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Ricordare è vivere?

È arrivato di nuovo il giorno del ricordo. Un altro anno è finito e lui continua a svegliarsi nello stesso letto in cui ancora c’è la fragranza della sua pelle, un vero profumo naturale. Ha ancora gli occhi chiusi, come ancor chiuse sono le tende: tutto intorno è freddo. Non apre gli occhi e sente l’acqua uscire dal rubinetto del bagno; vede la sua silutte passargli davanti appena uscita dalla doccia nella penombra del mattino. Da anni è così, ma genera sempre nuova sorperesa, estatica ammirazione, immutato stupore. Ora sente il caratteristico suono della caffettiera e un aroma amaro e caldo penetra le sue narici. Adesso è lui che sta uscendo ed attraversa la porta per uscire senza un ti amo o nemmeno un semplice bacio. È ormai in strada ed una folata gelida lo sveglia completamente.

Apre gli occhi, la vita continua, il letto è vuoto, tutte le luci spente, il rubinetto chiuso e non c’è alcun rumore, né alcun odore o sapore, la vita continua insipida, un’altro anno è finito. Fatta la doccia e vestitosi fiaccamente passa davanti alla cucina senza guardare, tanto non ha fatto la spesa, si ferma davanti alla porta come imbambolato.

Forse è la nostalgia del giorno in cui si sono conosciuti, pareva una cosa semplice, immediata, autentica. Pareva una coincidenza, un sogno, una creazione della sua immaginazione che avrebbe cambiato la sua vita due volte. Se solamente avesse saputo...

È in macchina e rivede la scecna divertente di una festa specialmente riuscita. Lui tenta un giro di ballo con l’occasionale compagna di danze quando nella sua goffagine, tra un sgambetto e l’altro, si ritrova con tra le braccia la compagna di un’altro ballerino. È l’ultima ragazza arrivata in quella casa di studentesse. Si scusa arrossendo e riprende la sua legittima ballerina che lo guarda tra il divertito e l’annoiato. Ah, solo se lui avesse saputo...

Tra tutte le immagini che si susseguono ha oltrepassato uno stop senza fermarsi, anzi accelera, lasciandosi alle spalle il rumore, il suono infernale, ma reale della marmitta e continua. Lui sa dove sta andando. Adesso è alle nozze di qualquno, oh sì, sono le sue: la metà della festa dietro allo zio ubriaco che ne fa una più che il diavolo, offendendo qualcuno. Chi? Lei, la ballerina investita nella furia di un ballo che non controllava. Deve allontanarsi da lei per tutto il resto della festa per evitare che lo zio continui a importunarla. Ma lui ancora non sapeva...

Il profondo odore dei fiori che stavano davanti a lui lo fa ritornare alla realtà, sceglie quelli gialli, crisantemi, no, sono i fiori dei morti, diceva lei, chiede un’orchidea al fioraio come quella che videro in quel viaggio al tropico persa in una sordida boscaglia. Il fragore della vicina cascata gli si fece più vicino che mai, dov’era esattamente? Lei è ferma nel tempo dei suoi capelli neri e bagnati che le ricadono abbondanti sulla spalla, guarda un fiore bianco, dove fu?
Continua a guidare meccanicamente verso una memoria che gli si affievolisce. Gira. Gira ancoram e dopo dieci metri si ferma. Questo luogo gli è conosciuto ed alieno al tempo stesso, perché ci sarà venuto? Queti sono giardini di silenzio, di pace eterna, non è roba per lui tormentato e solo. Lo saprà ora?

Di fronte alla lapide c’è un giovane uomo. Sembra essere lì convocato da un muto appuntamento. In mano ha un mazzo di rose rosse e lo aspetta. Lui gli abbozza un sorriso che somiglia ad un ghigno. Il bambino si divincola nelle braccia della madre e con un calcio inconsulto rovescia sul tappeto un vaso di cristallo in cui era stato disposto un inmenso mazzo di rose rosse. Lui le vede chiaramente sparpagliarsi a caso, ma elgantemente, sul tappeto ed i cristalli scintillare in una nuvola iridescente. Anche le risate ed i gridolini si cristallizzano. È il momento di essere il padre, il momento della decisone. Non vi si sottrae, richiama all’ordine chi perde il controllo dalla troppa gioia. Ricorda che le cose non vengono regalate e non le si può rompere. Immaginava di non dover mai sapere...

I due uomini si salutano cordialmente, ora non vivono più insieme, e lui non ha mai amato questo suo unico figlio quanto la donna che glielo diede. Anzi ne fu pure geloso, però questo non lo confessa neanche a sé stesso. Dispongono i fiori nella fioriera, pregano, perdono tempo, vogliono, ma non possono ancora abbraciarsi. Forse dopo. Ora vedono insieme come su uno schermo quotidiano la cascata nera che nasconde lo sguardo di lei, due goccie i suoi occhi, neri di quel nero pieno della luce triste e forte che nuota nel latte della pelle di chi è arrivato al suo giorno «accettalo come io l’ho accettato: tu mi vedi uscire ed io mi vedo entrare; non lasci che me ne vada, sono stanca, lasciami andare». Se lui non avesse rifiutato di sapere, avrebbe saputo.

Finiscono la preghiera, si salutano e continua la vita. Il giorno finisce. La notte finisce. Si sveglia nello stesso letto in cui ancora c’è la fragranza della pelle di lei, un vero profumo naturale. Ha ancora gli occhi chiusi, come ancor chiuse sono le tende: tutto intorno è freddo. Respira profondamente quel delizioso aroma, quella deliziosa memoria, quel delizioso senso di abbandono che si vive quando si avverte il sopore della notte. Non vuole sapere e forse non saprà mai. Se avesse saputo, però, avrebbe scelto lo stesso così

Tina Sabato

Rimini, 23 novembre 2004

"Lui" Riuscirà ad abbracciare il figlio anche se lo ama meno della madre?           >
Questo amore ossessivo per "lei" gli consentirà di uscire dalla spirale del ricordo e di ricominciare a vivere?        >>
Cosa resterà di tutto ciò che vedeva e sentiva da addormentato quando si risveglierà alla luce?
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