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LE TENEBRE NEL MOLISE
Un'opera eccezionale di Giovanni Mascia


di Michele Castelli
micheleca@cantv.net

Ancora fresca di stampa, ci è giunta l'ultima opera di Giovanni Mascia, Le tenebre nel Molise. Liturgia, lessico e folclore di un antico rituale di Pasqua (Palladino Editore, Campobasso 2001).
L'autore mi è caro almeno per tre motivi: il primo perché nativo, come me, del Molise (Toro, nel suo caso), terra... / d'amori e di leggende, / di fragole nei boschi e d'abetaie / dove il cinghiale annusa tra giunchiglie / profumi di salvia (N. Iacobacci); secondo perché legato al mio nome non solo per l'ottima presentazione al Lessico santacrocese (Once Editorial, Caracas 1996. Ristampa Edizioni Enne, Campobasso 1999), ma anche per aver curato la versione italiana di Erase una vez... Giuseppe (Edición del Vicerrectorado Académico de la UCV, Caracas 1998), pubblicata nel volume In nome del Padre (Iannone Editore, Isernia 2000); e terzo per i suoi indiscutibili meriti come saggista i quali lo collocano tra i principali esponenti della cultura molisana contemporanea. Infatti, oltre ad essere fondatore e animatore della prestigiosa Rivista Sannitica, diretta dall'ottimo Michele Tuono, ha pubblicato diverse opere tra le quali A tavele de Ture (La tavola di Toro) [Editrice Lampo, Campobasso 1994], La Chiesa del Santissimo Salvatore a Toro (Editrice Lampo, Campobasso 1997), ecc.

Senza inutili raggiri retorici o di stile - come suole succedere con tanti saggisti, più preoccupati d'imbrattare pagine per giustificare il "volume" che di precisare con chiarezza l'obiettivo dell'opera - Giovanni Mascia sin dalle prime righe colloca il lettore nella comoda posizione d'interpretare con chiarezza le finalità della ricerca. Inizia, difatti, con la seguente, esplicita avvertenza: "Sono alla base di questi appunti il desiderio della conoscenza e l'impulso a tirare fuori dalle secche della nostalgia fine a se stessa aspetti e sensazioni e figure di un rituale della Settimana Santa ormai scomparsi, ma ancora ben vivo fino a pochi decenni addietro: l'Ufficio delle tenebre. La speranza è di ricondurre nel solco della realtà, non importa se passata, le persistenti suggestioni di una cerimonia liturgica che aveva il fascino di coinvolgere anche emotivamente intere popolazioni di anziani, giovani e ragazzi, specialmente questi ultimi, e che grazie a quel fascino riverbera oggi l'alone della leggenda". Per i lettori più giovani non è forse superfluo ricordare che nel rito religioso della Settimana Santa, denominato appunto l'Ufficio delle tenebre, la rievocazione della morte del figlio di Dio veniva drammatizzata con l'oscuramento progressivo, "una alla volta, dopo ogni salmo", delle tredici (in alcuni casi) o quindici candele sistemate in un candeliere a forma di triangolo. Quando l'oscuramento ("a scurdàte" in alcuni dialetti molisani, o "a scùrdia", o "a scùrdela", o "a trèmmete", o "a bbatte pòrte" in altri) era totale, ad un cenno del sacerdote "che consisteva nel battere con il Rituale sullo stallo del coro", invece di un "piccolo strepito", come appunto era previsto nel libro sacro, si scateneva un vero putiferio prodotto da grandi e piccoli con ogni sorta di strumento di legno preparato per l'occasione (si sa che la legatura delle campane impediva che si usassero strumenti di metallo). La descrizione più reale di quel momento tanto atteso del rito, la fa Raffaele Capriglione (1874-1921) nella sua opera inedita La Settimana Santa a Santa Croce di Magliano. Scrive il poeta: "A quel segnale [del Rituale sullo stallo del coro] scoppiò un enorme strepito, un fracasso quasi un terremoto, come se la chiesa crollasse. I ragazzi facevano rullare tutti di conserva i calascioni, le raganelle, le tricche-tracche; quello del bastone menava bòtte da orbi sul tavolo dei morti [il tavolo su cui si poggiavano le bare durante i funerali (nota di G. Mascia)]; l'altro del sasso percuoteva su di un banco, e quello dal martello tirava colpi sull'avantiporta come se avesse voluta sfondarla; senza contare gli uomini che ci davano su dei calci e dei pugni...".
Lo spunto per Giovanni Mascia di approfondire il tema della "scurdàte" (o delle tenebre nel Molise), sorge in occasione dello scambio epistolare con il noto ed illustre scrittore Gianluigi Beccaria quando questi, per la compilazione della sua opera Sicuterat, pubblicata nel 1999 con uno strepitoso successo, raccoglieva materiali per "esplorare la sopravvivenza del latino ecclesiastico nei dialetti delle nostre regioni" (G. de Lisio). Tra altri termini ancora in uso nel dialetto di Toro, il Mascia riportava appunto quello della "scurdàte", e di esso dava la seguente definizione: "Scurdàte, letteralmente Oscurata, ma vale Chiasso, Baccano. Un tempo, nel corso della funzione del venerdì santo di rievocazione dell'agonia e la morte di Gesù, come le croci agli altari, così i vetri alle finestre si coprivano, e il baccano infernale si faceva dopo lo spegnersi de' lumi, la cui sola luce illuminava il tempio. Il tutto per ricreare drammaticamente il passo evangelico che parla delle tenebre e del terremoto che accompagnarono il trapasso di Gesù. E' ancora in uso l'imprecazione Pe la scurdàte!".
Beccaria trova interessante la spiegazione del saggista torese, tuttavia è della convinta opinione che il frastuono dell'Oscurata simboleggia la scacciata del demonio dal luogo sacro, e lo dimostra nella sua opera Finafinorum con illustrativi esempi ed ineccepibili testimonianze nelle regioni settentrionali dell'Italia, che poi ratifica in Sicuterat quando estende la ricerca ad una più ampia area geografica. Perché, dunque, in Molise dovrebbe essere diverso?
Mascia, che sull'orma del Trotta ha studiato con devozione il passato della sua Toro nativa, prende atto della radicale posizione dell'interlocutore, ma non ha dubbi che almeno negli ambiti che gli sono vicini, "a scurdàte" si caratterizza per il chiasso, il baccano, il terremoto prodotto dai fedeli durante il rituale dell'Ufficio delle tenebre. Anzi, prendendo lo spunto dalla citata opera del Capriglione, oltre a passare in rassegna i manuali liturgici e la letteratura scritta sulle tradizioni popolari del Molise, si rivolge a "sacerdoti anziani, di diverse località, e a persone anziane di entrambi i sessi" con i quali corrobora sufficientemente la tesi sostenuta, contrapposta a quella del Beccaria.
La ricerca seria, puntigliosa è il pretesto per andare ancora oltre l'obiettivo proposto. Per esempio, il ripasso attento dei manuali liturgici e della letteratura popolare gli permettono di teorizzare con sicurezza sul "triangolo di luce", cioè il candeleriere colocato su "una colonnina di legno" (N. Di Donoato) o "su di un'asta di ferro nero" (R. Capriglione), e lo conducono alla sorprendente scoperta che in Molise esso contiene tredici anziché quindici candele raccomandate dalla Chiesa, anche se non gli sfugge il dettaglio che mentre nel frontespizio Mercoledì Santo dell'opera del Capriglione l'Erpice (il nome cólto dei candelabri) è disegnato dallo stesso autore con tredici candele, più avanti in un nuovo disegno appare con quindici.
Di altrettanta precisione è lo studio sugli strumenti di legno utilizzati durante il rito dell'Ufficio delle tenebre, come pure i termini dialettali con i quali sono designati in almeno 43 località, dividendoli in idiofoni a battenti metallici ("tricche tracche" [o "plicchepplacche"], "bbattemàrra" [o "bbattemàtra"], "traccagliòla" [o "tròccola" o "tròcciole"], "tavèlla" [o "tavelètte"], ecc.), e idiofoni a ruote dentate ("raganèlla" [o "racanèlle" o "rachenèlla"], "chirrecàrra" [o "chirre chirre" ], "rachenóne", " calascióne", ecc.).
In conclusione, questo nuovo libro di Giovanni Mascia si aggiunge alla ormai voluminosa letteratura che negli ultimi anni ha riportato alla luce gli aspetti più significativi del folclore e delle tradizioni del Molise. Per la robustezza scientifica e lo stile preciso, Le tenebre nel Molise si colloca tra le opere fondamentali nel suo genere, e sarà sicuro punto di riferimento per i futuri studiosi dei riti religiosi nelle terre del Molise, ed oltre.

 

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