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Apocrifi nel caso Gramsci? L’ultima polemica di Leonardo Sciascia

 

di Stefano Rapisarda, Università di Catania, © Segno XXV (1999)

I. Quel che nel titolo si manipola è altro titolo: quello degli Apocrifi sul caso Crowley, che Leonardo Sciascia pubblicò tra i racconti de Il mare color del vino: un carteggio, ‘apocrifo’ appunto, e parodico, tra Mussolini e il capo della polizia a proposito del celebre occultista Alexander Crowley e di un suo misterioso soggiorno siciliano[1]; a dimostrazione di un interesse costante per le intromissioni della Letteratura nella Storia e le trame ‘miste di storia e di invenzione’. Ancora: per le zone grigie tra vero e verosimile; per la verità filologica e la filologia fantastica. (E la radice del gioco sul caso Crowley è forse da ricercare proprio in una parodia del «giallo [...] di materia filologica, di apocrifa filologia» che nelle Ficciónes pratica Borges, da Sciascia recensito già nel lontano dicembre 1955)[2].

 

II. Tra il 17 e il 24 marzo 1989 si dipana sulla colonne della «Stampa» l’ultima polemica giornalistica di Leonardo Sciascia. Ne è occasione il libro di Luciano Canfora, Togliatti e i dilemmi della politica, pubblicato qualche settimana prima da Laterza; tema del libro di Canfora è, in senso piuttosto lato, l’analisi di alcuni snodi cruciali della politica togliattiana, alla luce di una vera o presunta ‘storicizzazione’ del contesto, e cioè: a dire di Canfora certi «comportamenti [...] presi per sé e trasferiti in un regime di normalità, non sarebbero che indifendibili prevaricazioni o meglio veri e propri crimini»; ma se si svolgono all’interno di eventi di «epocale rilievo» quali la «Rivoluzione francese o la Rivoluzione d’ottobre», quelle «prevaricazioni» e quei «crimini» cessano di essere tali e assumono diversa natura. E dunque: «Il problema che mi piace affrontare nelle pagine che seguono è se l’opera politica di Palmiro Togliatti da lui svolta quando, esule a Mosca, fu al vertice del Komintern, abbia anch’essa il diritto di essere giudicata alla luce del pertinente criterio storicistico di cui si è ora discorso». Questo potè leggere Sciascia alle pagine 6-7 del libro di Canfora. E ce ne sarebbe già abbastanza per comprenderne l’intervento, dato che si tratta di temi sui quali la sensibilità di Sciascia era diventata nel tempo particolarmente acuta (la storia del comunismo; le dinamiche di azione dell’individuo all’interno di grandi organizzazioni ‘ecclesiali’: la Chiesa, i partiti, il Partito Comunista; la morale e la politica), se, per esplicita dichiarazione, il movente della recensione non fosse ciò che Canfora relega in appendice, in posizione di documento aggiunto, quasi divagante e stravagante. E si tratta delle famose lettere che con il nome di Ruggero Grieco raggiunsero in carcere Terracini, Scoccimarro e Gramsci. Famose, o famigerate, già a partire dal momento della scoperta, ma ancor più famose e più famigerate dopo la polemica in questione. Ma andiamo, per ordine, ai fatti. Nell’aprile del 1928 tre esponenti di primo piano del Partito Comunista d’Italia, Terracini, Scoccimarro e Gramsci, coimputati nello storico processo all’esecutivo comunista, ricevono in carcere, fra le altre, delle ‘strane’ missive (cfr. APPENDICE I). La firma che le lettere recano in calce è quella di Ruggero Grieco, coimputato egli pure nel medesimo processo ma contumace all’estero. A Mosca, Hôtel Lux, stanza n. 8, dicono le lettere, declinando la residenza; e inviate effettivamente da Mosca, ma scritte in Svizzera, da Basilea, per l’esattezza, ove Grieco si trovava per il II congresso del Pcd’I, secondo Paolo Spriano; al quale va ascritto tutto il merito della scoperta delle lettere, avvenuta nel 1968 all’interno di un faldone dell’Ovra conservato all’Archivio di Stato di Roma. Sono, quelle scoperte da Spriano, delle lettere che molte ombre gettano sui rapporti tra i vertici del Partito Comunista e i tre massimi imputati Gramsci, Scoccimarro, Terracini, eppure nessuno, anche tra gli storici comunisti, aveva mai dubitato della paternità. Al più si era discusso del movente, come già lo stesso Spriano, secondo il quale «esse riflettono il nervosismo e le preoccupazioni del gruppo dirigente italiano»[3] nel particolare frangente che precede il processo; e soprattutto si era discusso se le lettere fossero dovute all’esclusiva iniziativa di Grieco o se un qualche ruolo vi avesse svolto Togliatti. Le lettere sono ambigue. Dicono di non voler dire, ma dicono. Dicono di scrivere solo per provare a stabilire un contatto, ma chi scrive è persona che ha dell’attività clandestina esperienza tale da ben conoscere come e quando i contatti vadano stabiliti. E dicono cose che Gramsci, Terracini e Scoccimarro mettono, pur dall’isolamento del carcere, al centro del movimento comunista planetario, dalla Russia, alla Francia, alla Germania, all’Inghilterra, alla Cina, con un dispiegamento di informazioni e di analisi che ribadisce l’alto livello gerarchico degli imputati e conferma i loro rapporti con i latitanti all’estero, in un momento particolarmente delicato, essendosi appena conclusa l’istruttoria del processo e tutto essendo ormai pronto per il giudizio. Non è questione di piccolo conto. Interrogandosi sulla ragione dell’invio, Spriano ne sostiene l’imprudenza, la leggerezza da parte di Grieco, l’abbandono ad un impulso dell’attimo; un «desiderio [...] di contatto che per le vicissitudini della repressione anticomunista del 1927 - violentissima - era andato perduto»[4]. Un atto sentimentale, diremmo quasi; ma inescusabile, o scusabile a fatica, in un uomo che della contumacia conosceva regole e meccanismi, e della comunicazione all’interno delle carceri possedeva già buona esperienza personale. Colpa lieve, dunque, senza inganni né machiavellerie, secondo gli ‘amici’ o gli storici di partito. Dolo e dunque tradimento o qualcosa di indefinibilmente contorto, in obbedienza ad un uso spregiudicatissimo della morale, secondo gli altri. Né l’uno né altro secondo Canfora. Quelle lettere non contengono colpa di Grieco, né grave né lieve. Per la buona ragione che non di lettere autografe si tratta ma di lettere false, confezionate dall’Ovra, come centinaia ne esistono, e dall’Ovra inviate ai tre imputati nelle carceri rispettive. O meglio: delle lettere sarebbero state effettivamente scritte da Ruggero Grieco (che più tardi interpellato non smentisce, anzi irritato conferma), ma sarebbero state intercettate e sostituite dagli agenti dell’Ovra. Le prove che Canfora reca per tentare di dimostrare l’apocrifia di quelle lettere, e di quella inviata a Gramsci in particolare, sono di tipo essenzialmente filologico: la «grafia erronea» del nome di Trockij, che in tutte e tre le lettere è «Troski»; «la insensatezza di varie espressioni e giudizi»; vari «errori di ortografia»; «una correzione che introduce un errore»; la grafia con cui la lettera è scritta; la firma «Ruggero» laddove il contumace sempre si firmava con lo pseudonimo di «Garlandi»[5]. Un’aura di sospetto è generata, secondo Canfora, dallo stesso Gramsci il quale giudicò appunto «molto strana» la lettera (cfr. APPENDICE II). E’ questo il punto. Secondo Canfora con quel «molto strana» Gramsci avrebbe dunque avuto sentore di qualcosa che in quella lettera non funzionava, il fumus di un sospetto che gli era balenato durante la lettura: che quella lettera non fosse uscita dalla penna di Ruggero Grieco.  
III. Sciascia, dicevamo, recensisce il libro sulla «Stampa» del 17 marzo, con un articolo dal titolo «Gramsci e quella strana lettera da Mosca». E il discorso inizia con considerazioni sul rapporto tra morale e politica:
 
«[...] possiamo ben dire che non si può fare politica tenendo conto dei principi morali ma nemmeno la si può fare non tenendone conto. Aporia in cui ogni vero e grande uomo politico dovrebbe dibattersi, ma in cui Stalin e gli stalinisti per nulla si dibattevano. Questa riflessione - generica e scontata quanto si vuole - mi viene dalla lettura del saggio di Luciano Canfora [...]».
 
Ma ben presto si svela il vero bersaglio della recensione. «Ma quel che per ora mi interessa sono le pagine di appendice sulla “strana lettera” che Gramsci ebbe in carcere nel 1928». Che è appunto la lettera da Spriano scoperta e da Canfora presunta falsa. Le obiezioni che Sciascia rivolge a quest’ultimo sono serrate, sistematiche: il fatto che le lettere siano finite nel faldone Ovra non vuol dire che siano state prodotte dall’Ovra ma che siano, prevedibimente, state considerate ‘materia da Ovra’. E soprattutto: perché il funzionario di polizia che quella lettera avrebbe confezionato non si fece vanto della falsificazione? Perché l’Ovra avrebbe firmato ‘Ruggero’ delle lettere che nella loro autenticità sarebbero state firmate ‘Garlandi’? Se così fosse, si potrebbe mai definire ‘abile’ la falsificazione dell’Ovra? Perché Gramsci non avrebbe saputo applicare a quella lettera la stessa ‘filologia’ che Canfora applica? Perché Gramsci non sarebbe stato capace di riconoscere l’infondatezza di quelle «espressioni e giudizi»? Perché Gramsci non sarebbe stato capace di riconoscere da sé gli errori nella grafia dei nomi russi? (E si noti che le proprie capacità di leggere “filologicamente" la realtà sono da Gramsci insistentemente ribadite, in luoghi diversi dell’epistolario: «Bisogna anche tener conto che l’abito di severa disciplina filologica, acquistato durante gli studi universitari, mi ha dato un’eccessiva, forse, provvista di scrupoli metodici»[6] o «Non ho ancora perduto tutte le qualità di critica ‘filologica’: so sceverare, distinguere, smorzare le esagerazioni volute, integrare ecc.»[7] (cfr. APPENDICE II). E ancora: perché il giudice istruttore disse a Gramsci: «“Onorevole Gramsci, lei ha degli amici che certamente desiderano che lei rimanga un pezzo in galera”»[8] e stralciò quelle lettere dal procedimento? Canfora risponde due giorni dopo, sullo stesso giornale, con un articolo intitolato «L’affare Gramsci: non ci fu tradimento», e sostanzialmente ad una sola delle obiezioni di Sciascia. L’Ovra avrebbe firmato ‘Ruggero’ delle lettere che nella loro autenticità sarebbero state firmate ‘Garlandi’ perché sennò quelle lettere non avrebbero avuto valore probatorio nel processo che stava per essere celebrato. E’ una debole controbiezione: dimentica infatti, come Sciascia non perde occasione di fargli notare, che quella lettera valore probatorio non ebbe. E per la semplice ragione che lo stesso giudice istruttore volle stralciarla dalle carte del processo. E’ mai possibile immaginare che il giudice di un Tribunale Speciale sia dotato di un così ampio margine di autonomia nei confronti di una polizia segreta da non tenere conto, e da poter non tener conto, di un falso che era stato confezionato pressoché personalmente, come par di capire dalla pagine di Canfora, dall’ispettore generale dell’Ovra Francesco Nudi e trasmesso in copia fotografica alle mani di Arturo Bocchini, capo della polizia? Alle altre obiezioni Canfora non risponde. Cita il Metodo facile per riconoscere le scritture falsificate, Torino, Paravia, redatto da Umberto Ellero a uso «dei virtuosi della Scuola di polizia» dell’Ovra; con il quale si dimostra eventualmente che nell’ambito dell’Ovra, e di tutte le polizie segrete in generale, sia costume studiare e praticare metodi di contraffazione; ma non si dimostra che l’Ovra abbia confezionato quel falso in particolare. E allora, per corroborare la sua tesi, Canfora cita un episodio:  
Nella busta n. 7 della Polizia politica (categoria K/1B per materie) del 1937, il questore di Torino, Mormino, chiede a Di Stefano (braccio destro di Bocchini) come lavorare sulle grafie di certe lettere e Di Stefano gli manda il libro di Ellero. Pochi anni prima (l’11 ottobre 1933) Di Stefano stesso comunica alla Direzione Affari generali e riservati che «il giorno 2 corrente veniva fermata una lettera proveniente da Firenze, diretta a Mr. Attilio Tommasi, rue de Charonne 82, Paris XI, dal contenuto familiare. Il sensibile spazio esistente tra le righe fece sorgere il sospetto che la lettera contenesse delle scritture simpatiche, ma l’esame della lampada di quarzo dava esito negativo. Senonché, persistendo il dubbio della scrittura invisibile, la lettera fu sottoposta alla azione del ferro cianuro diluito con ammoniaca ed apparve lo scritto che si alliga in copia. Allo scopo, così seguita Di Stefano, di non far sorgere sospetto, la predetta Questura ha ritenuto opportuno far rifare la lettera e la scrittura in simpatico, dandole poscia corso.»  
Solo che dall’episodio citato da Canfora emerge proprio quel tratto psicologico del quale Sciascia aveva già rilevato l’assenza nell’articolo del 17 marzo: perché il funzionario che avrebbe confezionato un così bel falso non se ne fece vanto con i suoi superiori?  
«False o no, le copie fotografiche delle tre lettere dovevano direi istituzionalmente finire tra le carte dell’Ovra: dove, peraltro, non è affiorata alle sagaci ricerche di Canfora la minima traccia della fabbricazione del falso (cosa di cui il dirigente dell’Ovra, scrivendo al capo della polizia, sarebbe stato piuttosto ovvio se ne facesse merito).»  
Né Canfora risponde alle altre obiezioni. Solo, accusa Sciascia di non avere visto le carte e di avere scarsa dimestichezza con i faldoni dell’Archivio di Stato, con la filologia: «Come fa a parlare di documenti d’archivio e della loro collazione senza averli veduti.? [...]» Lampeggia infine un fulmen in clausola, di sussiegosa malignità: «Certo, tanti anni dopo, si può non sapere o non aver pazienza o voglia di sapere; e allora è meglio scrivere un bel racconto.» Insomma, meglio le scritture d’invenzione... Sciascia scriva racconti ed eviti di praticare filologia. Ecco allora che nella conclusione della prima replica di Canfora si tocca il punto di massima distanza tra i due interlocutori. Parrebbe che per Canfora tutto ciò che dalla letteratura proviene è divertimento, gioco leggero e inconsistente, alla Storia subordinato: il discorso di Sciascia procede sì «con estrema serietà» ma «nella levitas dei richiami letterari tratti dagli autori che gli sono cari e consueti» (e si badi che le citazioni di Sciascia sono tutt’altro che lievi: cita Malraux, che sintetizza «gli intendimenti di Stalin [...] in questa formula»: «Se io elimino un tale che ha conosciuto un tale che ha conosciuto un tale che ha conosciuto un tale che ha conosciuto un fascista, nel mondo non ci sarà più il fascismo»). Sciascia è accusato di ‘metafisica’, di ‘equilibrismi con le parole’. Ma Canfora non riesce ad osservare che è Gramsci ad essere metafisico, nella celeberrima lettera sui «condannatori» del 27 febbraio 1933, quando scrive:  
«io sono stato condannato il 4 giugno 1928 dal Tribunale Speciale, cioè da un collegio di uomini determinato, che si potrebbero nominalmente indicare con indirizzo e professione nella vita civile. Ma questo è un errore. Chi mi ha condannato è un organismo molto più vasto, di cui il Tribunale Speciale non è stato che l’indicazione esterna e materiale, che ha compilato l’atto legale di condanna»[9].  
Canfora riprende il discorso nella replica del 24 marzo, intitolata «Gramsci e i suoi compagni», ove si cita il volume di Spriano Gramsci in carcere e il partito per dimostrare che Gramsci in carcere non fu mai abbandonato dai suoi compagni di partito e fu sempre al centro delle preoccupate attenzioni di Togliatti; ma omette di dire che Spriano non dubita della genuinità di quella lettera, reputandola solo un’ingenuità e non un atto doloso. Rileva ancora una volta che Sciascia non abbia confidenza con gli archivi e che citare «"fascicolo Partito Comunista" è come fare generico riferimento ad alcuni metri di scaffali». E infine:  
«Sciascia ha omesso gli elementi essenziali, e cioè l’anno, e soprattutto la serie e il numero della busta. E’ come se dicesse: “Patrologia; colonna 1264” senza precisare a quale dei 217 volumi della serie latina e dei 166 della serie greca voglia riferirsi».  
Con un richiamo al presunto superiore tecnicismo della filologia, che è altra polemica nella polemica nei confronti del ‘dilettante’ Sciascia.  
IV. Importa allora comprendere la ragione per cui Sciascia scese in polemica e conseguentemente guardare più da vicino quale idea egli abbia della filologia. Certo, il libro di Canfora dovette riportargli alla mente situazioni e personaggi di cui egli nei suoi libri s’era occupato. Episodi di storia del comunismo, dicevamo, o il tema della psicologia del giudice e dell’inquisito; o certi personaggi come Arturo Bocchini, capo della polizia, già visto ne La scomparsa di Majorana. O forse, come quelli della recensione a Borges del 1955, il caso Gramsci gli parve un «giallo [...] di materia filologica, di apocrifa filologia». In parallelo con taluni episodi del caso Moro; leggendo di Gramsci in prigione Sciascia non riesce a non pensare a Moro. Il richiamo è esplicito, nella chiusa dell’articolo del 17 marzo:  
«Non occorre grande immaginazione per intravedere nel giudice un rapporto non dico di soggezione, ma certamente di rispetto e forse di ammirazione nei riguardi di Gramsci: non era forse un rendegli l’onore che legittimamente gli spettava e che meritava il chiamarlo «onorevole»? E invincibilmente ci viene da ricordare che anche il brigatista che fa l’ultima telefonata, per annunciare la morte di Moro, incorre nel lapsus (che da parte sua era un lapsus significativo quanto quello del giudice istruttore) di chiamarlo «onorevole». E non voglio fare un confronto tra le due figure - in sé diversissime e di diverso ruolo nella nostra storia e nella nostra coscienza: ma tra l’affaire Gramsci e l’affaire Moro, nella loro condizione di prigionieri, c’è obiettiva rassomiglianza: in mano ai nemici, e abbandonati dagli amici. E peggio che abbandonati, anzi.»  
Non meno importante è, come ulteriore movente, il rifiuto della dietrologia in nome della sensata evidenza. E’ quest’ultimo un tema ricorrente della scrittura civile di Sciascia: l’insofferenza per quella «scienza ‘dietrologica’, evidentemente in Italia [...] rigogliosa»[10]. Sempre nell’articolo del 17 scrive:  
«In quanto al francobollo e al timbro postale, sarebbero stati troppo poco a certificarlo dell’autenticità della lettera, se avesse avuto dei dubbi. Ma non ne dubitava: e perciò la dice "strana" proprio per dirla "strana": sconsiderata, imprudente, incredibile da parte di Ruggero, che regolamenti carcerari e misure di trattamento nei riguardi dei carcerati politici ben conosceva, e per diretta esperienza. E’ lo stesso Grieco, d’altronde, che ne riconosce la "stranezza", quando, alla domanda della moglie: «Ma cosa avete scritto in questa lettera?», risponde: «Ma cosa vuoi che fosse scritto! Delle banalità qualunque. Capisci che abbiamo fatto solo una prova per vedere se loro potevano ricevere lettere da fuori e avere corrispondenza non solo con i parenti.» Non è "strano" che persone perfettamente a conoscenza di quel che avveniva in Italia, esperienti o informate di quel che accadeva ai detenuti politici, addestrate alla comunicazione clandestina e praticandola anche nelle carceri, cadessero nell’ingenuità - a dir poco - di fare una "prova" di comunicazione diretta e quasi esplicita con Gramsci, Terracini e Scoccimarro, imputati eccellenti nel processo che si stava istruendo per la difesa dello Stato?»  
Ma soprattutto la filologia. Che attraversa come un filo rosso tutta la produzione intellettuale di Sciascia. E può essere un formidabile strumento di svelamento, come in Morte dell’inquisitore o ne L’affaire Moro, ove Sciascia dichiara il suo intento fin dall’inizio: ricostruire filologicamente quel che Moro «ha dovuto tentare di dire col linguaggio del nondire, di farsi capire adoperando gli stessi strumenti che aveva adottato e sperimentato per non farsi capire». Ed è analisi filologica, testuale, di quelli che appunto Sciascia chiama «documenti del contrappasso, e cioè delle lettere attraverso cui Moro tentò di comunicare con gli altri che credeva “suoi” [...]». E tuttavia la concezione della filologia è in Sciascia ambigua, duplice: oltre che metodo critico per la indagine sulla realtà, storica o attuale che sia, può anche essere un poderoso strumento di mistificazione. Nel Consiglio d’Egitto l’abate Vella alla filologia si accosta per guizzo d’ispirazione; è filologo improvvisato, ma l’impostura che orchestra è di clamoroso successo. Tanto che la cattiva filologia dell’abate Vella trionfa su quella onesta e veritiera dell’arabista Hager. Che nella scena del pubblico confronto ‘scientifico’ è messo in sberleffo. Tramite una filza di maliziosi sillogismi o preudo-sillogismi è fatto passare per giovane arrogante e presuntuoso che si ritiene superiore al grande orientalista Tychsen, «professore a Rostock»; nell’ultima scena la battuta è feroce e sleale[11]:  
«- Traducetelo voi - lo invitò il Vella.
- Così su due piedi...
- Capisco - disse l’abate - è meglio tradurre su quattro - e mentre nella sala esplodevano girandole di risate fu tentato di fare un gran colpo: recitare a tutti quei baccalà, amici e nemici, l’esatta traduzione della pagina ventidue [...]»  
Quel che conta è che l’impostura del Vella non sarà mai svelata al pubblico ed egli conseguirà impunemente i suoi scopi. Se a un certo punto il presunto arabista è tentato di svelare l’imbroglio, non è certo per rimorso di falsario: ma per il desiderio di riconoscimento della sua impostura, della sua superiorità. Come nella lettera dedicatoria alla Sacra Real Maestà, ove sminuendosi si autocelebra:  
«Bisogna dunque convenire che se io non avessi fatto altro che indovinare o fantasticare, non si poteva indovinare più giusto, né fantasticare con più vigore; e che il creatore di così singolari opere sarebbe, mi permetto di dirlo, degno di ben altra fama che il traduttore modesto di due codici arabi...»[12].
 
E’ una rivendicazione ambigua, nella quale, negando e distinguendo, del falsario si amplifica l’eccellenza. Con salto mortale finale: «Il punto piò bello della lettera era quello in cui, negando i falsi, veniva sottilmente ad ammetterli»[13]. Anche nel racconto Filologia, sempre ne Il mare color del vino, la filologia è usata come strumento di mistificazione: il mafioso anziano ed esperto, ‘colletto bianco’ si direbbe oggi, inizia il giovane alla ‘scienza delle parole’ e filologicamente gli insegna a discettare di definizioni vocabolaristiche di mafia. Ma non per amore di sottile conoscenza: per mistificare, confondere, intorbidare, una probabile audizione presso la Commissione parlamentate antimafia. Per Sciascia parrebbe dunque non esserci una verità della filologia che non passi attraverso la ‘verità’ della letteratura. La filologia funziona, in una certa misura, come metodo critico: anzi la filologia è la critica: e tutt’e due insieme dovrebbero «per loro natura, disgregare nell’intelligenza dei testi la gratuita incrostazione del luogo comune»; dovrebbero, appunto, ma non sempre disgregano, perché anche filologia e critica hanno i loro luoghi comuni[14]. Ma la filologia poco o nulla funziona come scienza probatoria. Lo si riscontra in quelle operazioni di natura essenzialmente filologica che sono le perizie nei procedimenti giudiziari. Sciascia scrive e ribadisce che non c’è perizia che non possa essere contraddetta da una controperizia, e lo ripete nel caso delle perizie calligrafiche proprio nel nostro articolo, a proposito della questione della grafie. «C’è da dire [...] che nemmeno un consesso di periti grafologi riuscirebbe a dar responso sicuro sull’autenticità o sulla falsificazione: ché si sa, da che esistono grafologi e tribunali, quanto perizie del genere valgano.». La dimostrazione o la confutazione dell’apocrifia non è un mero problema ‘tecnico’ che possa esimersi dal confronto con la Letteratura. Sovente interrogandosi sul rapporto tra Storia e Letteratura, la risposta è senza equivoci: «la letteratura [...] è la più assoluta forma che la verità possa assumere». Detto in Nero su nero, e anticipato qualche pagina prima: «alla domanda di Pilato - “Che cosa è la verità?” si sarebbe tentati di rispondere che è la letteratura.»[15]. Non grande sostanza probatoria dové d’altronde riscontrare nell’argomentazione filologica di Canfora. «Su quella lettera Gramsci per anni si è arrovellato; e se, avendola tra le mani e, presumibilmente, più volte tornando a leggerla, non fece caso alla “erronea grafia“ dei nomi, la spiegazione più semplice è che ben conoscendo Grieco (avevano anche lavorato assieme) lo ritenesse capace di quegli errori; e anche di quell’errore introdotto per correzione.»  
V. Fin qui le obiezioni di Sciascia. Adesso, sommessamente, si parva licet, aggiungo le mie. La questione delle abbreviazioni, ad esempio: Canfora si dichiara colpito dalla «frequenza [...] di continui compendi (sit., mov., rivoluz. ecc.)».[16] e lo considera un fenomeno deviante rispetto al normale usus scribendi di Grieco; ma nella lettera di Grieco a Togliatti che Canfora acclude quale modello certamente autografo per la verifica della grafia non si avvede della altrettanto elevata frequenza di compendi: «comp.» per «compagni», e ripetuto due volte, «prov.» per «provincia» due volte, «sez.» per «sezione», il tutto in appena 16 righe[17]. O gli «errori di ortografia» che in realtà non sono dei puri e semplici errori di ortografia: non è così definibile un «desideresti» per «desidereresti», che è piuttosto una aplografia, cioè un salto di sillaba per identità con la sillaba adiacente, e della stessa specie è «differenziazone» per «differenziazione»; laddove il «di discentra» in luogo di «si discentra» altro non è che un banale errore di anticipo (e se pure fossero errori di ortografia imputabili ai «collaboratori ‘di concetto’ dell’Ovra» si potrebbe ancora parlare di «piuttosto abile falsificazione»[18]?) O ancora più vistosamente la questione delle «erronee grafie» dei nomi russi, da Canfora considerata probatoriamente formidabile se almeno tre volte indugia a ridiscuterne: alle pp. 146, 149, 153 del suo libro. Solo che «erroneo» non è l’aggettivo esatto. E’ lecito dire che nelle traslitterazioni, nel nostro caso dal cirillico, esista una grafia ‘esatta’ e una ‘erronea’? Evidentemente no, dato che basta fare uno spoglio dello stesso epistolario di Gramsci per accorgersi che anche tra gli autografi gramsciani le grafie dei nomi russi sono del tutto variabili[19]. Lo stesso Gramsci scrive «Checov» in almeno tre modi diversi: Cekhof nella lettera del 12 dicembre 1927, Cecof il 17 giugno 1929 e Cekhov in due lettere senza data (ma dell"estate 1936 secondo l’edizione Santucci): e «Mirskij» è scritto Mirschi il 3 luglio 1931 e Mirski il 31 luglio dello stesso anno; e «Dostoevskij» è scritto Dostoievski il 29 agosto 1927 e Dostoievsky il 17 giugno 1926 e Dostoievschi il 3 luglio del 1931; e Puskin scrive Gramsci il 26 marzo 1925 e tre volte Puskin nella lettera a Delio n. 435 del 1936, con firma in cirillico. E «Bucharin» è scritto Boukharine con traslitterazione alla francese il 25 marzo 1929. E il nome che secondo le attuali norme grafiche è scritto «Trockij» è scritto Trotzky nella «Istanza a S.E. il Capo del Governo spedita nel settembre 1930» e Trotsky nella «Istanza a S.E. il Capo del Governo spedita alla fine di ottobre 1931»[20]... E tanto scrivere Troski non è avvertito come errore, che la stessa cognata di Gramsci, Tatiana Schucht, russa, usa la grafia difficilmente qualificabile erronea di Trozky[21]. Lo stesso Gramsci, d’altronde, è perfettamente consapevole della polimorfia delle traslitterazioni dal russo e all’argomento dedica la lettera a Tatiana del 4 gennaio 1932 (cfr. APPENDICE III).  
VI. In conclusione, Sciascia vide forse in questo tentativo di Canfora l’ultimo atto di un tentativo complessivo di falsificazione della storia del PCI: la fotocopia delle lettere di Grieco si ritrova solo nel 1968; si comincia con l’escludere dapprima ogni cattiva intenzione dello scrivente («Ogni intenzione “scellerata” pare obiettivamente da scartare. E [..] a chi ha conosciuto un compagno come Grieco ripugna persino l’idea [...]»)[22] e si finisce poi per completare la ‘rimozione’, di quelle lettere negando persino l’autenticità. Insomma, una mistificazione sotto preteso di svelamento: più o meno il rovescio del Consiglio d’Egitto, posto che risulta altrettanto mistificatorio produrre un falso che pretenda di esser vero, quanto sia pretender la falsità di un testo che invece ha tutta l’aria di esser vero.

 

APPENDICE


  Si riportano qui di seguito la lettera di Ruggero Grieco, o dell’Ovra - a seconda dei punti di vista, e quelle di Gramsci in cui ad essa si allude, e infine la lettera dedicata alla questione della traslitterazione dei nomi russi in italiano. Le lettere sono tratte, da Lettere dal carcere, a cura di Antonio A. Santucci, Sellerio, 2 voll., Palermo 1996 e trattasi della n. 7 dell’Appendice, e dei nn. 109, 277, 357, 376 e 392, e precisamente: vol. I (1926-30), pp. 186-7 e vol. II (1931-37), pp. 518-20, 646-7, 690-1, 712-3; 837-8.I

Ruggero Grieco a Antonio Gramsci 10 febbraio 1928

«Carissimo Antonio,
è da un pezzo che non ti ho scritto, ma sono certissimo che tu non avrai inveito mai contro il mio e nostro silenzio. Noi ti siamo stati vicini sempre, anche quando tu hai avuto ragioni per non sospettarlo, e abbiamo saputo notizie di te, e della tua salute. Anzi, ci si dice ora, che tu non stai bene; e vorremmo saperlo, per nostra tranquillità, ciò di cui avresti bisogno, e che cosa noi possiamo fare per te. Tutto quello che ci è stato chiesto, per te, noi lo abbiamo fatto, sempre. Non ho visto Giulia, ma la vedrò. Tutti, dovunque, parlano di te. Ti salutano.
Ora vorrei darti qualche notizia, ma temo di incorrere in una infrazione delle norma carcerarie. Scrivendo a Scoccimarro e ad Umberto ho detto loro qualche cosa, relativa alle ripercussioni della lotta interna del P.C.R. nei partiti europei. La situazione in Russia è solidissima, malgrado gli allarmi gettati da tutta la stampa, borghese e socialista. Le misure prese contro Troski ad altri sono state, certo, dolorose, ma non era possibile fare diversamente. La minaccia di guerra contro la URSS non è agitata per far venire i vermi ai bambini, ma è una realtà concreta, e - da qualche elemento più visibile - concretissima. Si tratta di stabilire e prevedere se prima che si realizzi un blocco antirusso, si scatenino altri conflitti tra le potenze: insomma se si arriverà al blocco antirusso prima che siano (temporaneamente) superati i grandi conflitti tra le potenze. In fondo le due prospettive sono una sola. E con tale prospettiva non si può giocare alla opposizione! La situazione internazionale è grave: la stabilizzaz[ione] ha aperto e acuito numerose contraddizioni. La Germania sarà fra non molto il paese più forte d’Europa, e chiederà (perché lo potrà chiedere) di avere un esercito. sarà questo il compenso che la Germania chiderà per entrare nel blocco antirusso? Ma che razza di compenso! In Francia la situazione si radicalizza, ma lentamente. Lì il prol[etariato] manca di una propria esperienza pol[itica] autonoma. Le antiche debolezze non sono ancora state superate. Il parlamentarismo farà ancora delle stragi. Più interessante è la sit[uazione] in Inghilterra: l’impero si discentra. Hai seguito il mov[imento] nelle Indie contro la Commisione reale per la riforma della costituzione? In Cina la riv[oluzione] ha subìto un arresto: il Kuomintang si è sfasciato secondo la differenziazione delle classi. Prova intressante della verità che, nella nostra epoca, le rivoluz[ioni] nazionali non possono essere che proletarie, è nel fatto che lo spezzettamento del Kuomintang non ha portato alla vittoria della borghesia cinese: infatti gli imperialisti stranieri sono tuttora in Cina e la borghesia cinese viene a patti con questi. So che leggi, dunque hai die libri. Cosa leggi? Di cosa ti occupi particolarmente? La letteratura italiana del dopoguerra è una misera cosa, e la tenzone tra «Strapaese» e «Stracittà» è un segno caratteristico dei tempi magri. Io non ho molto tempo per occuparmi di letture letterarie: tu che «hai la fortuna»! di poter leggere puoi chiedermi quali libri desidereresti e dirmi se posso mandartene. Ho chiesto più volte a Palmiro di assumersi il compito di curare la scelta e la pubblicazione di quei tuoi articoli antichi. E’ vero che la ricerca degli scritti pubblicati su vari giornali è, oggi, per noi meno facile di ieri; ma Palmiro non ha «il coraggio» di affrontare l’impresa. Cosa ne dici? Abbiamo saputo che Amadeo [Bordiga n.d.a.] fu tempo addietro arrestato; ma non abbiamo potuto conoscerne la cause. Se tu ne sai qualche cosa faccelo sapere. E scrivimi qualche volta qui: Hôtel Lux, Camera 8.
Io ti abbraccio forte, e ti mando i miei auguri e saluti, e i saluti e gli auguri di tutti. A te ed a tutti arrivederci.

Aff.
RUGGERO
Cari saluti FANNY
 

II
 
Antonio Gramsci a Julia Schucht 30 aprile 1928

«Cara Giulia,
ho ricevuto il tuo biglietto del 3 aprile. Tania mi ha trasmesso le notizie riguardanti la vita dei bambini Sono contento.
Un periodo della mia vita carceraria sta per finire, perché il 28 maggio avrò il processo. Non so dove sarò poi scaraventato. La mia salute è abbastanza buona. Ho saputo dalla autorità giudiziarie e carcerarie che sul mio conto sono state pubblicate molte inesattezze: che morivo di fame, ecc. ecc. Ciò mi è molto dispiaciuto, perché credo che in simili quistioni non bisogna mai inventare e neanche esagerare. E’ vero anche che mancano i mezzi per verificare le cose, e in realtà io non so più di quanto mi è stato riferito. Ma tu sei sempre informata da Tania e perciò non hai avuto occasione di turbarti. Io non voglio scrivere fuori; forse me lo concederebbero, ma io non voglio per principio. Ho ricevuto, per esempio, recentemente, una strana lettera firmata Ruggero, che domandava di avere una risposta. Forse la vita carceraria mi avrà fatto diventare più diffidente di quanto la normale saggezza richiederebbe; ma il fatto è che questa lettera, nonostante il suo francobollo e il timbro postale, mi ha fatto inalberare. Anche in essa si dice che la mia salute deve essere cattiva! o che le notizie che si hanno sono in tal senso. Sono stato male nei primi mesi, dopo il viaggio Ustica-Milano; poi mi sono riposato e rimesso in modo soddisfacente. Studio, leggo, nei limiti delle mie possibilità, che non sono molte. Un lavoro intellettuale sistematico non è possibile, per mancanza di mezzi tecnici. Cara Giulia, mi dispiace di ricevere così scarse notizie sulla tua vita e sulla vita dei bambini. Temo che in avvenire esse possano diventare ancora più scarse: è questa la più grande preoccupazione per me.
Ti abbraccio teneramente, cara
ANTONIO

*


Antonio Gramsci a Tania Schucht 5 dicembre 1932

«Carissima Tania
[...] Permetti che ti dica una verità dolorosa. Spesso chi vuole consolare, essere affettuoso ecc. è in realtà il più feroce dei tormentatori. Anche nell’«affetto» bisogna essere soprattutto «intelligenti». Tra breve saremo nel 1933; una nuova fase della mia vita carceraria è già incominciata. Ebbene bisogna che ti parli proprio francamente. Poiché io non metto in dubbio neanche il tuo affetto per me (è questa una premessa sempre presente al mio spirito, anche quando non vi accenno e mi pare che sia inutile accennarlo, come sarenne ricordare sempre che la mamma o Giulia mi vogliono bene) e ormai penso che la mia lettera del 14 nov. rimarrà per ora senza conseguenze decisive; ti voglio dire che proprio il tuo atteggiamento deve mutare in alcuni punti. Credi che non voglio fare recriminazioni (che sarebbero stolte), ma ti voglio fare ricordare un episodio di qualche anno fa che forse hai dimenticato e al quale mi pare allora non hai riflettuto abbastanza per trarne norma di condotta. Ricordi che nel 1928, quando ero nel giudiziario di Milano, ricevetti una lettera di un «amico» che era all’estero. Ricordi che ti parlai di questa lettera molto «strana» e ti riferii che il giudice istruttore, dopo avermela consegnata, aggiunse testualmente: "onorevole Gramsci, lei ha degli amici che certamente desiderano che lei rimanga un pezzo in galera“. Tu stessa mi riferisti un altro giudizio dato su questa stessa lettera, giudizio che culminava nell’aggettivo "criminale". Ebbene questa lettera era estremamente «affettuosa» verso di me, pareva scritta per la sollecitudine impaziente di «consolarmi», di incoraggiarmi ecc. Eppure sia il giudizio del giudice istruttore che l’altro da te riferito, oggettivamente erano esatti. Dunque si può commettere un atto criminale volendo fare del bene, dunque qualcheduno volendoti fare del bene può invece aver ribadito le tue catene? Pare di sì, a giudizio del giudice istruttore del Tribunale Militare Territoriale di Milano, giudizio che, come ti consta, ha coinciso con quello di un altro che era agli antipodi. E giustamente, perché leggendomi alcuni brani della lettera, il giudice mi fece osservare che essa poteva essere (a parte il resto) anche immediatamente catastrofica per me e tale non era solo perché non si voleva infierire, perché si preferiva lasciar correre. Si trattò di un atto scellerato, o di una leggerezza irresponsabile? E’ difficile dirlo. Può darsi l’uno e l’attro caso insieme; può darsi che chi scrisse fosse solo irresponsabilmente stupido e qualcun altro, meno stupido, lo abbia indotto a scrivere. Ma è inutile rompersi il capo su tali quistioni. Rimane il fatto obiettivo che ha il suo significato. Cara Tania ti ho già detto che è incominciata una terza fase della mia vita di carcerato. La prima fase è andata dal mio arresto all’arrivo di quella lettera famigerata: fino a quel momento esistevano delle probabilità (certo solo delle probabilità, ma che cosa si può domandare di più) a una svolta della vita diversa da quella che invece poi si verificò; quelle probabilità furono distrutte e poteva ancora capitare di peggio [...]

*


Antonio Gramsci a Tania Schucht 27 febbraio 1933

«Carissima Tania,
[...] Nel mio caso particolare, è certo che in tutti questi anni ho sempre pensato a certi fatti (nel caso specifico alla serie di fatti che possono simbolicamente riassumersi nella famosa lettera di cui mi parlò il giudice istruttore a Milano e sulla quale anche recentemente ti intrattenni), ma è anche certo che in questi ultimi mesi questi pensieri si sono venuti, dirò così, intensificando, forse perché diminuiva in me la fiducia di potere personalmente chiarirli, di potere occuparmene «filologicamente», risalire alle fonti e venire a una spiegazione plausibile di essi. [...] D’altronde, come puoi pensare, sebbene viva in carcere, isolato da ogni fonte di comunicazione, diretta e indiretta, non devi pensare che non mi arrivino ugualmente elementi di giudizio e di riflessione. [...] Non ho ancora perduto tutte le qualità di critica «filologica»: so sceverare, distinguere, smorzare le esagerazioni volute, integrare ecc. [...] La conclusione, per dirla riassuntivamente, è questa: io sono stato condannato il 4 giugno 1928 dal Tribunale Speciale, cioè da un collegio di uomini determinato, che si potrebbero nominalmente indicare con indirizzo e professione nella vita civile. Ma questo è un errore. Chi mi ha condannato è un organismo molto più vasto, di cui il Tribunale Speciale non è stato che l’indicazione esterna e materiale, che ha compilato l’atto legale di condanna. Devo dire che tra questi «condannatori» c’è stata anche Iulca, credo, anzi sono fermamente persuaso, inconsciamente e c’è una serie di altre persone meno inconscie. [...]

*

 
Antonio Gramsci a Tania Schucht 16 maggio 1933

«Carissima Tania,
[...] Sono profondamente persuaso che tu in altra forma, ma con leggerezza corrispondente, hai ripetuto la stessa catena di pasticci che si è verificata nel 1927-28 e per la quale il giudice istruttore ebbe ragione di dirmi che pareva proprio i miei amici collaborassero a mantenermi il più a lungo possibile in carcere. Queste mie affermazioni ti daranno dispiacere, ma mi è impossibile non dirle. Quando nel gennaio scorso, ti parlai al colloquio, ti pregai con tutta la forza di cui ero capace, di attenerti scrupolosamente alle mie indicazioni. Dopo ciò che era avvenuto nel settembre precedente mi pareva impossibile che tu mancassi alle tue assicurazioni. Ti dissi che mi sentivo stremato (e il 7 marzo mi pare abbia confermato l’esattezza di questa mia impressione) e che non avevo l’energia per lunghe discussioni. Ciò che mi esaspera è il vedere come la mia vita sia diventata un giocattolo di decisioni impulsive e irragionevoli e con quale facilità tu ti sia assunta la reponsabilità di determinare in me la persuasione che se i fatti non si svolgeranno secondo una certa linea ciò potrà essere avvenuto perché le mie indicazioni non sono state seguite. [...] 

 

III
 
Antonio Gramsci a Tania Schucht 4 gennaio1932

«Carissima Tania,
[...] ti scrivo poche righe per dirti qualche cosa sulla quistione posta da Piero [Sraffa, n.d.a.].
Credo che non si possa parlare di una trascrizione «scientifica» dei nomi russi in italiano. «Scientifico» in questo caso significherebbe una sola cosa: conformarsi alle regole, con le sue lettere e con tutti i segni diacritici connessi, stabilite dall’«Archivio Glottologico Italiano» per riprodurre i suoni delle diverse lingue e dialetti in modo uniforme non solo per gli scienziati italiani che per quelli degli altri paesi. Ma si tratta di un tale apparato, e così difficile per i profani, che una tale soluzione complicherebbe enormemente le cose. Si tratta dunque di trovare una trascrizione convenzionale che sia la più comprensibile per il maggior numero di lettori. Nel passato il «Corriere della Sera» aveva un suo modo di trascrizione, che, data la diffusione del giornale, avrebbe potuto diventare popolare; ma oggi anche nel «Corriere» non c’è nessun metodo e quindi il riferimento non vale. Se l’iniziativa fosse una grande iniziativa e con caratteri di continuità, si potrebbe domandare all’editore di stabilire una regola di trascrizione e di «imporla». Altrimenti mi pare che il meglio sia adattarsi al modo di trascrizione della «Slavia» che ha il beneficio di essere il più diffuso e conosciuto, anche se molto imperfetto (l’imperfezione maggiore è quella di adoperare lettere latine con altro suono da quello tradizionale). Se si volesse introdurre una nuova «convenzione» bisognerebbe tener conto della nota di Bruno Migliorini pubblicata nel numero speciale della «Cultura» dedicato a Dostoievski nel 1931. La difficoltà maggiore consiste nel fatto che l’alfabeto italiano è troppo povero di segni e che nell’ortografia italiana per lo stesso fenomeno si usano mezzi diversi. Il segno h che serve per il chi, che non serve invece per il gni, gne ecc. e non serve per il sci, sce a differenza del portoghese che scrive nh e dell’inglese che scrive sh. Così è del suono j francese; per riprodurre in ortografia italiana il suono j che esiste in sardo meridionale si è adoperato il x, ma con l’effetto che tutti pronunziano cs il j (come Simaxis, che viene pronunziato Simacsis e non Simajis). D’altronde la «Slavia» e altre case fanno un tale abuso di j italiane per trascrivere le i russe che fissare l’uso mi pare impossibile - L’importante mi pare, dato che bisogna ricorrere a una convenzionalità, di prendere quella che ha già una tradizione e quindi una diffusione e un uso conosciuto. Ti abbraccio affettuosamente

ANTONIO
 

Note

[1]L. Sciascia, Il mare color del vino, in Opere 1956-1971, a cura di C. Ambroise, Bompiani, Milano 1987, pp. 1354-60.

[2]Id., Le «invenzioni» di Borges, in «La Gazzetta di Parma», supplemento letterario («Il raccoglitore»), n. 108, 22 dic. 1955. Debbo la segnalazione a Giuseppe Traina.

[3]P. Spriano, Storia del Pci, II, Einaudi, Torino, 1969, p. 155.

[4] Id., Gramsci in carcere e il partito, «L'Unità», Roma 19882, p. 29.

[5] L. Canfora, Togliatti e i dilemmi della politica, Laterza, Roma-Bari 1989, p. 146.

[6] A. Gramsci, Lettere dal carcere, a cura di Antonio A. Santucci, Sellerio, Palermo, 1996, p. 442.

[7] Ibid., p. 689.

[8] Ibid., p. 646.

[9] Ibid., p. 690.

[10] L. Sciascia, Manzoni e il linciaggio del Prina, in Opere 1984-1989, a cura di C. Ambroise, Bompiani, Milano 1991, p. 933.

[11] Id., l Consiglio d'Egitto, in Opere 1956-171, ed. cit., p. 583.

[12] Ibid., p. 638.

[13] Ibid.

[14] Id., «Luciano e le fedi», in Cruciverba, in Opere 1971-1983, ed. cit., p. 971.

[15] Id., in Nero su nero, in Opere 1971-1983, ed. cit., pp. 815 e 834.

[16] L. Canfora, Togliatti e i dilemmi della politica, cit. p. 146.

[17] Ibid., p. 135.

[18] Ibid., p. 149.

[19] A. Gramsci, Lettere dal carcere, cit., passim.

[20] Rispettivamente in Ibid., p. 817 e 818.

[21] T. Schucht, Lettere ai familiari, a cura di M. Paulesu Quercioli, Editori Riuniti, Roma 1991, pp. 222-23.

[22] P. Spriano, Gramsci in carcere e il partito, cit., p. 28.

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