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Il giornalismo nella letteratura italiana moderna e contemporanea
di Franco Mimmi

 

Giornalismo e letteratura non possono fare a meno di incontrarsi, e a volte di scontrarsi. Gertrude Stein disse a Ernest Hemingway che doveva scegliere: o giornalista o scrittore, perché entrambe le cose insieme non si può essere, ma Hemingway le diede retta solo fino a un certo punto e alla guerra di Spagna riprese il suo antico mestiere di corrispondente dal fronte per poi trasformare la sua esperienza anche in un romanzo, Per chi suona la campana. Questo non significa che la Stein avesse torto, ma solo che aveva torto nel caso di Hemingway. Lo avesse detto a Stephen Crane, per esempio, avrebbe avuto ragione. Senza avere mai visto neppure una scaramuccia, Crane scrisse Il segno rosso del coraggio, uno dei migliori romanzi di guerra. Ricevette allora numerosi incarichi di corrispondente dai campi di battaglia, in Messico, in Grecia, a Cuba, ma i suoi reportage dalla realtà non si avvicinarono mai al livello del romanzo: i colleghi in redazione dicevano che parlava molto di sé e poco della guerra. Insomma, come quasi sempre, regole vere non ce ne sono: giornalismo e letteratura possono incontrarsi o scontrarsi, tutto dipende dalle qualità letterarie del giornalista e dalla sua capacità di passare dal fatto alla categoria, tutto dipende dalla capacità dello scrittore di aderire alla realtà. Ma si può dire, sulla via tracciata dalla Stein, che è meglio non essere giornalista e scrittore nello stesso momento.

Certo è che giornalismo e letteratura vivono assai vicino da sempre, addirittura da quando i giornali ancora non esistevano, basti pensare a quegli stupendi reportages che sono le Storie di Erodoto. Pero', di questo passo, per arrivare al tema di questo intervento impiegheremmo non ore ma settimane, perciò facciamo un bel salto e atterriamo in Italia nella nostra epoca per una panoramica sui rapporti tra il giornalismo e la letteratura italiana moderna e contemporanea che sarà, necessariamente, rapida e incompleta. Non stupitevi, perciò, se ascolterete nomi inattesi e non ascolterete nomi che invece eravate sicuri di udire: è chiaro che quando si devono fare scelte tanto drastiche molto dipende dai gusti e dalle valutazioni personali.
Dunque, giornalismo e letteratura. Si vede innanzitutto che, da quando ci sono i giornali, quasi non c'è scrittore che non vi collabori, e questo perché può capitare, come fu nel caso di Italo Svevo, che a volte i giornali lo trattino meglio che non le case editrici, ma anche perché, per la maggior parte degli autori, i diritti sulle copie vendute non consentirebbero di sopravvivere. Sull'altro versante, non c'è giornalista, o quasi, che non si lanci nell'avventura di scrivere un libro.

Nei casi peggiori quel libro non sarà altro che una raccolta di articoli, che purtroppo quasi mai hanno le qualità necessarie per sopravvivere alla periodicità del giornale su cui sono apparsi. Ma finiscono rilegati dalla presunzione opposta, che consiste - come si legge in uno di quei libri, di cui ometterò l'autore - nel pensare di "offrire una serie di modelli empirici interpretativi della fenomenologia sociale, attraverso la descrizione di avvenimenti e di situazioni che, all'interno di tale struttura logica, finiscono col diventare pretesto per una riflessione di carattere più generale e non affatto congiunturale".

In altri casi, i giornalisti scrivono sul giornalismo. A volte si tratta di libri didattici, ovvero su come diventare giornalisti, come deve scrivere il giornalista, e così via. Oppure sono libri sulla storia del giornalismo, tra cui quella famosa di Paolo Murialdi, o libri sul rapporto tra il giornalismo e alcuni aspetti della società, come possono essere la religione o la mafia, oppure libri in cui i giornali servono a rileggere la storia. In questo settore bisogna assolutamente citare il libro di un grande giornalista che la serietà e la modestia tennero sempre lontano dai riflettori: Franco Nasi, che nel suo Il peso della carta ripercorse in modo illuminante, attraverso gli articoli di giornale, la storia di Milano dall'unità d'Italia al fascismo. Ripercorre la storia, ma in uno scenario più vasto, anche Enzo Bettiza con il suo La cavalcata del secolo, che infatti reca come sottotitolo Dall'attentato di Sarajevo alla caduta del muro. Di Berlino, ovviamente.

Vi sono poi i libri che raccontano le figure epiche del giornalismo. Alcuni anni fa ne è uscito uno, di Luciano Simonelli, che si chiamava Dieci giornalisti e un editore e raccontava la vita di Gaetano Baldacci, di Luigi Barzini, di Arrigo Benedetti e così via. Più recente è invece un libro di Mimmo Candito, inviato della Stampa, che si intitola Professione: reporter di guerra, storia di un giornalismo difficile da Hemingway a Internet.
Ultima categoria, quella di giornalisti che parlano di se stessi. Io, per amoso che sia il collega, li evito accuratamente, sicché non sto a citarne nessuno.

Naturalmente il più alto punto d' incontro del giornalista con la letteratura è il reportage. I moderni epigoni di Erodoto sono bizzeffe, e le citazioni d'obbligo vanno a Henry Stanley, che percorse mezza Africa per andare a ritrovare l'esploratore David Livingstone, I presume, e a John Reed, fantastico spettatore di due avvenimenti come la rivoluzione messicana e di quella russa con i due libri Messico insorto e Dieci giorni che sconvolsero il mondo. Ma anche il reportage italiano può vantare alcuni grossi calibri, e di livello letterario anche superiore. Incominciamo con Edmondo De Amicis, conosciuto come scrittore ma che fu anche giornalista (tra l'altro per La Nazione dinze), e che ottenne i primi grandi successi, negli anni Settanta del secolo scorso, proprio con reportages di viaggi: in Spagna, in Olanda, in Inghilterra, in Marocco, in Turchia, in Francia. Poi sarebbe venuto Cuore a rovinare tutto, ma anche lì De Amicisinserì un piccolo reportage di viaggio che è Dagli Appennini alle Ande.

In quegli stessi anni, un altro interessante giornalista e romanziere fu Paolo Valera, un comasco che frequento' a Milano gli ambienti della scapigliatura, con le sue nuove formule narrative, e di cui rappresento' la seconda generazione, indirizzata ai temi di denuncia sociale : nel 1879, sulla rivista "Plebe", pubblico' una serie di articoli intitolati Milano sconosciuta, di fatto un reportage sulle miserie del sottoproletariato.

Autore di romanzi ovviamente naturalistici come Alla conquista del pane e La folla, per nulla disprezzabili, tanto che riscossero le lodi di Emile Zola, Valera pubblico' anche, nel 1924, un libro intitolato Mussolini in cui invitava l'omonimo personaggio a tornare al socialismo. Naturalmente il libro fu subito sequestrato. Ma non dimentichiamo, tra gli scrittori-giornalisti o giornalisti-scrittori di quell'epoca, quello che è certamente il più famoso di tutti in tutto il mondo: Carlo Lorenzini in arte Carlo Collodi, ovvero il creatore di Pinocchio. Le prime cose che Collodi firmo' con questo pseudonimo, il nome del paese toscano in cui era nata sua madre, furono proprio degli articoli giornalistici sulla rivista satirica "Il Lampione", che lui stesso aveva fondato nel 1848 negli stessi giorni in cui, poco più che ventenne, partecipava con l'esercito piemontese alla seconda guerra per l'indipendenza italiana. Intervenne la censura, a spegnere il lampione, ma pochi anni dopo Collodi fondò "La scaramuccia". Continuò a dedicarsi al giornalismo fino al 1859, quando si unì all'esercito di Giuseppe Garibaldi. Di ritorno a Firenze dovette accettare, per vivere, un impiego amministrativo, e per una sorta di curiosa nemesi fu nell'ufficio della censura teatrale, proprio lui che la censura l'aveva sempre sofferta, ma poi passo' alla Prefettura. Naturalmente non abbandono' mai la letteratura, ma senza brillare, fino a che trovo' la strada della letteratura per l'infanzia, prima con Giannettino e poi con il burattino più famoso del mondo, che poi non era un burattino ma una marionetta... Ma torniamo al reportage. Nonostante De Amicis, nonostante Valera, molti considerano, come primo grande reportage nella storia del giornalismo italiano, il famoso La metà del mondo vista da un'automobile, da Pechino a Parigi in sessanta giorni, in cui Luigi Barzini, giovane giornalista del "Corriere della Sera", descrisse il raid compiuto nel 1907 a bordo dell'automobile Itala. Quando uscì sotto forma di libro, il reportage si trasformò in un vero e proprio best seller dell'epoca, con molteplici riedizioni e traduzione in 11 lingue. Come mai tanto successo? Se date un'occhiata al dizionario enciclopedico Treccani troverete anche la voce barzinismo, nella quale si spiega: "Al tempo della gran voga di Luigi Barzini, si indico' con questo termine quel genere suo di corrispondenza, vivace, fantasioso, ricco di aggettivi e di colore". E qui, il dizionario continua: "Un genere divenuto ben presto, nei molti imitatori, stucchevole maniera. Certe derivazioni di esso durano tuttora". La voce è stata compilata parecchio tempo fa ma resta valida.

Tra le molte avventure che Barzini corse nella sua vita ce ne fu una più stanziale del raid automobilistico ma non meno pericolosa: fondare un giornale. E per distinguersi ancora una volta non lo fece in Italia ma a New York, con il "Corriere d'America", che aprì nel '23 e che diresse fino al 1931. Ma in questo campo prima e più di lui, viste le difficoltà inerenti al sesso, si era distinta una signora che davvero rappresenta l'incontro più significativo tra letteratura e giornalismo: Matilde Serao. A Napoli, mentre scriveva racconti e romanzi, lavorò nella redazione del "Corriere del mattino", poi si trasferì a Roma e con suo marito Edoardo Scarfoglio, un altro giornalista-scrittore, fondò prima il "Corriere di Roma" e poi il "Corriere di Napoli", nel quale pubblicava una rubrica mondana che divenne famosa: Api, mosconi e vespe. Sempre con Scarfoglio la Serao fondò poi "Il Mattino", che condiresse fino al 1904, data della loro separazione. Ma Donna Matilde poteva fare da sé, e lo dimostrò fondando subito un altro quotidiano, il "Giorno", che diresse per 23 anni, fino alla morte. Il mondo politico-giornalistico nel quale visse entro' anche nei suoi romanzi, come Fantasia, La virtù di Cecchina, La conquista di Roma. Se volete saperne di più, lo troverete nel libro intitolato Donna Matilde. La Serao, 'a signora di Napoli. Di un altro giornalista-scrittore, ovviamente: Antonio Ghirelli.

E vorrei ricordare anche quel discusso scrittore che, secondo Umberto Eco, "faceva arrossire la mamma". Pitigrilli, che era poi lo pseudonimo di Dino Segre. Oltre a scrivere romanzi come Mammiferi di lusso, Dolicocefala bionda, La vergine a 18 carati, Pitigrilli svolse anche una intensissima attività giornalistica che a un certo punto, visto che in Italia per lui tirava aria cattiva perché accusato di avere collaborato a reprimere gli antifascisti, lo porto' anche in America atina: il quotidiano "La Razón", di Buenos Aires, grazie alla rubrica di Pitigrilli intitolata Peperoni dolci, raddoppiò le vendite. Ma quell'uomo così disincantato non aveva una grande opinione del suo mestiere: "La servitù del giornalismo - scrisse una volta - consiste nell'arrivare alle nove del mattino in un paese sconosciuto, e a mezzogiorno spedire il primo articolo, dopo avere scambiato quattro parole col primo venuto e avere visto della città il tratto che va dalla stazione all'albergo".

È un giornalista, corrispondente da Parigi, anche Tito Arnaudi, il protagonista del primo e più famoso romanzo di Pitigrilli: Cocaina. E dal romanzo il giornalismo viene fatto beffardamente a pezzi, tanto che a un certo punto si legge: "Quanti servi che non parlano ci sono nel giornalismo! Noi non siamo esseri che vivono nella vita. Noi siamo sul margine della vita; dobbiamo sostenere un'opinione che non abbiamo, e imporla al pubblico; trattare questioni che non conosciamo, e volgarizzarle per la platea; noi non possiamo avere un'idea nostra; dobbiamo avere quella del direttore del giornale; ma neppure il direttore del massimo giornale ha il diritto di pensare col suo cervello, perché quando è chiamato dal consiglio d'amministrazione deve soffocare la sua opinione, quando ce l'ha, e sostenere quella degli azionisti."

Ma non c'è dubbio che, si dovesse attribuire a qualcuno la definizione di scrittore e giornalista maledetto, questo qualcuno sarebbe Curzio Suckert, che già lasciava intendere che tipo fosse nella scelta dello pseudonimo: Malaparte. Siamo, naturalmente, a livelli ben più alti che nel caso di Pitigrilli, sia sul piano del vissuto sia su quello giornalistico e narrativo. Diresse la "Fiera Letteraria" e "La Stampa", collaborò al "Corriere della Sera", e l'estremismo del suo carattere e dei suoi atteggiamenti non impediva che i suoi scritti fossero pieni di cinismo filosofico e d'acume. Per questo il suo Tecnica del colpo di Stato gli procurò la cacciata dal partito fascista e il confino. Quell'acume lo si ritrova nel realismo quasi documentario di Kaputt, che è più un reportage che un romanzo sulla seconda guerra mondiale, e lo stesso si può dire a proposito di La pelle e del periodo finale della guerra.

Va da sé che il reportage di guerra è un pezzo forte dell'incontro tra giornalismo e letteratura, e a volte esso può elevarsi a capo d'accusa nei confronti del giornalismo stesso. È il caso di un libro di Marco Guidi, intitolato La sconfitta dei media. Ruolo, responsabilità ed effetti dei media nella guerra della ex - Jugoslavia.

Nei giornali, il punto di incontro classico tra giornalismo è letteratura è stato la terza pagina, divenuta tanto emblematica che adesso la si trova a volte con quel titolo, terza pagina, anche se non è più a pagina tre. Un critico letterario, Claudio Marabini, ha dedicato tutto un libro a una indagine su giornalismo, narrativa e terza pagina, quella che lui chiama "Letteratura bastarda". A loro volta, poiché pubblicano le loro recensioni sui giornali, i critici sono un altro elemento di contatto tra letteratura e giornalismo, e bisogna aggiungere che assai spesso, dopo tanto criticare, cedono alla tentazione di gettarsi anch'essi nell'avventura e pubblicano un romanzo. Fanno bene: infatti, a differenza dei poveri scrittori, i critici non hanno difficoltà a incontrare un editore, e i loro romanzi sono sempre apprezzati dalla critica.

Poi ci sono quei giornalisti che stanno in un giornale ma in realtà sono eminentemente scrittori, come è stato il caso di Dino Buzzati, che lavorava al "Corriere", e di Giovanni Arpino, che lavorava alla "Stampa". Tuttavia le loro opere più importanti, come Il deserto dei tartari e Il buio e il miele, non prendevano spunti dall'ambiente di lavoro. Ha lavorato nei giornali tutta la vita un autore, Achille Campanile, il cui umorismo paradossale dovrebbe essere rivalutato. In genere di lui si ricorda Il povero Piero, ma io vorrei invece citare Battista al Giro d'Italia, la raccolta delle spassose cronache dal giro che Campanile scrisse nel '32 per la "Gazzetta del popolo". E non bisogna dimenticare che fu anche l'unico uomo al mondo a intervistare, sempre per la "Gazzetta", il mostro di Lochness.

Per decenni, nel secolo scorso, l'elemento più caratteristico della terza pagina fu un articolo che andava in apertura e che si chiamava "elzeviro". Il nome gli veniva dal carattere tipografico usato, che era appunto quello creato nel Rinascimento dagli Elzevier, la famosa famiglia olandese di librai, editori e tipografi. Negli anni Venti e Trenta l'elzeviro era per lo più la recensione di un libro, talvolta addirittura un raccontino, ma con l'andare del tempo arrivò spesso a trattare argomenti d'arte e di letteratura o anche di politica, poi sparì - almeno nella sua forma grafica tradizionale - da quasi tutti i quotidiani. Sopravvive invece, anche se episodico, il cosiddetto corsivo, che il dizionario descrive come "una breve nota, spesso di carattere polemico, tradizionalmente composta in corsivo". Non ha mai avuto le pretese artistiche dell'elzeviro, ma lo cito ugualmente perché talvolta ha raggiunto livelli di acume e perfezione letteraria. Fu il caso, per esempio, di Mario Melloni, che per anni firmò il corsivo di prima pagina su "L'Unità", il quotidiano dell'allora Partito comunista italiano. Coltissimo, elegante, eppure semplice e limpidissimo, Melloni usava lo pseudonimo di Fortebraccio, il personaggio dell'Amleto che entra in scena quando tutti i protagonisti sono morti, a raccogliere le testimonianze del dramma e a ordinare che venga reso onore al principe danese. I bersagli della sua satira erano i protagonisti della politica italiana, e il suo corsivo era la prima lettura quotidiana anche per molti di idee politiche diverse o addirittura opposte. Credo valga la pena di darvene un esempio. Ecco un corsivo che fu pubblicato nel 1973, intitolato "Da laggiù".

Le cronache del primo incontro tra il nostro presidente del Consiglio on. Andreotti e il presidente Nixon alla Casa Bianca, quali si potevano leggere sui giornali di ieri, erano unanimi nel registrare un particolare clima di simpatia e di cordialità. I due uomini non si conoscevano - notava il Corriere della Sera - ma "hanno subito sintonizzato". Ora, può ben darsi che l'on. Andreotti sia compiaciuto per questa "sintonizzazione", ma noi personalmente, se per caso "sintonizzassimo" con uno come Nixon, preferiremmo non farlo sapere.

L'arrivo del nostro presidente del Consiglio "da Williamsburg, dove aveva trascorso la notte con il suo seguito" (Dio mio, che confusione) è stato un po' misterioso. Ha scritto infatti Il Popolo : « Dalla ellipse dove atterrano gli elicotteri che non trasportino il presidente, l'on. Andreotti si è trasferito in automobile ». Quel "non trasportino" è oscuro. Quando gli elicotteri, negli Usa, trasportano il presidente, dove lo depositano? Sugli alberi? Sia come si voglia, l'ospite italiano è felicemente arrivato col suo seguito davanti a Nixon che lo attendeva sulla scalinata come Wanda Osiris e qui (è sempre Il Popolo che riferisce) "la banda dei marines ha eseguito alla perfezione l'Inno di Mameli". Siamo contenti, perché non potete immaginare come ci dia fastidio l'Inno di Mameli eseguito senza l'impegno che richiede, e sbrigativamente. È una musica difficile, ricca di chiaroscuri e, se ci capite, di perplessità, che vanno rese con affettuosa ispirazione. A un certo punto, quando finisce la strofa d'apertura e prima di passare a ripeterla con ritmo più svelto e più disinvolto, c'è un parapum, parapum, parapum pum pum pum pum affidato ai soli strumenti, che poche bande al mondo sanno eseguire col sentimento e col vigore richiesti. Ci piace sapere che i marines, così animosi e soavi, sono stati all'altezza della situazione.

Come sempre succede in queste cerimonie, non sono mancate le manifestazioni inutili. Mentre la banda dei marines eseguiva "alla perfezione", dopo infinite prove, l'Inno di Mameli, "una batteria piazzata sull'ellipse sparava 17 colpi di cannone". Ecco un omaggio gentile ma superfluo, perché quando il presidente Nixon vuole accogliere un ospite col saluto delle armi, basta che lo preghi di porgere l'orecchio: dalla Cambogia e dal Laos si sente benissimo il fragore delle bombe dei B52 che sterminano le popolazioni inermi.

Mi rendo conto che molti, nel pubblico, si stupirebbero se non facessi i nomi di Indro Montanelli e di Oriana Fallaci, che sono certo tra i giornalisti italiani più noti in ambito internazionale e autori entrambi di molti libri. Dunque, li nomino, ma solo per dire che Montanelli, seppure in possesso di un bellissimo italiano - asciutto, assai efficace, e che si potrebbe quasi avvicinare a quello di Leonardo Sciascia -, non ha scritto libri rilevanti, meritando forse una eccezione Il generale della Rovere. È la storia di un enigma che Montanelli visse personalmente: se il suo compagno di cella a San Vittore, nel 1944, fosse il generale Francesco Della Rovere, poi fucilato dai tedeschi, o il pregiudicato Giovanni Bertone. Ma la storia resiste al tempo piuttosto per il bel film di Roberto Rossellini con la splendida interpretazione di Vittorio De Sica. Quanto alla Fallaci, non l'ho mai ritenuta una buona giornalista sicché non mi prenderò il disturbo di spendere su di lei altre parole.

Invece ho sempre ritenuto un grande giornalista, il miglior degli ultimi cinquant'anni, Alberto Cavallari. Inviato speciale, corrispondente dall'estero, chiamato a dirigere il "Corriere della Sera" negli anni tristi della loggia massonica segreta P2, quando solo una figura integerrima e di grande spicco professionale avrebbe potuto restituire al maggiore quotidiano italiano il perduto prestigio, Cavallari era un uomo di grande cultura politica e letteraria, dotato di una finezza di scrittura nella quale si calava spesso una ironia sorniona. Di lui, oltre agli articoli e ai reportages, bisogna ricordare un delizioso libretto intitolato La Fuga di Tolstoi, dove si narra di come il conte Tolstoi, spinto dalla necessità ineludibile e finale della solitudine, alla bella età di 82 anni abbandono' una mattina all'alba la sua casa di Iasnaia Poliana e la numerosa famiglia portando con sé appena la piccola somma di 38 rubli, il suo pastrano e il suo cappello.

Fin qui abbiamo parlato di giornalisti-scrittori e di scrittori-giornalisti, però nella letteratura italiana non ci sono, che io ricordi, grandi romanzi in cui sia protagonista il giornalismo stesso, che troviamo invece in primissimo piano in opere straniere come le Illusioni Perdute di Balzac, o il Paese di cuccagna di Heinrich Mann, e naturalmente il Bel Ami di Maupassant (en passant: vi prego di notare che in tutti questi casi giornalisti e giornalismo sono la feccia della società. Come si dice in spagnolo: por algo será).

Giornali e giornalisti sono spesso protagonisti anche nel mondo anglosassone: ricordo un Tommy e Compagni di Jerome Klapka Jerome, l'autore di Tre uomini in barca, e un libro americano che mi prestarono alcuni decenni fa e di cui non sono più riuscito a ricordare l'autore: si intitola Tutti i giorni e di domenica, e racconta ovviamente le vicissitudini di un quotidiano. Mi permetto di citare il mio primo romanzo, Rivoluzione, che pure si svolgeva nel mondo dei giornali, e dove era protagonista un giornalista ma non il giornalismo.

In realtà, se non il giornalismo, in letteratura il giornalista come protagonista abbonda, e soprattutto nel romanzo poliziesco. È una cosa ovvia: in qualche modo un giornalista è anche un investigatore, sicché, nella letteratura di genere, può essere un valido sostituto dei più consueti poliziotti e detectives privati, avvocati e medici legali. Tra gli scrittori di genere che vanno oggi per la maggiore ce n'è uno, non italiano, che ama particolarmente i giornalisti e gli scrittori e nei suoi romanzi ne mette un bel po'. Uno dei suoi personaggi, per esempio, è la giovane Olga Lavanderos, che lavora come praticante in una agenzia di stampa internazionale. Lo scrittore in questione è Paco Ignacio Taibo II, nato in Spagna, nell'asturiana Gijón, ma la cui famiglia si trapiantò in Messico quando lui neppure aveva dieci anni. Taibo incominciò a lavorare come giornalista prima di conoscere il successo come narratore in genere e giallista in particolare, e ha ricucito i suoi legami con la terra d'origine fondando una manifestazione ormai famosissima, la Semana negra di Gijón.

Io credo che il primo, in Italia, ad affidare a un giornalista il compito che di solito è del poliziotto o del detective privato sia stato Sergio Donati nel suo L'altra faccia della luna, negli anni Cinquanta. È giusto ricordarlo anche perché Donati fu uno dei pochi, insieme con Franco Enna, ad avere sufficiente coscienza delle proprie qualità per presentarsi al pubblico con il proprio nome e cognome e non con uno pseudonimo anglosassone. Ma poi scelse la strada del cinema, come sceneggiatore, e i suoi eroi, invece dei giornalisti, furono i pistoleros di Sergio Leone.

Ma indubbiamente i giornalisti più famosi della letteratura italiana recentissima sono quelli di Antonio Tabucchi: innanzitutto quello che dà il titolo al romanzo Sostiene Pereira, e poi Firmino, giornalista-investigatore in La testa perduta di Damasceno Monteiro. I critici sono stati concordi nell'attribuire una maggiore qualità letteraria al primo che al secondo romanzo, ma dal punto di vista della verosimiglianza giornalistica bisogna dire che entrambi i protagonisti non appaiono molto plausibili.

Non perché Pereira, contro lo stereotipo, non beve whisky ma limonate un po’ isgustose, con tutto quello zucchero che ci mette, ma perché è ben strano quel quotidiano della sera in cui lavora, il "Lisboa", che tiene il suo redattore culturale non in redazione ma in una stanzetta affittata in un edificio lontano. Questo redattore incarica a un giovanotto di scrivere necrologi anticipati di scrittori famosi per averli pronti quando quelli muoiano, quelli che in gergo si chiamano coccodrilli, e non sembra tanto logico, visto che la pagina culturale del "Lisboa" parte da zero, sicché avere proprio la biografia del morto sarebbe come azzeccare una cinquina al lotto. E ancora: Pereira vorrebbe il coccodrillo di scrittori mica tanto anziani e per giunta in buona salute, come François Mauriac, che all'epoca in cui si ambienta il romanzo aveva 53 anni e sarebbe arrivato a 85, o Georges Bernanos, che pure in quel momento aveva solo 53 anni e sarebbe campato per altri dieci. In realtà la scelta di quei necrologi è solo funzionale alla tesi del romanzo, e lo stesso vale per la redazione distaccata: indispensabile all'autore, perché sennò nulla di ciò che accade nel libro potrebbe avere luogo, ma poco verosimile: qualsiasi amministratore di giornale saprebbe come trovare un angolo in cui ficcare una scrivania pur di risparmiarsi l'affitto di un ufficio esterno.

E anche Firmino, che vive la sua avventura una cinquantina d'anni dopo Pereira, poco ricorda la realtà giornalistica. Inviato speciale a 27 anni? Molto difficile, persino in un quotidiano piccolo come il suo "O acontecimiento", a meno che non si goda di potenti amicizie che lui non sembra proprio avere. E la notizia su cui poggia il libro, un fatto di cronaca poco meno che banale, non sembra sufficiente a risvegliare le frenesie di un direttore.

Un altro particolare, minimo ma significativo. Diceva Ruggero Orlando, certamente uno dei migliori giornalisti italiani del secolo scorso certamente il miglior giornalista televisivo, che gli inviati speciali sono dei poveri che vivono negli alberghi dei ricchi. Forse non così al cento per cento, ma neppure è probabile che un giornalista approdi, anziché in un albergo di almeno tre o quattro stelle, in una pensioncina con tanto di pasti in comune come succede a Firmino.

Purtroppo la cosa più plausibile, nella figura giornalistica di Firmino, è che lui, in realtà, non scopre mai niente: tutto gli arriva per iniziativa altrui, e scrive quasi sotto dettatura. Ma ci si ritrova di nuovo, ahimè, nel campo dell'inverosimile, quando si pensa che le persone che lo chiamano, lo informano e lo guidano appartengono alla categoria degli onesti e dei benintenzionati. Questa sì, non c'è dubbio, è pura letteratura.

Perché, quando si tratta di grandi scoop, è meglio andarci cauti: spesso chi racconta le sue verità ai giornalisti ha scopi personali non sempre confessabili. Pensate al famosissimo scandalo Watergate, con il quale i giornalisti Woodward e Bernstein costrinsero il presidente Nixon alle dimissioni. Ancora oggi il loro informatore, che chiamarono "Gola profonda", resta misterioso, mentre, a pensarci bene, il peccato che costò la carica a Nixon era meno che rubare la marmellata, in confronto a quello che sta facendo in questi giorni in Iraq il suo successore George W. Bush.

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