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Cultura e Traduzione

di Marisa Napoli, Università Cattolica, Milano

1.1 Incontri interculturali nella transcodifica

Se guardiamo alla storia delle letterature non è difficile trovare esempi a supporto della tesi che da sempre il rapporto tra le culture si è avvalso di mescolamenti, assunzione di modelli, calchi, fenomeni sintesi, anche se ogni epoca presenta le sue modalità e i suoi caratteri di transcodifica e di traduzione.
Si può sottolineare quanto nelle storie delle letterature ci sia stato sempre un problema di 'migrazione' e quindi di bilinguismo o plurilinguismo.

Pensiamo al mondo latino e ai suoi rapporti con il mondo greco, dall'assunzione di forme letterarie e linguistiche già sperimentate e codificate dal mondo greco alla vera e propria contaminatio, ovvero la riproposizione in latino di opere greche attraverso riassemblaggi e rimescolamenti.
Oppure ripensiamo al fenomeno della traslatio studiorum dal mondo greco - latino al mondo medievale, di cui parla il Curtius, che vede nascere il concetto d'Europa proprio nelle sintesi culturali del mondo mediolatino (cfr, Ernst Robert Curtius, Letteratura europea e Medio Evo latino, La Nuova Italia, a cura di Roberto Antonelli, 1992 ).
In tempi più recenti, si possono analizzare i casi di scrittori emigrati in altri paesi, che elaborano esempi particolarmente significativi di scrittura, lasciando segni di innovazione nella lingua di arrivo.
E' il caso di Conrad che analizza Said (in Imperialismo e cultura).
Significativo è anche il caso Nabokov : Nabokov governa il linguaggio con estrema precisione, controllo e capacità di seduzione. E Nabokov stesso suggerisce di considerare il romanzo come metafora della sua appassionata storia d'amore di scrittore, di lingua madre russa, per la lingua inglese, anzi americana. "In Lolita, la metafora dell'assoluta inafferrabilità del linguaggio" si viene precisando come riflesso, tutto relativo e personale del rapporto ambiguo tra uno scrittore europeo e la lingua americana" afferma Luca Ronconi, che questo dramma bene rappresenta sulla scena con lo sdoppiamento di due Lolite: l'una, giovanissima che parla in americano e l'altra, più matura, che parla in italiano e che sostituisce l'altra nell'ultima scena. Nabokov stesso definisce la "sua tragedia privata" il fatto di aver dovuto abbandonare la lingua russa "così ricca, così libera, così infinitamente docile" per una "marca d'inglese di seconda qualità": lo scrittore è sedotto dalla ninfetta che sempre gli si nega, è affascinato ma sente di non poterla possedere; " nello stesso tempo è perseguitato da una fastidiosa imitazione del proprio linguaggio "materno". Al conflitto tra le due lingue corrisponde il confronto tra due opposte culture. Il protagonista, il dottor Humbert Humbert, è vittima dei propri lapsus, veri e propri deragliamenti linguistici, in bilico tra le due lingue.
In queste operazioni di transcodifica vediamo la ricerca di una lingua di comunicazione letteraria che si collega anche al problema della definizione dell'identità personale dello scrittore e della letteratura nazionale: è l'annosa "quistione della lingua" di cui parla Gramsci nei Quaderni dal carcere, a proposito di una frontiera che passa all'interno dello stesso paese, soprattutto se questo paese ha abbattuto assai tardivamente le proprie frontiere storico - amministrative (1860-1870). In tal senso particolarissimo è il caso dell'Italia.
Dalle sue origini la letteratura italiana presenta casi ripetuti di traduzione linguistica dai dialetti ad una lingua unitaria che si è venuta costruendo, più o meno artificialmente, nei secoli.
Valgano soltanto due esempi:
· Manzoni, di lingua madre milanese/francese, si fa migrante e "va a sciacquare i suoi panni in Arno" per approdare a una lingua letteraria sulla base del fiorentino parlato dalle persone colte del suo tempo, che diventa il modello linguistico di italiano letterario per tanto tempo.
· Svevo, di lingua madre triestino/tedesco, migra anche lui a Firenze e regala all'Italia la lingua oltre che la struttura del nuovo romanzo del '900.
Il plurilinguismo e i diversi punti di partenza letterari, non sono stati dunque un impedimento alla creazione di una letteratura nazionale. Ricordiamo a tal proposito che Pasolini (in Empirismo eretico), piuttosto che gli svantaggi della frammentazione, mette in risalto la ricchezza che le diversità culturali e linguistiche sono in grado di rendere in termini di espressività, oltre la semplice funzione comunicativa.
1.2 Unificazione linguistica e appiattimento delle differenze
La koiné linguistica unitaria assunta attraverso canali diversi di unificazione linguistica si trasforma, negli anni Sessanta, in una forma di "colonializzazione" culturale dove l'universo televisivo con i suoi codici centrati sui beni di consumo e sulla lingua della televisione, uccide le differenze e le peculiarità (cfr. Scritti corsari). Gli strumenti del comunicare di M. Mach Luhan, a questo proposito, condensano nella metafora del "villaggio globale"una delle analisi più precoci ed acute della civiltà postmoderna. Giorgio Baratta, nella sua postfazione al testo di Said, ricorda come il "solipsismo televisivo di massa rischia di oscurare le potenzialità democratiche dei moderni mezzi di comunicazione" riportando il mondo più come immagine che come realtà. La scuola di Francoforte aveva messo al centro delle sue riflessioni il dominio dell'industria culturale, certo non solo sul piccolo schermo.
Il fatto che tra trenta o cinquant'anni non ci saranno più di seimila lingue (rispetto alle dodicimila che attualmente si parlano nel mondo, non rappresenta un impoverimento spaventoso dell'immaginario (Gaston Miron crf. Glissant, p. 45).
E' evidente che l'imperialismo militare, economico, culturale dell'occidente abbia lasciato un'eredità incancellabile sull'intera storia dell'umanità. Questo problema è messo a fuoco in tutto il suo peso da Said nel testo Cultura e imperialismo, che raccoglie le conferenze e i seminari universitari tenuti in diverse città del mondo tra il 1985 e il 1986. Per questo critico nomade palestinese il viaggio è parte costitutiva della sua biografia, conoscendo egli su stesso chi siano gli esuli, i nomadi, i migranti. Il cosmopolitismo di Said appare costruito su una pluralità espressa in termini di tensione "contrappuntistica", nel rispetto di ogni singolarità, nell'aspirazione ad una "varietas" sul modello dell'umanesimo leonardesco, come uno stesso raggio luminoso che "passa per prismi diversi e dà rifrazioni di luce diverse. ". La coscienza profonda dei guasti prodotti da secoli di dominio incontrastato di centralità occidentale è presente e vigile; accanto alla lucidità della denuncia essa attua una elaborazione costruttiva sviluppando incontri con l'altro nel rispetto profondo delle differenze reciproche, sull'esempio di Glissant.
1.3 La traduzione come strumento di educazione interculturale
Un rilievo particolare può essere assunto nell'approccio che proponiamo, dalla traduzione, intesa come atto "democratico"di transcodificazione o di passaggio da una lingua all'altra, da un codice all'altro (es. oralità/scrittura, letteratura/arti figurative o visive...), dal dialetto alla lingua nazionale, ecc. Facciamo nostro l'assunto di Lotman, quando afferma che le culture si "immaginano " e si definiscono reciprocamente"; diamo rilievo all'affermazione di Gnisci "Ogni testo possiede in sé le infinite potenzialità di tutte le traduzioni possibili in ogni lingua e in ogni epoca".(Gnisci, ibidem).
In tal senso ci sentiamo di condividere l'"ottimismo" circa la possibilità di tradurre, che tiene conto certamente di un certo grado di "arbitrio" insito nella traduzione stessa: esso deriva, del resto, dall'alto grado di polisemia dei testi letterari, che "provoca anche all'interno dello stesso contesto culturale interpretazioni lontane dalle intenzioni dell'autore". Lotman sostiene la necessità di non "demistificare" tali processi. Anche dove peculiarità e originalità di un sistema letterario vengono fraintese, il contatto tra due culture fa crescere entrambe, in termini di complessità comunicativa. Se la polisemia e le "disletture (misreading)" potrebbero portare all'intraducibilità, in realtà le "disletture" risultano " inevitabili ma benefiche".
D'altro canto siamo consapevoli che non sempre la traduzione è o è stata esercitata nell'ottica del rispetto interculturale. Proprio per questo alcune posizioni della cosiddetta letteratura postcoloniale si pongono su un piano di totale relativismo sostenendo, di fatto, l'impossibilità della traduzione "per assoluta diversità e incomparabiltà delle culture tra loro". La sfiducia è relativa alla consapevolezza della presenza, nell'operazione di traduzione, del colonizzatore che stravolge i valori intimi e i riferimenti culturali profondi della cultura dominata, di cui riporta la "sua" traduzione. Pur nella consapevolezza di questa realtà, articolate sono le risposte di altri studiosi che hanno un approccio comparatista alla letteratura.
Condividiamo la riflessione di Venturi su una "traduzione che non "addomestichi" il testo straniero, rendendolo conforme ai valori della cultura che lo traduce". Venturi propone a questo proposito una "traduzione "estraniante, che rimanga portatrice di una differenza, di una alterità dichiarata e manifesta. ( Gnisci, ibidem).
Un rischio evidente è che "sostenendo l'unicità della propria cultura si finisce per isolarla". Si apre la possibiltà di un territorio di frontiera come zona dell'"apporto" reciproco che arricchisce entrambe le culture che vengono a contatto. La comparatista cinese Yue Daiyun rileva che se una cultura non può essere tradotta essa in qualche modo si chiude alla conoscenza: le due culture che dovrebbero entrare in contatto si sclerotizzano e non inventano una sintesi possibile, serrandosi nelle inconoscibiltà reciproche. Naturalmente Yue Daiyun sa che se le culture dominate incontrano le culture occidentali da subalterne non è possibile alcuno scambio ala pari. Se invece "si approfondiscono i silenzi nelle produzioni culturali dei subalterni si capisce che ci sono sempre dei segni, magari non ascoltati, della volontà dei subalterni di parlare, esprimere la loro voce di dissenso". Il rapporto nuovo da costruire è dunque nella pari dignità, nell'uguaglianza " con gli uomini che si decolonializzano dall'Europa. La cultura A, entrando in contatto con la cultura B, vi apporta elementi del proprio modo di pensare , del proprio campo culturale che si rifrangono negli studi e nelle affermazioni dell'altra cultura, modificandoli. (Gnisci - p. 205).


2 Lingua e intercultura

2.1 Le modalità dell'apprendimento della lingua del paese accogliente

Quali difficoltà incontra chi arriva in Italia senza conoscere la lingua nell'accingersi ad apprenderla? Le gradazioni di complessità sono differenti a seconda della provenienza geografica, del ceppo linguistico d'origine, del grado d'istruzione, della conoscenza o meno di altre lingue. Alberto Sobrero fa notare che "Mettendo a confronto da un lato le maggiori lingue europee, dall'altro famiglie linguistiche da queste assai lontane per origine e struttura, le prime rivelano chiaramente un'aria di famiglia" poiché, condividendo tra loro le caratteristiche fondamentali, formano una "koinè". Risulta più difficile l'apprendimento per chi giunge da territori linguistici assai lontani e diversi. Ad esempio Whorf sottolinea che la "differenza basica tra nome e verbo non è valida in hopi dove - - "onda", "fuoco", "lampo" sono verbi come ogni evento rapido e di breve durata". (Sobrero - Ramat, p. 3). La differenza delle strutture profonde del linguaggio crea ostacoli sensibili profondi nell'apprendimento del lessico, delle forme sintattiche di base e nell'acquisizione complessiva della nuova lingua.
Maggiori difficoltà si riscontano in base alle molteplicità delle differenze: ad esempio, per lingue come il cinese che presentano caratteristiche isolanti, con scarsa modificazione delle parole, l'acquisizione dell'italiano, con alto grado di morfologizzazione, non è facile. I cinesi, nella segnalazione di relazioni temporali di tempo passato, danno particolare rilievo al ruolo del contesto e degli elementi avverbiali. Analogamente, in una lingua come il talog (Filippine) la frase è centrata sul termine che nella comunicazione s'intende porre in risalto, mentre nel nostro ceppo linguistico i singoli elementi sono basati sul ruolo sintattico che essi svolgono nella frase; osserviamo anche che tra gli europeismi, erroneamente chiamati "universali", tutte le lingue distinguono singolare e plurale. (Paolo Ramat: L'italiano lingua d'Europa, in A:A: Sobrero, Introduzione all'italiano contemporaneo, Laterza, Bari, 1993, vol. I
Nel processo di apprendimento bisogna certamente distinguere la percezione soggettiva dell'apprendente osservata dalla psicolinguistica. Fenomeni di transfer agiscono sull'acquisizione della L2: è naturale affidarsi a proprie preconoscenze che possono facilitare il compito dell'apprendimento, utilizzando ipotesi e schemi mentali e strutturali della L1. Ad esempio, la successione delle parole nella frase, che riflette uno schema mentale (e che è dunque anche acquisizione di uno schema mentale), fa senz'altro avvertire il proprio peso: nota a tal proposito, la posizione degli aggettivi prima o dopo il nome. Inoltre esistono interferenze anche nella diversa articolazione dei campi semantici: la distinzione o meno dei perché causali o finali possono favorire o sfavorire l'acquisizione della L2 (cfr. A. Giacalone Ramat, ibidem p. 365).
Importante, dunque, appare la mediazione didattica per abbattere gli ostacoli di fondo nell'acquisizione della lingua del paese accogliente.
Gli apprendimenti guidati di lingua che si basano su conversazioni in situazione e non su esercizi scolastici osservano e studiano meccanismi di apprendimento spontanei. La pragmatic mode ovvero le necessità concrete della comunicazione precedono la syntactic mode, come l'informazione data, le preconoscenze, precedono l'informazione nuova. La sequenza di acquisizione, l'ordine delle parole è auspicabile che segua anch'essa fattori psicolinguistici e cognitivi.
In quali forme il migrante apprende la lingua del paese che lo accoglie?
E' necessario, per studiare il fenomeno, "riportare il processo linguistico all'interno, alla mente del parlante. A Chomsky, in particolare, va il merito di aver sottolineato l'assoluta inscindibiltà della relazione pensiero - linguaggio, affermando in modo quasi provocatorio che la linguistica non è che una branca della psicologia. In realtà in Syntactic Structures C. sottolinea come l'intenzione linguistica ci dà la comprensione del messaggio e come l'informazione riguardante gli argomenti trattati dalla frase o dal testo fosse in qualche modo già contenuta nell'informazione che il soggetto possedeva nella sua testa prima e indipendentemente dalla ricezione del "segnale".
Osserviamo ancora come si manifestano le modalità dell'apprendimento pragmatico a livello lessicale: Le prime acquisizioni risultano essere "le interiezioni che sottolineano l'emotiva identificazione con gli elementi più istintivi della nuova lingua. I prestiti dei nomi, inoltre, si riferiscono in particolare a quelli "di più diretto valore denotativo che riguardano l'organizzazione sociale del paese ospitante, il lavoro, l'ordinamento scolastico, l'abitazione, l'alimentazione, i negozi, le malattie, ecc. (p. 434)". Vi sono poi alcuni prestiti che vengono assunti ibridamente in parole nuove quando "le parole vecchie più comuni vengono percepite incongrue con l'esperienza nuova. (Bettoni, L'italiano fuori d'Italia in Sobrero, Introduzione all'italiano contemporaneo , vol. II).

2.2 Linguaggio e identità

Anna Giacalone Ramat studiando i caratteri dell'italiano degli stranieri sostiene che è importante evidenziare il legame tra sociolinguistica e apprendimento, soffermarsi cioè sulle implicazioni socio-culturali e pedagogiche dei problemi linguistici. Utile un approccio compartivo nei processi di acquisizione delle lingue straniere. La lingua è infatti parte essenziale nei processi di formazione di un'identità sociale e culturale.
L'acquisizione della lingua risente anche della struttura familiare: se la struttura interna è autoritaria, o riservata, come nella famiglia cinese, dove il controllo esercitato verso i suoi membri tende a configurare la famiglia come comunità chiusa, le acquisizioni saranno quelle di base e non tenderanno a progredire nel tempo.
La motivazione ad apprendere è importante anche per quanto riguarda i progressi successivi: se il livello di lingua raggiunto è soggettivamente avvertito come sufficiente, vengono a mancare gli stimoli a migliorare. Gli apprendenti più giovani, e tra questi i bambini, sono viceversa favoriti per evidenti motivi: sentono in maniera più spiccata il bisogno di uniformarsi all'ambiente linguistico che li circonda.
Altre differenze nell'acquisizione della lingua si individuano a livello socio-psicologico e cognitivo, oltre che personale: attitudine, minore o maggiore ansietà, estroversione, motivazione ad apprendere nuovo linguaggio. Gioca un ruolo importante il contatto con i parlanti nativi nel tempo libero attraverso amicizie, rapporti di vicinato, lettura, fruizione di programmi televisivi, pubblicità , ecc....).
Un rischio da non sottovalutare mano a mano che si avanza nell'apprendimento della lingua del paese accogliente sta nella svalutazione o addirittura nella perdita della propria cultura e lingua, soprattutto da parte dei più giovani. Si gioca il rischio di una doppia marginalizzazione: l'esclusione nel nuovo paese e la percezione della propria cultura d'origine come inferiore o inadatta al nuovo ambiente.
Un modello positivo che ha favorito lo scambio piuttosto che l'esclusione è costituito dall'Australia che ha saputo praticare una politica multiculturale.
L'identità si costruisce mantenendo saldo un ponte tra la cultura e la lingua d'origine e la cultura e la lingua d'arrivo.
In realtà l'atto di traduzione che fa lo straniero riportando l'universo dei suoi bisogni, della sua cultura, del suo immaginario nel linguaggio del paese ospitante è lo stesso che compie colui che prova ad accostarsi alla cultura dello straniero: entrambi si troveranno di fronte al fatto che "è impossibile assumere nella sua interezza una cultura originaria", ma è necessario 'creolizzare' e nella consapevolezza della differenza avviare contaminazioni reciproche.
Gli anni Settanta hanno portato una notevole apertura anche sul versante delle problematiche educative, mettendo in risalto le reciprocità tra le culture e la necessità del mantenimento della lingua di provenienza accanto a quella del paese accogliente per uno sviluppo armonico delle possibilità espressive. E' stato infatti sottolineato come il livello di competenza raggiunto in una lingua seconda sia una funzione di quello raggiunto nella lingua prima. Il bilinguismo degli immigrati è stata paragonato, con espressiva metafora, a "due piante che crescono dalle stesse radici: se ne viene strappata una l'altra non può più crescere (...) (Commins 1979 - pp. 451-452). (Bettoni, ibidem).
I termini di reciprocità sono fondamentali per interpretare i più diversi aspetti dei fenomeni linguistici : nella costruzione sintattica, ad esempio, è imprescindibile partire da regole fisse, ma la straordinaria plasticità del linguaggio consente quella che Chomsky definisce l'infinita possibilità combinatoria del parlante, sottolineandone la creatività individuale, non certo in termini puramente idealistici. La lingua non deve in ogni caso essere vista in modo meccanicista, la sua peculiarità sta invece nella possibilità di applicare in modo sempre nuovo le regole, e nel cambiarle.
(Giovanni Nencioni: Lingua e linguistica in Cesare Segre, Intorno alla linguistica, Feltrinelli, Milano, 198 (pp.11-46)

2.3 Incidenza della nuova letteratura sulla trasformazione della lingua d'uso del paese accogliente

L'operazione che fa lo scrittore straniero appena arriva nel paese accogliente e ancora non possiede la lingua, è di traduzione da L1 (lingua materna) a L2 (lingua appresa).
Quanto più si allarga la comunità che parla una lingua, tanto più ne diventa tollerante la codificazione. (v. sistema dei pronomi, uso del congiuntivo).
Ma questo non sempre accade: è interessante rilevare l' operazione "mimetica" attuata sulla Lingua2 da parte del migrante adulto che se ne appropria. Molti, infatti, sono gli scrittori di origine straniera che apprendono la nuova lingua con maestria e la usano con precisione a volte più accurata degli abitanti del luogo. Avviene una sorta di spinta al mimetismo, una controllata adesione ai modelli canonici della lingua con un gusto del lessico aulico e spesso desueto. Contemporaneamente si verifica una sorta di rimozione della lingua madre e analogamente un distanziamento dalle radici culturali originarie.
Altre volte, invece, l'operazione attuata sulla Lingua2 da parte del migrante, in linea di massima adulto, che se ne appropria, è "ironica". Si tratta dell'assunzione di un universo culturale che rimarca le distanze tra i modelli. La riproduzione, volontariamente o no, segna una differenza. Sul moderno fronte delle letterature della migrazione Babha presenta così quella che definisce "imitazione ironica o mimicry": "l'atto mimetico del colonizzato è essenzialmente ironico e quindi la sua ripetizione degli atti dei colonizzatori è un momento di libertà parodica con cui il sottoposto ottiene dei vantaggi, ma attraverso il quale sviluppa anche la sua personalità individuale distinta da quella originariamente espressa nell'atto parodiato.
Un esempio, sotto un'altra angolazione, è contenuto sulle forme della riproduzione fonetica. L'assunzione del modello linguistico è un atto essenzialmente culturale ed investe le forme articolatorie, oltre che lessicali, sintattiche, semantiche. Nel film Train de vie il finto gerarca delle SS istruisce i suoi compagni ebrei a parlare tedesco e dice loro che devono destrutturare la loro pronuncia hiddish della lingua germanica, abbandonandone l'aspetto inconsciamente canzonatorio assunto automaticamente per riprodurre quella lingua straniera. L'attenzione è posta proprio sulla funzione ironica che segna la distanza tra universi culturali.

2.4 Il linguaggio secondo Glissant ovvero "il pensiero della traccia".

Rileviamo quanto significativo sia il contributo di Glissant nell'individuare modalità di relazione interculturale di nuovo spessore e rilievo. Con profondo acume egli ha saputo individuare un modo specifico di attuare lo scambio senza appiattire i protagonisti del mutuo contatto, valorizzandone, viceversa, le differenze.
La riflessione di Glissant assume notevole interesse anche per il particolare osservatorio che la contraddistingue: ragioni anagrafiche lo collocano in quel mar dei Caraibi che "si differenzia dal Mediterraneo perché è un mare aperto, un mare che diffrange, mentre il Mediterraneo è un mare che concentra". Le civiltà e le grandi religioni monoteiste hanno avuto origine intorno al bacino mediterraneo. Glissant evidenzia al riguardo la "capacità di questo mare di orientare, anche attraverso drammi, guerre e conflitti, il pensiero dell'uomo verso l'Uno e l'unità". Il mare dei Caraibi, viceversa, nella sua attitudine a diffrangere, "favorisce l'emozione della diversità" in quanto esso non è unicamente un "mare di transito e di passaggio, ma un mare di incontri e di coinvolgimenti" [...] In tre secoli nei Caraibi si sono incontrati elementi da luoghi e orizzonti assai diversi, creolizzandosi, originando qualcosa di imprevisto e nuovo: la realtà creola" (Glissant, 13). Ci piace utilzzare con il minimo mutamento le parole del bel testo di Glissant perché la capacità evocativa ed espressiva dell'autore rendono con maggior efficacia i significati che egli esprime. Ed è lo stesso linguaggio che il critico antilliano usa a testimoniare una pratica di creolizzazione che fa nascere il nuovo, un' "imprevista" originalità. L'arte del narratore creolo "è fatta di accumulazioni [...]con una caratteristica barocca della frase e del periodo [...] con una circolarità del racconto e un'instancabile ripetizione del motivo. Tutto ciò converge in un linguaggio che corre attraverso le lingue dei Caraibi., (inglese, creolo, spagnolo, francese). (G., 35). E altrove: "Ci si può ripetere": la ripetizione è vista come una "forma di conoscenza del mondo per cui si incomincia a sentire una novità al suo apparire". (G.,p. 28). L'arte del narratore creolo appare allora "la tecnica del detour, della deviazione, dell'opacità, della "creolizzazione nascosta" in cui si inventano parole, ci si ripete, utilizzando "una molteplicità di lessici e di linguaggi" (ibidem, p. 7). ). Glissanti nelle sue opere poetiche ha "scosso, perturbato, smantellato la lingua francese, creolizzandola. Il bisogno enunciato è quello di "rendere opaco ed evidenziare l'originalità del creolo rispetto al francese e l'originalità del francese rispetto al creolo" (p. 43) ricordando che in ogni caso la creolizzazione non significa confusione.
Va sottolineato, ancora a livello linguistico e letterario, un'ulteriore caso rappresentato da tendenze artistiche che operano una "deformazione aggressiva, volontaria, militante all'interno di una lingua mettendone in discussione l'unicità normativa". (ibidem, 45). Se la lingua creola è quella i cui elementi costitutivi sono eterogenei tra loro, non sarà chiamata creola "la superba lingua dei poeti giamaicani della dub poentry, come Michael Smith Linton Kwesi Johnson [...] che viene definito creolo giamaicano". In realtà l'espressione è impropria "perché si tratta della deformazione, geniale e aggressiva, di una lingua, la lingua inglese, operata dall'interno di questa lingua e dai sovvertitori di questa lingua" (p. 18). La dub poentry è una forma di poesia diffusa nei Caraibi anglofoni, che affonda le sue origini nella cultura popolare giamaicana e nella musica reggae; i poeti leggono i loro testi accompagnati da musica dal vivo.
Quanta parte abbia la lettura storico-politica nei fenomeni linguistici è di seguito illustrata e ribadita con lucidità priva di abbellimenti: "Mi sembra che possa esserci creolizzazione senza violenza, ma se cerco esempi non ne trovo!" (p. 42). Tuttavia dalla creolizzazione non si può prescindere nel nostro tempo, che non può più prevedere tipologie monolinguistiche di scrittura e di espressione perché oggi parliamo e soprattutto scriviamo "in presenza di tutte le lingue del mondo" attraverso aperture linguistiche che attestano come la propria lingua sia "dirottata e sovvertita" da ciò che storicamente accade riflesso nelle lingue, attraverso "rapporti di dominazione, di connivenza, d'assorbimento, d'oppressione, , d'erosione, di tangenza, ecc. - come prodotto di un immenso dramma, di un'immensa tragedia cui la mia lingua non può sottrarsi". (ibidem, p33).
La domanda che abbiamo riportato precedentemente sull'impoverimento dell'immaginario derivante dall'assottigliamento progressivo delle circa dodicimila lingue che attualmente si parlano nel mondo è affrontata da Glissant nella consapevolezza della necessità di un impegno civile, politico e militante per la conservazione delle culture e, sull'altro fronte, nel bisogno di "entrare nelle mutazioni decisive della pluralità riconosciuta come tale" (p. 46): l'arte, la poesia... devono contribuire a far avvertire che "l'altro non è il nemico, che il diverso non mi cancella, che se cambio nell'incontrarlo non significa che mi diluisco, ecc. "(p. 46).
Il pensiero di Glissant può essere condensato nella espressiva definizione, che egli stesso ne dà, di Pensiero della traccia. Per chiarirne i termini bisogna richiamarsi alla sparizione delle lingue africane in America causata dalla divisione dei prigionieri provenienti da stesse zone, ad opera degli gli schiavisti. L'antico "migrante" però "ricompone attraverso tracce una lingua e delle arti che possano essere accettate da tutti: es: linguaggi creoli, musica jazz, partendo da una traccia di ritmi africani fondamentali. [..] Il pensiero della traccia si oppone a pensiero del sistema o ai sistemi di pensiero" che propongono la "falsa universalità dei pensieri del sistema, mortale". (ibidem, 15). Assai suggestive sono le implicazioni di questo "pensiero della traccia", non dominatore e imponente, "un non-sistema di pensiero intuitivo, fragile, ambiguo" (ibidem, 22): esso si muove nel territorio libero della "non assimilazione", rinunciando all'"identità a radice unica che tutto uccide" per "entrare nel sistema complesso di un'identità di relazione" (ibidem, 21) che renda possibile, perché paritaria e feconda di possibiltà inattese, l'apertura all'altro.
Attraverso questo "pensiero- arcipelago, non sistematico" ritorniamo all'"Arte della traduzione": La traduzione, arte dello sfiorarsi e dell'avvicinarsi, è pratica della traccia. (p.38).
[...] Ogni traduzione suggerisce, attraverso il passaggio, una relazione, "il traduttore inventa un linguaggio necessario tra una lingua e l'altra, come il poeta inventa un linguaggio nella propria lingua. Una lingua necessaria tra una lingua e l'altra, un linguaggio comune a tutte e due, ma in qualche modo imprevedibile rispetto a ognuna di loro. Il linguaggio del traduttore opera come la creolizzazione e come la relazione nel mondo , perché il suo linguaggio produce l'imprevedibile. [...] La traduzione si presenta così come "arte dell'incrocio, del meticciato [...], arte della vertigine e dell'erranza che ci salva (p 37) [...] Arte della fuga da una lingua all'altra, senza che la prima si cancelli e senza che la seconda rinunci a presentarsi"[...] La traduzione è fuga, quindi rinuncia: poesia tradotta in altra lingua perde parte del ritmo, delle assonanze [...] ma bisogna consentirvi[...] Questa rinuncia è, nella totalità mondo, la parte di sé che si abbandona, in qualunque poetica, all'altro. Quando questa rinuncia è una sintesi felice somiglia all'arte dello "sfiorarsi, al "pensiero arcipelago", insegnando "l'incerto" (ibidem, 38).

Bibliografia

· Nabokov, Lolita sceneggiatura, traduzione di Ugo Tessitore; regia di Luca Ronconi
· Edward W. Said, Cultura e imperialismo, Gamberetti editrice, 1998
· Gnisci, Sinopoli e altri, Introduzione alla letteratura comparata, Bruno Mondadori1999
· Sobrero, Introduzione all'italiano contemporaneo, Laterza, Bari, 1993, 2 voll.
  Segre, Intorno alla linguistica, Feltrinelli, Milano, 1983
· Gallini, Clara, Giochi pericolosi, Frammenti di un immaginario alquanto razzista, Manifestolibri 1996
· Roberta Sangiorgi, Alessandro Ramberti, Parole oltre confini, TerrEmerse, Fara Editore, 1999
· AAVV, Mosaici d'inchiostro, Fara Editore, 1996
· AAVV, La lingua strappata, Testimonianze e letterature migranti, a cura di Alberto Ibba e Raffaele Taddeo, 1999, Leoncavallo   Libri
· Narrativa nascente, a cura di Raffaele Taddeo e Donatella Calati, quaderni Cres, ManiTese1994

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