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La Lingua Italiana Oggi

Di Francesco Jurlaro(*)

Dal sorgere dello Stato unitario ad oggi, è avvenuto in Italia un enorme processo di cambiamento linguistico. Va infatti ricordato che alla nascita dello Stato unitario circa l'80% della popolazione era analfabeta. Nel 1870 la scuola aveva un'alta percentuale di evasione dall'obbligo e l'insegnamento era impartito in non pochi casi ricorrendo ai dialetti per necessitá di comprensione. Dei 600.000 cittadini che a quel tempo sapevano parlare in italiano, 400.000 erano toscani

(in questo riflettendo chiaramente l'origine storica della lingua italiana, nata sui modelli costituiti da Dante Alighieri, Francesco Petrarca e Giovanni Boccaccio, che elevarono il dialetto fiorentino a lingua nazionale dato il maggior prestigio culturale di Firenze) e 70.000 romani. Quindi, centotrent'anni fa, su 25 milioni di abitanti della Penisola solo il 2,5% conosceva l'italiano. Da lingua scritta e letteraria per oltre cinque secoli,Dei 600.000 cittadini che a quel tempo sapevano parlare in italiano, 400.000 erano toscani (in questo riflettendo chiaramente l'origine storica della lingua italiana, nata sui modelli costituiti da Dante Alighieri, Francesco Petrarca e Giovanni Boccaccio, che elevarono il dialetto fiorentino a lingua nazionale dato il maggior prestigio culturale di Firenze) e 70.000 romani. Quindi, centotrent'anni fa, su 25 milioni di abitanti della Penisola solo il 2,5% conosceva l'italiano. Da lingua scritta e letteraria per oltre cinque secoli, l'italiano è oggi diventato una lingua parlata da piú di 56 milioni di italiani, e questo è avvenuto nell'arco di poco piú di un secolo. Prima di accennare succintamente ai fenomeni che hanno portato a questo radicale cambiamento, pensiamo per un istante alla situazione dell'italiano in un periodo cruciale come il secolo XIX. A quell'epoca Alessandro Manzoni si era posto il problema di scrivere un romanzo nazionale in lingua "viva e vera". Ma Manzoni non era toscano e conosceva il proprio dialetto -il lombardo-, il francese e l'italiano normativo. Diventava quindi difficile per lui scrivere in una lingua che non aveva mai parlato. Manzoni ebbe il merito storico di respingere l'idea dominante che la lingua normativa dovesse essere quella letteraria. Ricercó una lingua media parlata e gli sembró di trovarla a Firenze. Per il grande scrittore, la lingua non si poteva trovare nei dizionari e nei libri, ma nell'uso vivo. Manzoni propose il fiorentino parlato come modello di lingua nazionale dopo la formazione dello Stato unitario nel 1861. Ma la sua proposta rischiava di essere astratta, di non tenere conto delle diversitá storico-culturali italiane. Se ne accorse il grande linguista e filologo Graziadio Isaia Ascoli, che criticó la proposta manzoniana. L'Ascoli comprese infatti che l'unificazione linguistica non poteva avvenire sulla base di un nuovo modello di perfezione formale, come il fiorentino parlato da una determinata classe sociale (le persone istruite di Firenze). Per lui, l'unificazione linguistica doveva essere il risultato di un processo storico e culturale che doveva tener conto del fatto che la lingua italiana avrebbe dovuto essere il prodotto delle sue varianti geografiche, sociali e culturali.

Se Manzoni ebbe comunque il merito di avvicinare la lingua scritta a quella parlata, altri furono tuttavia i fattori piú efficaci di unificazione linguistica. La scuola italiana è stata forse l'elemento di maggiore impulso per tale processo di unificazione dopo la costituzione dello Stato unitario. Accadnto ad essa, altri fattori sociali contribuirono alla diffusione della lingua nazionale: la coscrizione militare obbligatoria che favorí la reciproca conoscenza fra giovani provenienti da diverse regioni della Penisola.

E' naturale, peró, che tutti i grandi cambiamenti implichino nuovi ed altrettanti grandi problemi. Problemi nuovi, appunto, con i quali la nostra lingua deve oggi fare i conti. Se infatti, in passato, la lingua italiana doveva porsi come principale problema quello dell'unificazione linguistica, oggi, di fronte all'incalzante "globalizzazione", essa se ne sta ponendo un altro: quello della sua stessa esistenza e vitalitá, minacciate, secondo alcuni, dalla crescente offensiva dell'inglese, favorita dal processo di globalizzazione in atto. Cosí, rispetto a poco piú di un secolo fa, la nuova questione sembra oggi essere la seguente: dove va la lingua italiana? E' un tema, questo, che ha recentemente aperto un'accesa discussione: la lingua italiana è in crisi e subisce l'offensiva sempre piú pericolosa dell'inglese? Oppure la nostra lingua è sempre piú studiata e diffusa nel mondo? Bisogna correre subito ai ripari e difendere il nostro idioma, o non è necessario nessun intervento particolare?

Lungi dall'assumere posizioni estreme in un senso o nell'altro, e confortati dall'ormai lunga esperienza di mediatori culturali e promotori della nostra lingua all'estero nel nostro quotidiano lavoro presso gli Istituti Italiani di Cultura nel mondo, ci pare che di fronte alla nuova sfida rappresentata dalla globalizzazione in atto abbiano pienamente ragione il nostro Ministro della Pubblica Istruzione Tullio De Mauro ed il noto linguista Giulio Lepschy, entrambi illustri esperti in materia, quando sostengono che "l'italiano non ha mai goduto tanta salute come in questi nostri anni" (Intervista al Ministro Tullio De Mauro, in "Pagine della Dante", anno LXXIV, serie 3°.-n. 3, luglio-settembre 1000, p. 1). Se iniziative ed interventi possono senza dubbio risultare opportuni e benefici, il lavoro da fare riguarda non tanto la lingua italiana in sé -osserva giustamente il Ministro De Mauro-, quanto piuttosto "gli italiani e le italiane, nel senso che occorre tra loro promuovere il gusto della lettura e, attraverso la scuola, un saldo controllo del buon uso parlato e scritto della lingua" (Ibidem, pp. 1-2). Se poi, di fronte all'uso corrente di termini inglesi anche nel linguaggio quotidiano per effetto di nuove tecnologie dell'informazione, come Internet, e della globalizzazione incalzante a tutti i livelli, non pochi lanciano allarmi, la situazione non è certo molto diversa per quanto concerne l'inglese stesso, il francese o il tedesco di fronte alla diffusione di numerosi italianismi in tali lingue, favorita dall'enorme e costante successo all'estero della moda, del design e della cucina italiana, anch'essi fonte e testimonianza di una cultura quanto mai viva. Se interventi si devono effettuare, il piú necessario, a nostro avviso, va proprio condotto sul piano della nozione di "cultura", che in Italia appare ancora troppo restrittiva, in quanto generalmente limitata all'area umanistico-letteraria, mentre è oggi assolutamente indispensabile che essa si estenda a comprendere la cultura scientifica e tecnologica, senza peraltro neppure dimenticare -come giustamente ha osservato il Ministro De Mauro- che non vie è dubbio che "Armani, una brava cuoca, un bravo designer producono anche loro cultura" (Ibidem, p. 4).

Il problema vero -scirve Luca Serianni, docente del Dipartimento di Studi linguistici e letterari dell'Universitá di Roma "La Sapienza"- non consiste tanto nella minaccia alla lingua italiana da parte di chi parla o scrive, quanto piuttosto "da chi si augura la sua rapida estinzione per poter approdare, quanto prima, a un mondo globalizzato, dove la comunicazione corrente sia affidata ai dialetti e quella culturale al basic English" (L. Serianni, Finalmente una riflessione sul nostro idioma, in "Pagine della Dante", anno LXXIV, serie 3°.-n. 3, luglio-settembre 2000, p. 10). Vi è infatti, sottolinea Serianni, un atteggiamento diffuso nel costume nazionale che porta -nella conversazione fra due intellettuali, negli articoli di giornale- "a trovare sempre piú verde l'erba di un qualsiasi vicino […]; è un miscuglio di provincialismo (la secolare paura di essere emarginati, di contare poco spinge a scimmiottare o a idealizzare le culture altrui), ma anche genuino desiderio di integrazione" (Ibidem, p. 10).

Se è bene, dunque, che il patrimonio linguistico del nostro popolo venga tutelato, ció non puó certo farsi vietando l'uso dei forestierismi nella vita privata. Importa, invece promuovere l'italiano negli usi pubblici (si veda, ad es., la proposta di legge n. 5395 presentata dall'On. Novelli l'11 novembre 1998), evitando stranierismi di scarsa comprensione per la totalitá dei cittadini, ma anche perseguendo "una lingua il piú possibile chiara e comunicativa" (L. Serianni, cit., p. 10); opporsi alla tendenza "di passare senz'altro all'inglese in quanto lingua internazionale in tutti i casi in cui la comunicazione possa avere anche un destinatario non italiano" (Ibidem, p. 11); rafforzare la coscienza dell'italiano come lingua di cultura, sempre tenendo presente che la cultura non si alimenta solo di letteratura, ma anche -e non poco- di scienza e tecnologia, le quali hanno identiche "possibilitá di esprimersi nelle strutture linguistiche di base (suoni, forme grammaticali, strutture sintattiche) della lingua di Dante" (Ibidem, p. 11).

Se l'italiano è ben lungi dal morire e l'intervento forse piú necessario a tutela della sua vitalitá dovrebbe essere quello di alimentare fra gli italiani la coscienza della nostra lingua come lingua di cultura nel senso piú ampio del termine, nessuno meglio di chi vive ed opera all'estero negli importanti osservatori costituiti dagli Istituti Italiani di Cultura puó testimoniare circa la buona salute della lingua di Dante a dispetto del fenomeno di globalizzazione al quale stiamo assistendo oggi a tutti i livelli. Anzi, proprio la crescente globalizzazione ha finito per agevolare poderosamente la penetrazione della nostra cultura all'estero, incentivando notevolmente l'interesse di moltissimi stranieri ad avvicinarsi ad essa, a studiarla e a meglio conoscere le ragioni della sua validitá mediante l'acquisizione di uno strumento indispensabile di comprensione come quello rappresentato dalla lingua. Oggi, infatti -grazie anche al fenomeno di globalizzazione in corso a tutti i livelli-, aspetti indubbiamente culturali del nostro Paese come la moda, il design, la cucina, hanno invaso il mondo, contribuendo a farci meglio conoscere ed apprezzare ovunque. All'estero, l'Italia non è piú soltanto il paese del sole, del bel canto, dell'arte e dei monumenti, meta tradizionale dei flussi turistici, ma è anche un paese che affascina milioni e milioni di stranieri per altre ragioni: per l'alta qualitá dei nostri marchi e dei nostri prodotti industriali wed artigianali, e per uno stile, dalla moda al design, che è la miglior prova di quel che è capace di fare la Penisola, coniugando armonicamente tradizione, innovazione tecnologica, originalitá e buon gusto. Non stupisce, a questo riguardo, che il "made in Italy", che ha ormai da tempo sancito il trionfo dello stile italiano nel mondo, costituisca una delle piú importanti motivazioni fra gli stranieri che si avvicinano alla nostra lingua e cultura in numero sempre piú crescente al fine di meglio conoscere le ragioni del successo italiano nel mondo. Cosí, se un tempo le motivazioni piú frequenti dell'interesse straniero verso l'Italia erano costituite dal turismo, dalla grande tradizione storica, letteraria, musicale ed artistica del nostro Paese, oggi esse sono sempre piú determinate dall'ammirazione per i nostri prodotti industriali ed artigianali, per le nostre innovazioni scientifiche e tecnologiche nei piú svariati settori, per il nostro stile di vita, che ha saputo conciliare con intelligenza ed equilibrio tradizione e modernitá. Una prova in piú, questa, che la cultura è un fatto globale e che fare cultura italiana oggi significa uscire dalla nozione restrittiva della cultura umanistico-letteraria tradizionale per abbracciare anche la cultura scientifica, tecnologica e materiale che della stessa cultura sono parti integranti ed inscindibili.

Se è indubbio che l'Italia e la sua cultura stanno oggi vivendo un momento di internazionalizzazione, è altrettanto vero che grazie ai successi dello stile italiano da New York a Singapore, da un capo all'altro del mondo, chi vive ed opera in altri paesi ha una chiara percezione dell'individualitá e dell'unicitá degli elementi fondamentali che caratterizzano la nostra cultura. Individualitá ed unicitá che non solo consentono alla nostra lingua di resistere alla "minaccia" della globalizzazione da alcuni paventata, ma che la mettono pure in condizione di far sentire a sua volta la propria voce in altre lingue ben piú diffuse dell'italiano, come lo stesso inglese, nelle quali la penetrazione degli italianismi è ormai d'uso corrente: da "ciao", a "primo" o "secondo" (per primo o secondo piatto), sino a centinaia di altre parole italiane sempre piú frequentemente usate in un'infinitá di paesi.

Ma vi è un ultimo punto sul quale è opportuno riflettere. Il progetto di internazionalizzazione di un Paese unico come il nostro, nelle sue varie articolazioni ed in particolare nel campo della diffusione della lingua e cultura italiane, deve anche tener presente una dimensione che manca in altri grandi Paesi industrializzati: quella dell'esistenza di importanti comunitá di milioni di connazionali che vivono nei vari continenti, ai quali si aggiungono alcune decine di milioni di discendenti di italiani che proprio in questi ultimi decenni, sull'onda dello straordinario successo italiano nel mondo, hanno dato corpo all'interessantissimo fenomeno di riscoperta delle proprie radici, con i riflessi immaginabili che tutto ció significa per la diffusione della nostra lingua nel mondo. Questa "dimensione" del nostro Paese è tanto piú importante in quanto i nostri connazionali e i loro discendenti sono sempre meglio integrati nelle strutture economiche, sociali ed anche politiche dei Paesi di accoglienza, costituendosi, cosí, anche in importanti veicoli di conoscenza e diffusione della nostra lingua e cultura nei Paesi di adozione. Come ha ben rilevato il Ministro De Mauro, il miglior manifesto per la diffusione della lingua nel mondo è rappresentato da tutti noi, dai 56 milioni di persone che, "pur conservando alacremente i loro dialetti e le lingue di minoranza, hanno imparato in questi anni a parlare abitualmente l'italiano, e dalle decine e decine di milioni di italiani che vivono nel mondo e con la loro operositá, il loro ingegno, testimoniano la loro appartenenza anche linguistica" (intervista al Ministro Tullio De Mauro, in "Pagine della Dante", cit., p. 4) ad una cultura.

(*) Il Dott. Francesco Jurlaro è giornalista ed ha diretto l'Istituto Italiano di Cultura di Caracas. Il presente articolo è già apparso su La Voce d'Italia, Caracas il 25.09.2000 ed il 4.05.2001.

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