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Io e Ruggero ci sedemmo su una panchina vicino alla stazione di Chacaito.
- Sa che mi piacerebbe tanto che lei mi raccontasse la storia della sua vita?
- Lo farei volentieri, ma è un po’ triste.
- Non importa, credo che anche il mio vero nonno abbia avuto una storia triste e forse è per quello che non me l’ha mai raccontata fino in fondo.
-Dunque, sono nato a Sorrento nel 1934, mio padre era un agricoltore, e mia madre badava a noi. Avevo 12 fratelli ed 1 sorella, ma viviamo ancora solo in 2. Tutti gli altri sono morti durante l’ultima Guerra mondiale: 10 fratelli sacrificati per che cosa?
Mia sorella ed io, siamo partiti nel 1945 in un piroscavo per La Merica, come si diceva allora, quando non si sapeva nemmeno dove si stava andando. E lì ho imparato tutto quello che sò sulle navi. Dopo un viaggio di 45 giorni siamo arrivati alla Guaira. Quando partimmo, dopo aver comprato il biglietto, non ci rimasero più soldi, e quando sbarcammo in America non avevamo da mangiare e neanche dove dormire. Ma durante il viaggio avevamo conoscuito Papà Pino e sua moglie Laura. Loro erano di Firenze, e non avevano figli per cui, mia sorella ed io fummo da loro adottati. Papà Pino aveva famigliari a Caracas e dunque chiese loro di ospitarci. Così prendemmo tutti insieme una carretta trainata da un asino ed arrivammo a Caracas a casa Guiseppina, la sorella di papà Pino. Lei abitava alla Pastora, un popolare quartiere di Caracas dove aveva una modestissima casa di poche stanze.
Dovevo assolutamente trovare un lavoro, per guadagnare un po’ di soldi e per poter alimentare la mia sorellina Gina che aveva 7 anni. Ma volevo anche collaborare con papà Pino e Giuseppina che continuava ad ospitarci ed a trattarci come se fosse relamente nostra zia.
Il primo lavoro che mi sono inventato fu quello di “scucià”. Sai cosa vuol dire?
-No, non ho mai sentito questa parola.
-Quando gli americani arrivarono a Napoli e si impietosirono dei bambini affamati che chiedevano loro la carità, chiedevano in cambio di pochi spiccioli che gli «shoe shine», che gli pulissero le scape, cioè. E così noi monelli fummo chiamati “scucià”.
- Ah, ma allora hai fatto un lavoro che già conoscevi.
- In un certo senso sì.
- E per quanto hai lustrato scarpe?
-Non tanto, solo tre mesi. Dopo, ho incominciato a studiare come pure la mia sorellina, dato che Papà Pino si commosse del fatto che tutto quello che guadagnavo con il mio umile lavoro lo consegnavo alla sorella che ci ospitava e ci dava da mangiare. A lui era andata meglio perché quando partì dall’Italia già sapeva fare il muratore ed ancor prima d’arrivare già aveva un posto di lavoro assicurato. Ma chi avrebbe assunto in un cantiere un bambino di 11 anni?
-Che uomo di buon cuore il signor Pino, vero?
-Grandissimo cuore, davvero. Dunque, al mattino andavo a lezione e per il pomeriggio mi ero trovato un lavoro in una fabbrica di scarpe dove dovevo incollare le suole alle tomaie appena confezionate. Ma la mia passione erano le navi, e qualche volta, quando avevo un momento libero, me ne andavo a La Guaira con i miei amici a guardare le navi che entravano ed uscivano dal porto.
Un giorno, quando ormai avevo 17 anni, stavo guardando come al solito le navi ed un marinaio mi invitò a visitare la sua nave. Nel corso di quella visita mi sono ricordato di tutto quello che avevo visto ed avevo imparato durante il viaggio dall´Italia al Venezuela quando il mio unico passatempo era girare per i ponti della nave ed andare a trovare i miei amici fuochisti nella sala macchine. Così cominciai a parlare con lui di questi ricordi che mi confidò che, da quando il cuoco di bordo se ne era andato, era rimasto senza amici a bordo. Mi disse pure che altri membri dell’equipaggio erano da poco sbarcati e mi chiese se mi sarebbe piaciuto lavorare sulle navi. Quando io gli risposi entusiasticamente di sì parlò con il Capitano della nave che volle conoscermi e mi offerse d’imbarcarmi con loro per il prossimo viaggio.
-Cheverissimo! A me non capiteranno mai queste fortune –interruppe Matilde rattristandosi un po’- a noi ragazze offrono solo di fare le cameriere o le commesse.
-Sì, è vero, bisogna ammettere che certe cose per i ragazzi sono più facili, ma aspetta che ti racconti come sono andate le cose e ti renderai conto che non tutto fu tanto facile come pensi.
Accettai la proposta, ma visto che la nave sarebbe partita dopo molto tempo, dato che aveva bisogno di entrare in bacino di carenaggio, nel frattempo faci l’aiutante degli addetti alle pulizie del porto. Anche in quell’umile incarico ho avuto modo di dimostrare la mia intraprendenza e dopo alcune settimane, durante le quali il Capitano non aveva smesso di osservarmi, partii per il primo viaggio sulla Penelope, la mia prima nave.
Il tempo trascorse ed io continuavo ad avanzare di grado. Nei lunghi periodi di navigazione studiavo per presentarmi agli esami per ottenere i brevetti che mi avrebbero permesso di diventare capitano di lungo corso. Costruii il mio sogno pagina dopo pagina e notte dopo notte sul ponte, aiutato, protetto ed addestrato da capitán Fernandez, che fu il mio ispiratore ed il mio maestro. L’11 febbraio 1964, finalmente ho fatto il mio primo viaggio come capitano di lungo corso al comando della Kamurí, che era una nave adibita all’importazione di scarpe dall’Italia, e che guarda caso faceva quel viaggio proprio per rifornire il magazzino di quella fabbrica dove cominciai a lavorare attacando le suole alle scarpe. Dopo quel primo viaggio, non ho mai più fatto altro lavoro che questo fino al 2000 quando mi sono ritirato per occuparmi della mia famiglia.

Apsara, Caracas, 17 novembre 2004.

Capitán Fernandez cede il timone a Ruggero durante una tempesta pochi istanti prima di patire un collasso,        
cosa che lo fa entrare ufficialmente nel mondo cei capitani coraggiosi      >
Come il nonno scoprì le ragioni per cui il cuoco ed altri membri dell’equipaggio sbarcarono alla Guaira   >>
Di cosa si rende conto Ruggiero quando dopo tanti anni di mare comincia a vivere a terra?        
Come si adatta alla nuova condizione e quali sono le sue reazioni? >>>

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