la terra del politically correct, quindi anche questa condizione è venuta meno.L’America dunque pare non poter più reggere lo sforzo di tenere attivo il melting pot (per un approfondimento cfr. Tommasi 1995). Il genocidio (o l’eutanasia, a seconda del punto di vista) linguistico compiuto per quasi due secoli in America non può più prodursi, alle condizioni attuali, essendo venute meno le condizioni. L’unico impero che possiede le condizioni, l’energia, la forza di cui parlavamo sopra, e che quindi potrebbe attuare il modello del melting pot, è l’impero virtuale dei mass media e delle grandi reti di comunicazione quali Internet: la provincia dei mass media pare aver in parte rinunciato al melting pot, cedendo alla tecnica del doppiaggio nel cinema, e della traduzione in letteratura e nella pubblicità, mentre la provincia delle autostrade informatiche, pur vivendo nel più totale caos linguistico, sta assumendo l’inglese (nelle sue forme essenziali, semplici, spesso errate) come lingua franca.Esiste un secondo modello, quello dell’insalata di riso. La metafora è stata usata dall’arcivescovo cattolico-filippino di Los Angeles durante gli scontri tra negri e asiatici a seguito dell’assoluzione dei poliziotti che avevano ingiustamente picchiato Rodney King.Secondo questo modello, esiste uno strumento connettivo comune, che nella metafora è data dal riso bollito e nella realtà linguistica dall’inglese: ma il sapore dell’insalata è garantito dalla presenza di capperi, olive, tonno, cipolline, cioè di altre lingue-culture. Il riso da solo è insipido, ma i sapori aggiuntivi devono essere mantenuti nell’ambito di una armonica diversità: un eccesso di peperoncino messicano rovina l’insalata di riso.L’insalata di riso pare essere il modello perseguito dall’Unione Europea, come abbiamo visto sopra.E l’ONU? La battuta circolante tra gli studiosi di politica linguistica è: l’ONU istituisce commissioni per il plurilinguismo e si batte ufficialmente per il plurilinguismo, l’UNESCO fa proclami e commissioni per il pluriculturalismo, ma in realtà l’ONU usa l’inglese, l’UNESCO difende il francese, e prima che se ne accorgano dovranno imparare entrambi in tedesco.La realtà è perfino più amara: per mantenere in vita il modello dell’insalata di riso occorrono persone bilingui, che si creano con scuole bilingui; mantenere una scuola bilingue richiede fondi e sforzo nel lungo periodo. L’ONU non ha fondi (l’UNESCO addirittura non ha più il contributo americano) e non ragiona in termini di lungo periodo, per cui al di là dei proclami e delle raccomandazioni la politica linguistica dell’ONU è inesistente. E poiché solo l’ONU avrebbe lo status per imporre la conservazione di quella naturale condizione di plurilinguismo del pianeta di cui parlava in apertura Andrée Tabouret-Keller, poiché solo l’ONU avrebbe la possibilità, per dirla con Mollica, di curare il monolinguismo, la conseguenza è che la situazione è fuori controllo. Oggi ciascuna lingua è in balia al più bieco laissez faire, laissez passer: negli Stati Uniti un emendamento costituzionale dovrebbe tra poco sanzionare la vittoria darwiniana del più forte, cioè l’inglese; in Europa si sta cucinando un’insalata di riso che darwinianamente esclude i più deboli: ufficialmente, gli extra-comunitari, ufficiosamente anche neogreco, danese, neerlandese, svedese, finnico, gaelico; in Russia il liberalismo totale ha un solo vincitore possibile, la lingua russa; in Cina i mass media imporranno una o due varietà a scapito delle 400 lingue attuali; nel resto dell’Asia e dell’Africa le lingue scompariranno a migliaia, tra stragi tribali e colonialismo di fatto dei paesi ricchi; in America Latina si andrà a un bilinguismo tra spagnolo o portoghese e l’inglese lingua franca.In tutte queste realtà l’ONU non pare aver alcuna possibilità di intervento reale. Solo l’impegno culturale di molti studiosi, come le persone riunite in questo convegno, può far sì che se la selezione naturale più spietata deve comunque avvenire, avvenga per morte naturale o, nel peggiore dei casi, per eutanasia, attraverso una lunga e guidata fase di plurilinguismo, ma non con la delegittimazione linguistica delle lingue ‘minori’, e quindi dell’identità profonda di miliardi di persone.


Riferimenti bibliografici

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