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Gli angeli dell'ufficio

per Lilia

inizio: 21/VII/1992
conclusione: 20/XI/1992


Quando sprofondavo nei neri abissi della malinconia, il mondo non aveva più alcun senso per me: guardavo gli altri passare, intenti a vivere, come da un'infinita lontananza... Era quando la mente si perdeva nella nebbia dei pensieri: affondavo in un sogno, fra i suoi dolorosi, inafferrabili bagliori, mentre la realtà perdeva ogni concretezza; e la sofferenza diventava la dimensione del vivere. Chi non l'ha provato non può saperlo: sentivo il sangue scorrermi più lentamente nelle vene, il corpo appesantirsi sotto il suo peso insostenibile, il disgusto di me stesso salire fino alla gola; allora mi sentivo l'ultimo degli esseri, il più indegno di vivere. Mi dicevo, con la mente annebiata come dai fumi dell'alcool: "Devo resistere: supererò questo momento". Ma intanto la vita si spegneva dentro di me, come una stella ai suoi ultimi fuochi: ed era vano aggrapparmi a qualsiasi speranza, fosse pure la più luminosa. Mi analizzavo spietatamente, per rintracciare dentro di me ogni mio più labile errore, ogni mia più sottile imperfezione: scavavo dentro il mio passato con il coltello del vivisezionista, senza perdonarmi nulla. Era una sofferenza indicibile, ma di cui non potevo fare a meno: ad ogni ricordo una fitta al plesso solare, violenta e improvvisa come una scarica elettrica, mi scuoteva dai precordî, gettandomi un gradino più giù nel pozzo nero e senza fondo della disperazione.

E la solitudune, la solitudine... Nel nero labirinto in cui vagavo soltanto l'angoscia m'era compagna: gli uomini intorno a me non erano che pallide ombre, simulacri senza vita d'una recita insensata il cui finale era già deciso. Allora mi sentivo lontano dai loro affanni, eppure con un desiderio struggente di parteciparvi: ah, poter assaporare la gioia piena e vera, non commista al dolore!... Poter pensare e fare liberamente, senza che miriadi di fantasmi m'affollino la mente, lacerandomela in un rovello inestinguibile, nel segno straziante della colpa!...

Se mi addormentavo, un sogno ricorrente turbava i miei agitati dormiveglia. Mi sembrava di calarmi in un pozzo nero e profondissimo: ne sentivo l'umidità ed il tanfo di chiuso mentre lentamente vi scendevo. Al fondo, quando la luce della superficie era come una stella lontana in cima alla mia testa, mi si apriva davanti un intrico inestinguibile di caverne sotterranee: io le percorrevo, a tentoni, colmo d'angoscia, distinguendo a stento nel chiarore lievissimo il contorno delle pareti. Di tanto in tanto, mentre camminavo, un raggio sottile di luce m'investiva dall'alto: io alzavo lo sguardo, e vedevo una pioggia di luce scendere come da un'apertura nella parete, da un'altezza vertiginosa. Il mio sguardo era abbagliato dallo scintillio come dalla lama d'un coltello, ed un senso d'impotenza e di soffocamento mi prendeva nel constatare come ormai fossi infinitamente lontano dalla superficie: poi la volta della caverna diveniva la distesa del mare; io la osservavo dal fondo, ebbro di terrore, nel trascolorare soave e tranquillo dei suoi riflessi turchini. Quindi riprendevo il cammino, col timore agghiacciante che il mare potesse crollarmi addosso, come l'onda gigantesca d'un maremoto. Ad un certo punto, mi accorgevo che non ero più in grado di ritrovare la via del ritorno: una scarica d'angoscia si diffondeva dal centro del petto, un senso disperato d'annichilimento mi svuotava d'ogni barlume di vita. Preseguivo attraverso caverne sempre nuove: scrosci di luce piovevano ogni tanto dall'alto, rischiarando il cammino. Non avevo una mèta: il mio cómpito era soltanto di trovarne una. Capii con orrore indicibile che vi avrei impiegato migliaia d'anni.

Percorrevo lentamente la strada verso la banca, ma non ero presente a me stesso: la mia mente vagava nel passato, inseguendo cose dimenticate. Un rumore, una voce, un'immagine mi richiamavano di tanto in tanto alla realtà: la più piccola azione allora mi costava uno sforzo immane, l'abbandono di quei pensieri che erano l'unica cosa al mondo che in quel momento m'interessava, che catturavano la mia attenzione con un'imperiosità che non ammetteva dinieghi, fino all'ultimo brandello d'energia psichica. Cercavo di convincermi, razionalmente, dell'inutilità di rimuginare su fantasmi che io stesso tenevo dolorosamente in vita nella mia anima oscura, ma come un cavallo impetuoso e selvaggio insofferente delle redini le emozioni divampavano ancóra più violente, accrescendo orribilmente la tensione e l'angoscia. Arrivai davanti alle porte girevoli a vetro: una breve fila vi stava davanti. I miei occhi si soffermarono sulle donne più giovani: due erano completamente trasandate. La prima aveva lo sguardo indurito e teso tipico della donna che ha assunto atteggiamenti maschili: i capelli neri ed arruffati le toccavano appena le spalle, non un'ombra di trucco le illuminava il grigiore quotidiano del volto; una maglietta scendeva sul jeans attillato, le scarpe senza tacco. La seconda portava occhiali scuri, una gonna larga sotto il ginocchio, scarpette di ginnastica: l'espressione dura ed arcigna sotto i capelli corti, i movimenti rapidi e decisi esprimevano non so bene se più un'ostentata sicurezza - l'aggressività della paura - od una profonda infelicità. Un'altra, invece, era vistosamente curata: morbidi capelli le scendevano sulle spalle, mentre la frangetta le incorniciava gli occhi freddi ed acuti; sotto la gonna corta ed aderente uscivano rosee gambe carnose, affusolate sopra i tacchi a spillo. I miei occhi, fissi alle scarpe luccicanti di vernice nera, si alzarono ad incontrare il suo sguardo: lei mi guardò di sottecchi, con quello sguardo che Ovidio definisce il più lascivo di tutti, sostenendo sfrontatamente il mio, finché io non abbassai istintivamente gli occhi. Il ragazzo che le stava accanto la abbracciò platealmente, pronunciando un'espressione volgare: lei rise con gusto, reclinando la testa all'indietro.

La luce del giorno che declinava faceva luccicare i vetri dell'ufficio: potevo osservare le sagome che vi si muovevano all'interno, eteree al lampo dei neon, scivolar via come pallidi fantasmi. Talvolta, attraverso i riflessi, le figure erano così indistinte da confondersi con i terminali dei computer, da divenire tutt'uno con essi. Raramente riuscivo a distinguere gli uomini dalle donne: i movimenti, i gesti, l'abbigliamento, le funzioni erano tali da confermarmi come il confine fra i sessi fosse ormai stato abbattuto da tempo. La ragazza con le scarpette da ginnastica ogni tanto imprecava sottovoce, agitandosi nervosamente; osservai più attentamente il suo abbigliamento: non aveva nulla che non potesse avere anche un uomo, tranne due minuscoli orecchini rotondi. Pensai che quelli fossero l'estremo confine, l'ultima differenza. Poi lei entrò, inghiottita dai bagliori taglienti dei vetri: la sua sagoma sembrò fluttuare, divenire trasparente come un pensiero, ingentilirsi attraverso un'incolmabile distanza...

Fu il mio turno: varcai esitante la soglia, entrando nel buio. Nell'ufficio, i lampi dei neon nei vetri iridescenti, il ticchettio delle tastiere dei computer, l'incrociarsi indistinguibile delle voci m'invasero con un senso di vertiginoso smarrimento, di timore indefinibile. Cercai di orientarmi attraverso il tramestio d'uomini e macchine, rivolsi lo sguardo al grande tabellone luminoso: era nero, con scritte in rosso che comunicavano le indicazioni per i clienti, assegnandoli inesorabilmente ai diversi sportelli. Capii che dovevo procurarmi un biglietto con un numero, premendo un bottone d'una macchina. Mi feci spazio attraverso la folla vociante e sudaticcia; lessi la sigla: "A-421-BX", nera su fondo bianco; al rigo sottotante: "La Banca ringrazia la gentile clientela". Compresi soltanto il significato della prima lettera (il tipo di operazione) e delle cifre (il numero d'operazione agli sportelli).

Fu allora che una nube di capelli mi balenò attraverso i vetri, facendomi trasalire d'improvviso: fu come una scarica elettrica nel mio cervello popolato di fantasmi e d'angosce. Lei si trovava in un angolo estremo del salone, lontano dalla calca come in un'oasi, un giardino concluso... Un movimento leggero della testa fece aprire i capelli a raggiera, in un lampo di bellezza: immediatamente intuii in lei la femminilità, mi ricordai le parole di Goethe sull'eterno femminino. Mentre la contemplavo come pietrificato, l'angoscia si mutò in un'estasi ineffabile: furono alcuni secondi lunghi come l'eternità in cui capii che forse lei avrebbe potuto salvarmi, farmi risalire l'inferno in cui ero sprofondato da sette anni. Si avvicinò allo sportello, trascorendo leggera sui tacchi alti, facendo ondeggiare la gonna a larghe pieghe: mi chiese, con un sorriso, cosa desiderassi. Io non seppi far altro che ricordarmi i versi di Holan: "La ragazza ti ha chiesto: Cos'è la poesia? / Volevi dirle: Già il fatto che esisti, ah sì, che esisti, / e che nel tremore e stupore, che sono testimonianza del miracolo, / e che non posso baciarti e con te non mi posso giacere, e che non ho nulla, e colui che è sprovvisto di doni / è costretto a cantare... // Ma non glielo hai detto, hai taciuto / e lei non ha udito quel canto." Lei mi guardò interdetta per qualche attimo, fissandomi interrogativamente, poi volò via.

Una tempesta si agitava dentro di me: mi sentivo confuso e prostrato, ma nello stesso tempo in preda ad un'esaltazione indicibile. Sette anni prima avevo fallito: stavolta forse avrei trovato la mia strada, avrei risalito lentamente la china. Feci la via del ritorno rimuginando il mio comportamento: che cosa stava pensando di me? Mi aveva almeno notato? Aveva riso di me, del mio silenzio? Oppure non ci aveva fatto neppure caso, ed i miei pensieri erano prigionieri dell'ombra gigantesca del mio Io?

La notte, feci un sogno: ero su un vascello, una goletta a tre alberi dalle bianche vele splendenti nel sole. La nave fendeva le onde turchine innalzando spruzzi di schiuma nel vento, come in un inno alle divinità del mare. Navigavo ininterrottamente da sette anni; di giorno, scrutavo l'orizzonte nella speranza di avvistare una terra: i miei occhi scorrevano avidamente il deserto d'acqua, abbagliante sotto i riflessi acuminati del sole; di notte, il rimorso e la colpa popolavano i miei sogni agitati. Una volta, a notte alta, seguivo con gli occhi alle stelle l'orbita delle costellazioni, quando venivo scosso da un fruscio lievissimo d'ali. Mi voltavo, e vedevo con la coda dell'occhio, alle mie spalle, un angelo in piedi sulla prua agitare lentamente le grandi ali: lo fissavo negli occhi, ma una sensazione di vertigine mi faceva vacillare, come se fossi entrato in un abisso smisurato; e un'angoscia tremenda s'impossessava di me. Mi guardava senza espressione, ma il suo pensiero mi risuonava nella mente come il canto soavissimo d'un controtenore: "Sette anni sono trascorsi, senza che tu abbia vissuto, ma soltanto vagato: il Signore, che ha avuto pietà di te, mi ha mandato per offrirti una possibiltà con cui spezzare l'incantesimo, rompere la maledizione. La terra che cerchi è una donna, che ti amerà e ti sarà fedele". Poi sbatteva vorticosamente le ali, innalzandosi in un vortice altissimo d'aria, fino a sparire dalla mia vista.

Al sorgere dell'alba sulla distesa azzurra del mare, avvistavo lontana una terra rossastra nell'aria ferma. Le vele al vento, mi avvicinavo per tutta la giornata fendendo l'acqua tranquilla, mentre il sole scendeva lentamente fra le onde, rilucendo nello sciacquio schiumoso: a sera, giungevo in vista della rada assopita d'un porto. Sbarcavo, m'incamminavo per la città sotto i portici oscuri battuti dal vento: assaporavo nelle narici l'odore acre del mare, gli spruzzi di salsedine che l'aria mi portava gelida. Solo di rado incrociavo qualche persona, avvolta negli abiti per ripararsi dal freddo: la gente mi evitava, vedendo la mia sagoma nera e il pallore abbacinante del volto. Un senso d'infrenabile sonno gravava sui miei occhi stanchi, sulle membra intirizzite dal gelo: di tanto in tanto mi volgevo indietro, a guardare il mare nerissimo, le candide stelle che si erano accese nella notte cupa; il vento ora si era fatto impetuoso, e gli spruzzi delle onde s'innalzavano fino al cielo. Mi fermavo ai portoni, ma quando battevo il battaglio nessun suono ne usciva: solo udivo il sibilare del vento e il rombo sempre più lontano del mare. D'improvviso vedevo una figura tutta vestita di bianco svoltare ad un angolo: io la chiamavo, ma, per quanto mi sforzassi, nessuna voce usciva dalla mia gola. Allora raggiungevo di corsa la svolta, e vedevo la sua ombra fluttuare sotto il portico, le sue vesti bianchissime fuggire leggère nel vento... la inseguivo, preso da una frenesia incontenibile... i candidi veli sembravano d'oro, al lume flebile della notte... poi la vedevo imboccare le rampe d'una scala medievale, ai piedi d'una torre altissima... i gradini erano buî e ripidissimi, fino a perdersi nel buio: mentre salivo, sentivo l'odore umido del muschio, ne intravedevo nell'oscurità il riflesso smeraldo... appena mi fermavo un attimo per riprendere fiato, sentivo il mio respiro affannoso nel silenzio dell'ora, percepivo l'angoscia che mi divorava lo stomaco come un'animale vorace... vedevo la sua sagoma eterea ascendere i gradini, salire vorticosamente nell'aria, stagliarsi bianchissima contro la luna... i veli, i candidi veli nel vento... effondevano chiarori di perla, trasparenti nel bagliore lunare... spariva alla mia vista sull'ultima rampa... era lì, in cima... superavo l'ultimo gradino, la cercavo avidamente con gli occhi... ma non la vedevo... solo il vento... il cielo nerissimo trapunto di stelle, la volta concava della notte... guardavo verso il basso... un baratro di centinaia di metri si apriva sotto di me... lei non c'era... un senso di vertigine e d'angoscia mi travolgeva, mentre i sensi mi abbandonavano... mi sentii sprofondare nel buio, cadere nell'abisso senza fine...

Allora mi svegliai, madido di sudore, con il cuore che batteva a mille. Ripensai a lungo all'incontro del giorno prima: il senso di vertigine e di paura che avevo provato appena ero entrato nella banca si erano mutati, per pochi attimi eterni, in una sensazione di beatitudine; ma la cosa più straordinaria era che tutto il mio passato per un momento si era trasformato, radicalmente, riaggiustandosi daccapo nella mia coscienza ottenebrata. Mi ricordai di quel che diceva Lukács nella Metafisica della tragedia: "Infatti soltanto il nostro sapere momentaneo e causale fa del passato qualcosa di concluso e di immutabilmente necessario. Ma un minimo mutamento di questo sapere, prodotto da un caso qualsiasi, getta nuova luce sull'"immutabile" - e in questa nuova illuminazione tutto muta di senso, tutto diviene altro. [...] il passato [...] è esso stesso fluente, luccicante e mutevole, passibile di trasformazione, non appena subentrano nuove conoscenze". Io avevo vissuto, in un "improvviso silenzio", uno di quei "grandi istanti, in cui si spalanca dinanzi a noi il vuoto di abissi sempre più bui": la mia vita, tutto il mio passato avevano avuto d'improvviso e nuovamente un senso; nella caducità del tempo, nel fluire lieve e inarrestabile degli anni avevo per un attimo trattenuto - o almeno così mi sembrava - i bagliori sublimi dell'eterno. Anzi, proprio nella caducità aveva posto la sua sede l'eternità: era questo il satori, la suprema illuminazione? Poi l'acqua del fiume del tempo mi era di nuovo defluita dalle mani disperatamente serrate intorno ad esso: ma quel momento era rimasto, una luce si era accesa lontana e meravigliosa, come l'oasi incantata d'un miraggio nel vuoto desolato del deserto. Cercai di ripercorrere mentalmente l'evento: capii sùbito che il suo nucleo era la coincidenza degli opposti, di là dalla maledetta ragione! Era accaduto all'interno del tempo, ma era fuori del tempo; era di un'abbagliante chiarezza, eppure era di là da ogni definizione; era avvenuto nel mio Io, ma rimandava all'altro oltre me stesso... L'emozione fondamentale, via via che tentavo accanitamente di rivivere quegli attimi, era in effetti di stupore di fronte ad un ampliarsi ed approfondirsi improvviso e vertiginoso della percezione, a un'espansione prodigiosa del Sé: quella che i filosofi chiamano la Selbsterweiterung. Per un momento mi ero conosciuto, avevo incontrato me stesso com'ero realmente: ecco cos'era la Selbstbegegnung di cui parla Bloch! E mi ero sentito meravigliosamente scaricato del peso tremendo che gravava ogni mio istante, anche il più lieto: sì, finalmente ero stato vivo, per la prima volta dopo sette anni!

Ripercorsi i giorni grevi della mia tragedia, l'errore terribile che m'aveva messo sulle tracce maledette di Edipo: volli scendere dentro l'abisso che mi si apriva dentro, addentrarmi nei suoi meandri più segreti, arrivare alla verità ultima: sì, volli conoscere me stesso! Di un giorno mi ricordo più di ogni altro, mi martella la mente contro ogni mia volontà, come un fiume impetuoso travolge una diga: fu la notte in cui feci un sogno orribile, così orribile che ancóra mi tremano le vene al ricordo!

Ero seduto su una sedia in una stanza completamente vuota, rischiarata in modo uniforme da una luce forte e bianca; una porta nera si apriva nella parete, conducendo ad una stanza contigua. Momenti di silenzio assoluto si alternavano con grida e schianti di voci, rumori di oggetti scaraventati contro le pareti. D'improvviso la porta si spalancava: un vecchio terribile tutto vestito di bianco irrompeva con una violenza inaudita gridando parole incomprensibili, mentre il sudore m'inondava il corpo completamente paralizzato dalla paura. Mi domandavo che aspetto avessi, ma non riuscivo a vedermi, come se non avessi sostanza fisica: nell'altra stanza c'era uno specchio, in cui avrei potuto guardarmi, sapere com'ero fatto! Mi avvicinavo alla porta, ma un meccanismo elettronico faceva sì che, una volta entrato, non ne avrei potuto più uscire. Rimanevo incerto, per lunghe interminabili ore: adesso capivo che il vecchio mi aveva proibito di entrarvi. Alla fine varcavo la soglia: la stanza era completamente buia, e solo un grande specchio vi luccicava nel mezzo. Io vi giravo intorno, fino ad averlo di faccia: era allora che un raggio riflesso dallo specchio mi accecava, e vi cadevo dentro come inghiottito in un abisso senza fine. Mentre precipitavo, sentivo che la vita progressivamente mi abbandonava, uscendomi dal petto come un soffio d'aria: potevo vedere la mia anima allontanarsi in preda a una tristezza sconfinata, fino a sparire completamente dalla mia vista, nel buio.

Mi svegliai in uno stato di profonda prostrazione: rimasi per ore nel letto a rimuginare, cercando di capire cosa il sogno volesse dirmi. Allora il significato mi era ancóra ignoto: solo quando la malattia mortale si era ormai impossessata di me lo ebbi chiaro. A nessun uomo è dato conoscersi compiutamente: fu così che io intrapresi la via del non ritorno, l'amaro sentiero d'una lucida, geniale follia.

Da allora sono passati quattordici anni, in cui ho compiuto, mio malgrado, la mia progressiva discesa all'inferno: la mia mente ha acquisito, di giorno in giorno, una sottigliezza spaventosa; ogni avvenimento della mia vita, anche il più piccolo ed insignificante, è stato oggetto del mio pensiero per lunghe, interminabili ore: l'ho esaminato in tutti i suoi più sottili particolari, l'ho dissezionato come fa lo scienziato col corpo d'un animale che sta studiando, ne ho isolato ciascuna parte per analizzarla nel laboratorio della mia mente. Ogni gesto, ogni pensiero, ogni emozione ho cercato di riviverli in una sorta di psicodramma interno: ma ben presto mi accorsi che io capivo tutto, ma non comprendevo nulla; che le emozioni mi sfuggivano; che quanto più accanitamente vivisezionavo l'evento, quanto più ne coglievo i più riposti particolari, tanto più inesorabilmente mi sfuggiva l'insieme. Fu così che mi divenne chiara in tutta la sua lampante verità l'amara affermazione di Chesterton: "Un pazzo è colui che ha perduto tutto fuorché la ragione".

Lentamente la mia ferrata autoanalisi divenne una lotta contro il nulla: l'ultima che a un uomo fosse dato combattere. Sì, perché nulla, dopo ore ed ore trascorse ad analizzarmi, restava tra le mie mani, se non, appunto, il nulla, e una sensazione terribile di svuotamento, di prostrazione, di annichilimento: rivivevo i momenti più tristi, più umilianti della mia vita, senza tuttavia liberarmene, ma come rimanendo fermo davanti ad un ostacolo che non riuscivo a superare; alla fine mi restava soltanto quel senso di essere nulla che avevo provato già allora, come se il mondo intero fosse crollato sulle mie spalle e il mio cuore fosse stato svuotato di ogni sia pur minimo palpito vitale.

Sette anni dopo conobbi una donna: le rivelai molto di me, facendola entrare nei meandri della mia ricerca, portandola con me nel labirinto del mio vagare. Le dicevo spesso: "Vedi, io sono sulle tracce dell'antico Edipo..."; ma lei non sembrava prestarmi ascolto: forse non capiva cosa intendessi realmente dire, o non le interessava capirlo.

Era bella, e un che di luminoso le attraversava gli occhi; ben presto però mi accorsi quanto in lei la bellezza fosse macchiata dalla volgarità: espressioni rabbiose e triviali rovinavano il suono soave della sua voce, i suoi ideali ruotavano intorno a quella che lei chiamava "la mia realizzazione". "Abbiamo raggiunto la parità", diceva, "e possiamo fare tutto quello che vogliamo: è finita l'epoca dell'angelo del focolare! Certo, la famiglia ha una sua importanza, ma il lavoro per una donna viene prima, e il marito si deve adattare: a stare in casa più d'un paio d'ore di séguito mi sembra d'impazzire! Vorrei vedere te!". Quando io le facevo notare che in una famiglia ci sono dei servizi da fare in casa, delle faccende da sbrigare, il suo cipiglio diveniva fiero, come se stesse affrontando una battaglia decisiva, in cui o uccidi il nemico o ne vieni ucciso: "La serva di mio marito io non la faccio, nessuna la farebbe più oggi! Non sono mica una cameriera!". "I figli..."; ma non mi lasciava finire: "C'è la baby sitter: vuoi che una donna debba sacrificare tutta la sua vita a loro? Devono cavarsela da soli: non sta alla madre badarci! Ci pensi il padre: noi ci abbiamo pensato per troppo tempo!". Una rabbia cieca, montante le sprizzava dagli occhi, come se in lei si fosse raccolto il furore di secoli e secoli di storia: sentendola parlare, capivo fino in fondo cos'era quell'odio fra i sessi di cui parlava Nietzsche; quell'odio che, da ragazzo, mi faceva sorridere, quando pensavo che il rapporto fra un uomo e una donna fosse armonia e complementarità, miracolosa e irripetibile coincidentia oppositorum, supremo dono di Dio contro l'inguaribile solitudine umana, finale riunione degli esseri androgini separati dalla storia, come racconta il mito immortale di Platone.

Sì, non riusciva a comprendermi fino in fondo: eppure, nonostante i suoi atteggiamenti, di fatto non aspirava altro che al matrimonio, qualunque esso fosse. Da allora ho cominciato a pensare come le donne, pur con tutti i cambiamenti sociali della loro condizione e la loro sempre più completa omologazione all'uomo, abbiano spesso ancóra vivo l'antico desiderio della famiglia. Ma accanto al matrimonio lei voleva tutto: le amicizie, i divertimenti, il lavoro, la libertà più completa... Voleva anche dei figli, che l'avrebbero vista, nel migliore dei casi, un paio d'ore la sera; io, poi, potevo sperare di averla accanto soltanto la notte. Contai per molto tempo di poterla cambiare, di avvicinarla a me, al mio mondo: ma poi mi resi conto che non avrei mai ottenuto nulla, e che neanche sarebbe stato giusto: una persona è quello che è, e l'unico cambiamento che possa avere un senso è quello che si produce spontaneamente ed in profondità, in piena convinzione. Lei non poteva salvarmi.

Passarono altri sette anni, scanditi da una folle alternanza d'inguaribile malinconia, di dolcissime illuminazioni: per alcuni giorni felici assaporavo la gioia della verità che mi sembrava raggiunta, possesso meraviglioso ed esile come un filo sottile; poi nuovamente sentivo la vista interiore che si ottenebrava, lo scompiglio nel sistema neurovegetativo, e mi accorgevo che quella verità era stata solo un lampo ingannevole sul cammino d'un'illusione.

Poi vidi un angelo aggirarsi fra i lampi iridescenti d'un ufficio, placare con la sua presenza-assenza il ticchettio di voci e macchine, accendere nel mio cuore una speranza, soave, lieve e disperata: lo vidi agitare le ali bionde in uno sfavillio d'oro e di piume, fluttuare lieve nell'aria. Sospirava l'anima dolce, moriva in un soffio: illanguidiva lo sguardo stupendo, declinando un angelo d'aria e di luci; rideva, nel luogo ove dolce dimorava, librandosi in cuore, in un battere fitto di ali... posava in un'ombra, assorta d'aria e di luci, trascorreva silvestre al ritorno di fiamma: rinasceva negli occhi, nel cuore; volava in un lampo di chiaro splendore, nel cielo ove dolce raggiava; scendeva forme di luci, fatto d'aria e d'incanto... fluttuava lieve nel volo, inquieto d'amore, in un fremito d'oro e di piume; dispariva malioso, amoroso avvolgendomi: nel petto bruciavano stelle...

Avevo paura a conoscerla: avevo sempre constatato quanto fossero vere le parole di Leopardi. Avvicinarla avrebbe significato mettere a confronto la mia idea con la donna reale: e nessuna donna aveva mai superato questa prova terribile. E se avessi custodito la sua immagine dentro il mio cuore, se l'avessi coltivata come un prezioso fiore di serra nel giardino della mia anima? La sua conoscenza avrebbe forse distrutto il mio sogno, ed io mi sarei trovato di nuovo senza nulla: così, invece, avrei potuto tenerla viva per sempre nella mia vita, avrebbe potuto essere una traccia splendente a illuminare il mio cammino oscuro, come un'antica Musa. Ed io sarei stato come un poeta medievale, la cui felicità sarebbe dipesa dal suo sorriso, dal gesto tenue e sublime del suo saluto...

Allora feci un sogno: mi trovavo in un'anticamera buia; nella stanza contigua c'era un uomo seminudo, giovane e muscoloso, dalla testa rapata. Io, in preda al terrore, sbirciavo ogni tanto da una porta appena dischiusa: un sudore gelido m'irrorava copiosamente tutto il corpo, mentre dentro di me si faceva strada la sensazione che stesse per accadere qualcosa di terribile. L'uomo mi appariva di una violenza spaventosa, mentre io ero soltanto un bambino: il terrore si era mutato in un senso disperato di solitudine e di annichilimento. Capivo che l'unica possibilità di salvezza era di affrontarlo: solo così non sarei rimasto nell'anticamera per l'eternità.

Al risveglio, mi resi conto che dovevo rischiare, mettermi in gioco fino in fondo: solo così potevo vivere veramente, uscire dal mondo di pensieri e pallide immagini che da sette anni popolavano i miei giorni. Allora avrei potuto conoscere la felicità; oppure il mio dolore sarebbe stato di lacrime e sangue, ma non più di idee e di ricordi...

Cominciai ad andare più spesso alla banca: la osservavo attentamente facendo passare lo sguardo attraverso i sottili varchi che si aprivano tra la folla, oltre il riflesso dei vetri che rendeva la sua sagoma mutevole come un sogno, inafferrabile e lontana come un'apparizione... Evitavo con grande cura di farmi notare troppo apertamente: quando stavo per diventare più audace, del resto, mi bloccavano la vergogna e la paura. Passarono così alcuni mesi, nei quali se non altro mi sembrò di avere dato uno scopo più positivo alla mia vita; poi, un giorno, decisi di seguirla per scoprire dove abitava: usciva alle cinque del pomeriggio; io mi misi fuori della banca, da un punto dove potessi vederla senza essere visto. Pregustavo il senso dell'inseguimento, io che ero un grande appassionato di storie poliziesche: mi sembrava a volte che la vera vita - almeno come valeva la pena di essere vissuta - fosse tutta racchiusa nei noir cinematografici hollywoodiani degli anni '40 e '50, da Bogart a Cagney a Eddie G. Robinson.

La vidi apparire allo schiudersi delle porte di vetro, camminare alta e sinuosa sui tacchi a spillo: la sua figura sembrava scivolare, leggera e soave nell'armonia delle sue forme, ondeggiando nell'ampia gonna a pieghe. Il corpo di una donna è una sapiente variazione sul tema della circolarità: solo i tacchi possono conferirgli lo slancio architettonico di cui a bisogno, dare un'armoniosa bellezza alla fuga di linee che lo costituisce. E lei inverava meravigliosamente tutto questo.
La seguii con discrezione: la vidi per tre volte, da lontano, svoltare al termine di lunghe strade che scendevano quasi a picco in direzione del centro; i suoi abiti dai colori vivaci contrastavano col grigio e lo sporco dei palazzi, coi cumuli d'immondizia che ogni tanto si aprivano, orribili fiori metropolitani, sul ciglio della via. I muri erano pieni di manifesti mezzo scrostati: a volte i lembi pendevano fino a sfiorarmi. Nei punti liberi, scritte e disegni osceni d'ogni genere accompagnavano il nostro cammino. Di tanto in tanto alzavo lo sguardo al cielo, divenuto cupo, oltre le cime degli edifici: il vento che si era alzato, leggero ma insistente, trasportava ogni tanto, a folate, odori nauseabondi. A un certo punto, sentii dei giovani da un'automobile gridarle parole volgari, ridendo fragorosamente. A volte gruppi di passanti si frapponevano fra noi, coprendomi per qualche secondo la sua vista; sentii una coppia di adolescenti, mentre mi trascorreva accanto, litigare violentemente: la ragazza, quasi una bambina, rovesciava sul compagno una cascata di insulti triviali. Lei aveva lunghi capelli neri, e la classica tenuta adolescenziale: una maglietta, minigonna nera e mocassini marrone. Si persero in lontananza, mentre i suoi capelli s'innalzavano nel vento e le loro voci si facevano un rombo confuso.

Eravamo arrivati ad un parcheggio: la vidi, da dietro, aprire la portiera della sua auto; salirvi fra i baluginii dell'ultimo sole sulla carrozzeria luccicante: mentre era entrata con l'altra parte del corpo, la gamba sinistra, rosea ed affusolata sull'alto tacco lucente, rimase per qualche attimo estatico come attaccata alla terra - poi sospesa nell'aria -, fino a ritrarsi insieme alla portiera che si richiudeva.

Mentre l'automobile si allontanava, ed il rombo del motore si faceva lontano e indistinto, io rimasi per alcuni minuti a contemplare mentalmente quell'immagine bellissima, come a fissarla una volta per sempre nella mia mente: sì, avevo visto la bellezza, avevo capito che la dea suprema poteva mostrarsi, qualche volta, nel deserto della città, fiorendo meravigliosamente dal nulla, come nell'incantesimo d'un mago...

Il giorno dopo, l'aspettai, con l'auto, vicino al parcheggio; e quando partì, la seguii. Dal suo finestrino aperto giungevano, sulle ali lievi dell'aria, le note d'una musica soave: era Verklärte Nacht di Schoenberg, la Notte trasfigurata, che effondeva nell'aria tutta la sua austera, misteriosa malinconia. La melodia mi giungeva a ondate, nei suoi suoni ora aspri ora dolcissimi: ormai era scesa dolcemente la sera, e il mio sguardo s'incantava ogni tanto alle luci lampeggianti e multicolori delle automobili che mi precedevano, ai riflessi metallici delle carozzerie sotto le luci intermittenti delle insegne, alle immagini trasparenti e luminose che per qualche attimo si materializzavano inafferrabili nelle vetrine dei negozî...

Con un soprassalto mi accorsi che eravamo arrivati, come svegliandomi da un sogno: lei si era fermata davanti ad una saracinesca; la serranda si aprì, ma io non riuscii a distinguervi nulla all'interno; poi l'automobile imboccò una discesa ripidissima, inghiottita dal buio. Passarono per me alcuni interminabili minuti: perché tardava? Poi vidi la sua figura emergere progressivamente dall'oscurità, avviarsi lentamente verso l'ingresso d'un edificio; alzai lo sguardo: era un grattacielo, a forma di sottile parallelepipedo, tutto di vetro; agli ultimi piani, vedevo riflesso l'ultimo sole; oltre, una pallida luna cominciava a mostrare il suo volto di perla. Scesi dall'auto, e quando lei entrò nel grande cancello di vetro, la seguii, ed una visione si dischiuse ai miei occhi incantati: in un salone immenso, acceso dalla luce baluginante dei neon, lei, alta sui tacchi a spillo, trascorreva lontana sul pavimento ampio e lucido, dando il senso di sfiorarlo appena, di esservi magicamente sospesa sopra, infinitamente leggera...

Rimasi per alcuni attimi come pietrificato, mentre i miei occhi s'incantavano nello scintillio dei neon e la mente se ne andava nelle regioni del desiderio... Mi avviai verso il fondo del salone, ma d'improvviso una voce calda e soave mi fermò, chiedendomi dove stavo andando. Aveva risonanze che mi sembrarono indefinite, dolci e ed aspre, maschili e femminili nello stesso tempo; mi voltai per fissarlo in volto: era giovane, ed aveva lunghi capelli biondi, e lo sguardo chiaro e trasparente come l'acqua del mare; i lineamenti erano dolcissimi, ma insieme fermi e decisi... Lo guardai negli occhi, ma non riuscii a sostenere lo sguardo, profondo come tutto il tempo a venire... Mi ripeté la domanda, con il medesimo tono soave di prima, ma sempre senza alcuna intonazione, come modulata su uno strumento a fiato: io non sapevo cosa rispondere, poi balbettai con voce tremante che cercavo qualcuno, ma che dovevo aver sbagliato. Lui continuava a fissarmi negli occhi, senza far trapelare alcuna emozione; io non avevo altro desiderio che quello di andarmene via al più presto: non volevo compromettermi proprio lì! Mi avviai con passo incerto verso l'uscita, mentre sentivo ancóra il suo sgaurdo inespressivo fisso sopra di me: mi sentivo impacciato nei movimenti, e mi vedevo mentre aprivo goffamente il grande portone di vetro con gesti timidi e disarmonici... Poi finalmente fui fuori: l'aria frresca della sera metropolitana sembrò rivitalizzarmi, dopo l'esperienza sconvolgente di qualche attimo prima; le luci della città continuavano a cantare indifferenti la loro sinfonia alla notte... Lì dentro, almeno per il momento, non sarei più entrato.

Alcuni giorni li passai a decidere il da farsi: dovevo trornare là, ed eludere l'angelo-guardiano? Avrei avuto bisogno di quella misteriosa presenza per entrare in contatto con lei? Oppure dovevo avvicinarla alla Banca? E poi, le avrei parlato apertamente, o avrei cercato qualche scusa? E infine: dove avrei cercato il coraggio per prendere la decisione fatale, per compiere il grande passo? Furono giorni di sogni e di fantasie, di viaggi e di smarrimenti; di ricordi e di desiderî; di esaltazioni vertiginose, di dolcissime malinconie. Le pareti della mia stanza divennero le soglie ultime dell'universo, il luogo di tutti i luoghi, il centro indubitato del mondo.

Una mattina, infine, mi sentii pronto: fu il vento a svegliarmi battendo sulle imposte il suo canto alla vita; aprii la finestra e mi affacciai: l'atmosfera era tersa e limpida, e lontano, nel sole, si accendeva lucente il profilo azzurro del mare; il vento, fresco e chiaro, irruppe felice nella stanza, alzando le tende bianche in un vortice splendido d'aria. Mi guardai intorno: la luce inondava la camera con la sua presenza buona, carezzando gli oggeti dorati ed i mobili di mogano: lampi trascoloravano misteriosi sulle superfici rossastre, disegnando un sottile giuoco di diafane corrispondenze. Mi sembrava di avere sempre abitato in quella stanza, di conoscere fin nelle più riposte risonanze il linguaggio cifrato parlato da quei mobili, da quegli oggetti, da quelle pareti fatte chiare dal sole: era una lingua intessuta di luci, di lampi più o meno chiari; ma, a sera, morbide trasparenze ed ombre multiformi sostituivano la luce, assassinando il giorno; impercettibili riflessi nascevano tra i velluti rossi e le bianche tende del salone, correvano silenti sull'onda lieve dei ricordi, infiggendosi come luccicanti lame di coltello nel corso oscuro dei pensieri: luminescenze metalliche, caldi balùgini del mogano s'intrecciavano indissolubilmente cantando il loro inno alla notte.

Mi vestii da cowboy metropolitano: un paio di jeans neri dalle cuciture dorate, una bianca camicia di battista, un giubbotto di pelle nera... Scesi a grandi passi le scale, mentre una sirena risuonava nella tromba dell'ascensore; poi fui nell'aria aperta del mattino. Le strade si aprivano ai miei passi, al chiarore mattutino; gli ultimi uccelli del mattino cantavano il loro saluto all'alba che se ne andava, mentre i motori delle automobili in corsa di tanto in tanto facevano sentire il loro rombo nell'aria ancóra silenziosa. Percorrevo le vie costellate di rifiuti (i camion ancóra non erano passati): i cani randagi si aggiravano tra i cumuli di spazzatura, trotterellando da un mucchio all'altro; la strada recava ancóra l'umidità della notte, e sull'asfalto traslucido si specchiavano le sagome smagrite dei cani e le luci dei lampioni non ancóra spenti: il vento portava di tanto in tanto gli odori nauseabondi della città che si sveglia. Alzai lo sguardo verso l'alto: le sagome dei palazzi protendevano i loro alti balconi verso il cielo, smarrivano le loro cime fra pallide nuvole; ebbi la sensazione d'una prospettiva nuova, con le linee dei parallelepipedi che fuggivano velocissime verso l'alto come in un'architettura espressionista: mi sembrava a quel modo di avere una visione della vita completamente diversa.

L'immagine consueta, orizzontale, appiattiva ogni cosa, coglieva la realtà come una superficie, come la geometria piana, dimenticando tutte le altre innumerevoli dimensioni. I grandi matematici moderni, da Gauss a Lobacevskij, da Bolyai a Riemann, non ci hanno forse mostrato che la geometria di Euclide è solo una fra le tante possibili? La mia geometria era verticale: essa si muoveva in ogni dimensione dello spazio, a cominciare dalla prima e fondante, quella interiore. Le cose assumevano così forme e significati radicalmente nuovi, dai quali potevo guardare la 'cieca massa' come da un'infinita lontananza: certo, la mia 'diversità' diveniva allora fonte d'una più struggente nostalgia, e quella lontananza un incolmabile abisso che mi separava dalla vita vera d'ogni essere comune. Ma chi vive pensando non vive; perché la vita o la vivi o la pensi: il pensare la vita è un crudele non viverla, un'inestinguibile malinconia.

Intanto, il traffico cresceva rapidamente, ed un tramestio assordante di voci e clacson cominciava a udirsi, salendo alto nel cielo; di tanto in tanto, grida ed insulti emergevano dal rumore di fondo; la gente si faceva spazio fra le automobili in sosta lungo i marciapiedi. Presi ad osservare i loro volti: facce accigliate, feroci epifanie dell'angoscia e dell'infelicità; quasi tutti i più giovani portavano blue-jeans sdruciti e scarpette da ginnastica. Le donne avevano per lo più pantaloni o gonne lunghe su orribili scarpe senza tacco: camminavano in fretta e senza giuardarsi intorno; solo di rado un'ombra di trucco accendeva i loro volti anonimi, i loro sguardi spenti. Tagliai distrattamente la strada ad un'automobile, guidata da una ragazza con capelli corti e occhiali scuri, che masticava una gomma spalancando la bocca troppo larga: si voltò di scatto, mandandomi volgarmente al diavolo mentre veniva ingoiata dal traffico, dal fiume d'automobili in piena; la sentii continuare a mormorare insulti fra i denti via via che spariva alla mia vista, che si perdeva all'orizzonte. Anche lei era così?

Fu allora che mi ritrovai davanti alla Banca: fu come come un colpo al cuore, quando la intravidi attraverso i vetri, mentre molta della mia iniziale sicurezza svaniva come per incanto. Entrai, varcando la soglia lucente: il cuore mi batteva a mille, le mani mi tremavano, madide di sudore; mi avviai verso il suo sportello; e quando le fui davanti, sentii lo stomaco scendermi giù attraverso le viscere, come se avessi avuto un pugno in pieno addome. Feci appello a tutte le mie energie, recitando la parte della calma; ma mentre stavo per aprire bocca, fu lei a parlare per prima: "Si è deciso, finalmente!...", mi disse guardandomi con un sorriso appena percettibile, come se mi leggesse dentro. Lo sguardo era radioso, ma la sua espressione esprimeva un che d'indefinibile mistero, forse un'ombra di malinconica nostalgia...

Non riuscii a parlare sùbito, ma mi sentii comunque alleggerito a quelle parole: dunque mi aveva visto, si era accorta, nonostante tutta la mia circospezione, di me, dei miei pellegrinaggi al suo tempio, fra gli orrori indicibili della metropoli... Pensai di dirle dei versi (suprema follia!), o di farle un lungo discorso... ma alla fine feci la cosa più elementare: le dissi, semplicemente e con un lieve sorriso che cercava di ostentare calma e compassata sicurezza, "Posso venirla a prendere una di queste sere?". Se mi avesse detto di no, non avrei avuto più il coraggio di mettere piede in quella banca; eppure avevo bisogno di andarci... Mi guardò negli occhi, per alcuni secondi interminabili: io non riuscii a sostenere lo sguardo per più d'un attimo; poi disse, con voce flautata: "Venga domani sera alle cinque, qui davanti". Sentii come un calore, un fuoco immenso che divampava all'altezza del plesso solare e si estendeva per tutto il corpo, mi faceva bruciare come un albero in fiamme: "A domani" le dissi, mentre la salutavo; lei sorrise mormorando un "Arrivederla" che mi sembrò infinitamente musicale, nella morbidezza ineffabile delle suo molte liquide, aeree e trasognate sulle corde soavi della sua voce. Per qualche attimo eterno il rumore della vita si era spento, il brusio che saliva altissimo e costante nell'immenso salone, i bagliori delle luci, la calca crescente della gente si erano fermati, come pietrificati in un miracolo ineffabile. Poi tutto ritornò coma prima, mentre io cercai di guadagnare il più velocemente possibile l'uscita: nient'altro poteva accadermi di meglio lì dentro.

Ma quando fui fuori, non tutto era come prima dentro di me: qualcosa si era mosso, la mia visione del mondo ed i miei sentimenti non erano gli stessi di fronte a quel fiume in piena che li aveva attraversati e travolti per un breve attimo d'eternità; e l'euforia che aveva preso possesso di me mi faceva vedere le cose in una prospettiva completamente diversa, anzi direi proprio rovesciata. Possibile che lei non avesse nessuno? Così bella, così affascinante... Non era fidanzata né sposata? Oppure lo era, ma mi aveva detto di sì ugualmente? In fondo, nulla era ancóra accaduto: aveva solo accettato un appuntamento... Eppure, non riuscivo ad immaginarla se non purissima, benché non sapessi nulla di lei: la sua bellezza esteriore non poteva essere che l'epifania ineffabile della sua bellezza interiore! Ma se non fosse stato così? Sarei riuscito a sopportare la delusione? Forse quella era la mia ultima occasione: se avessi fallito, probabilmente non ne avrei avuta un'altra. E questo era terribile. L'orrore si affacciava timidamente nella mia mente, protendeva il suo teschio immondo tentando di scacciare la precedente, dirompente gioia; attaccando con essa una battaglia furibonda, mentre il tarlo della sconfitta cominciava a farsi strada nei meandri del mio cervello.

Lungo la via del ritorno, entrai in un negozio per un acquisto; preso com'ero nei miei pensieri, accennai a pagare senza aver preso ancóra nulla: la commessa mi guardò stupefatta: "Ma che fa?" mi disse con aria di rimprovero. Io trasalii, accennando un timido sorriso per dissimulare il mio imbarazzo: "Ah, mi scusi: ero distratto...", balbettai con voce fioca, implorando involontariamente comprensione con lo sguardo. Mi avviai, con gesti impacciati, a prendere la merce: avvertivo quei momenti, quell'azione da cui non potevo più tirarmi indietro come un supplizio indicibile, mentre sentivo gli occhi della commessa fissi su di me con un'aria di compatimento. Cercai di mantenere la calma, ritornando padrone della situazione: pagai, senza guardare in volto la commessa, di cui avevo ormai troppa vergogna per poterne sostenere lo sguardo; poi guadagnai con passo incerto ma il più velocemente possibile l'uscita, senza neppure salutare. Fuori mi sentii confuso e prostrato: sentii con orrore che avrei analizzato per ore quei momenti; poi mi ricordai di lei e dell'appuntamento di domani: il nuovo pensiero mi riempì di gioia, facendo passare in secondo piano il fallimento di qualche minuto prima, come cosa di poco conto. Fu come una diga che crolla, con il mare che invade la terraferma riarsa con tutta la sua inarrestabile, oceanica potenza.

Ero innamorato? Potevo dire di essere innamorato? Non ero mai riuscito a distinguere a fondo i segni ultimi dell'amore, a separarlo definitivamente da ogni altro sentimento, da qualsiasi altra sensazione: la bellezza, l'affetto, il desiderio, la mancanza... O forse l'amore era tutte queste cose insieme? Aveva ragione Aristotele quando diceva che l'amore s'identifica col senso di struggimento per l'assenza della persona amata? Erano interrogativi a cui non ero mai riuscito a dare una risposta soddisfacente, neppure sul piano soggettivo. A volte mi ero chiesto se non sarebbe bastato considerare l'amore desiderio sessuale sublimato: eros, ovvero fusione inscindibile di sessualità e sentimento. L'amore, allora, sarebbe stato anche e soprattutto un fatto culturale, almeno nel mondo moderno: era nato alle corti feudali di Francia, durante il massimo fulgore della dinastia angioino-plantageneta ed il declino di quella capetingia. Arbitre fra le due la regina Eleonora, la nipote del primo dei trovatori, Guglielmo IX duca d'Aquitania, sposa del re di Francia Luigi VII e poi di Enrico Plantageneto re d'Inghilterra; e la figlia Maria, contessa di Champagne. Intorno, l'arte sublime dei trovatori, l'ipostatizzazione inarrivabile dell'eros come frutto squisito dell'immaginazione e della follia, esaltazione vertiginosa dell'intelletto e del sentimento, sul discrimine sottile tra fisica e metafisica. Certo, prima di loro i classici, come al solito, già avevano capito tutto: l'amore, in Occidente, l'avevano inventato i Greci ed i Latini, da Catullo in poi. Il progresso dell'umanità, alle soglie del terzo millennio, era stato poca cosa fino alla fine del Settecento, e solo in quest'ultimo secolo la vita dell'uomo era radicalmente cambiata; ma soltanto sul versante scientifico e tecnologico: su quello umanistico, il mondo greco-latino aveva chiaro, in essenza, già tutto quello che abbiamo noi...

La sera, presi sonno soltanto dopo molte ore: ero troppo eccitato per addormentarmi. Euforia per l'attesa ed ansia galoppante nell'incertezza di come sarebbe andata mi divoravano l'anima, alternandosi in un caleidoscopio di pensieri e di sensazioni che non mancò, dopo qualche ora, di farmi cadere in uno stato di profonda spossatezza psico-fisica; e di lì nel sonno. Dormii pesantamente, anche se mi svegliai più d'una volta con la sensazione di aver sognato qualcosa di decisivo; infine, all'alba, quando, come dicevano i medievali, i sogni prefigurano la realtà, feci un sogno bellissimo e misterioso.

Volavo, ad un'altezza incommensurabile, in un cielo nerissimo: abbassavo lo sguardo, e sotto di me scorreva, veloce come il pensiero, una fantasmagoria di luci; erano di tutti i colori, e di colori che non avevo mai visto: luci grandissime, circondate da un alone che le circonfondeva, come se una nebbia sottile, o forse lo spessore stesso dell'aria, mi separasse da loro. Sentivo che avevano dei significati, che comunicavano qualcosa, ma passavo troppo velocemente su di loro per riuscire a coglierlo. Poi, improvvisamente, scendevo ad una velocità vertiginosa, fino a trovarmi in una pianura immensa: era così grande che non potevo scorgerne l'orizzonte... La vista era in parte impedita dalle luci, che s'innalzavano nell'aria tersa e nera come fantasmagorici fiori multicolori, una danza abbagliante di lampi e balùgini... Una malia indicibile s'impossessava di me, una malinconia dolcissima e senza fine... Ero già stato in quella piana, ma non ricordavo quando: era allora che sentivo una voce incantevole come trascorrere attraverso le luci... Mi guardavo intorno, ma altro non vedevo che l'immensa pianura e i lampi di luce: eppure sentivo la voce sempre più vicina, mi sfiorava, carezzava il mio corpo come un alito sottilissimo d'aria... Mi voltavo intorno, in tutte le direzioni, ma non c'era nessuno; e la mia malinconia si faceva ancóra più dolce: una trasognata, soavissima rêverie... Allora mi svegliai, in preda alla sensazione indescrivibile di essermi imbevuto in pochi attimi del sapere di millennî, di essere cresciuto psicologicamente nel corso soltanto di una notte...

Il giorno dopo, qualche minuto prima delle cinque, ero davanti alla banca: il cuore mi batteva veloce, ed avvertivo il consueto viluppo all'altezza del plesso solare, come una matassa tesa ed inestricabile che chiedeva disperatamente d'essere sciolta. Mi tenevo discosto dall'ingresso ed evitavo di guardare dentro, per non mostrarmi impaziente: poi, lei uscì per prima (gli altri impiegati sembravano trattenersi ancóra). La vidi avvicinarsi fluttuante nel vestito aderente, che ne modellava il corpo sinuoso come in un disegno liberty; alta sui tacchi a spillo rossi, le caviglie eleganti la libravano con una leggerezza impalpabile sul pavimento grigio, come se vi galleggiasse sopra; i lunghi capelli ondulati, attraversati dal vento, formavano una mezzaluna nera alla sua sinistra, come la coda splendida d'una cometa...

Appena mi vide, mi disse, semplicemente: "Salve"; io le risposi allo stesso modo, accompagnandola verso l'automobile; le aprii la portiera: con naturale eleganza la vidi salire; e a un movimento della testa, la capigliatura lunghissima si allungò dietro di lei, come una scia metafisica... Poi tirò a sé la gambe, e vidi il tacco rosso librarsi per un attimo nell'aria in una movenza sublime, come di danza, sparire mentre richiudevo la portiera metallica. Effettivamente era di una bellezza straordinaria, davanti alla quale si provava un misto di stupore e di soggezione.

Girai la chiave, accendendo il motore: la macchina partì con un rombo, immettendosi nel traffico della sera. Voltandomi per rivolgerle la parola, i miei occhi corsero alle sue gambe, le scorsero fino alle caviglie: anche seduta, non sembrava toccare il pavimento dell'auto, il tappetino un poco impolverato; erano lunghe e tornite come d'una scultura classica, e le caviglie mi richiamarono i versi bellissimi di Alceo: " Io ne sono sbandito // in esilî remoti. / Come Onòmacle, in tane di lupi / fui solo. La guerra? Un ricordo. / Lotta non vale, col più forte. // Ora, posato il piede al suolo nero, / vivo nel santuario, / fuori da tante pene, / in un molle calore di feste. // Vagano qui con gli strascichi lunghi le donne / di Lesbo, emule in gare di beltà. D'intorno / palpito d'ineffabili echi: femmineo / urlio, nell'annuale."

Le chiesi se le piaceva Schoenberg; lei si voltò con un moto di sorpresa negli occhi: "Lei sa proprio tutto...". Le note eteree e sublimi del Pierrot lunaire risuonarono attraverso le pareti dell'automobile; i miei occhi si posarono su un grande cartello illuminato lungo la strada, la réclame d'un cosmetico: vi campeggiava una donna in abito da sera, dalle forme perfettissime; i capelli erano neri, ma gli occhi azzurri e profondi come un mare in tempesta, e le labbra rosse e carnose... Il suo sguardo prometteva infiniti tesori: pensai come la pubblicità, la televisione e il cinema fossero gli ultimi luoghi in cui si potessero vedere delle donne; però soltanto nell'immagine; perché dietro l'epifania della bellezza c'era probabilmente la stessa anima di quelle donne in mocassini e pantaloni che trascorrevano veloci per le strade della città, eredi infelici d'una specie ormai estinta. E poi, una donna del genere in giro non la vedevi mai: chissà se perché era così rara e pregiata, oppure perché la bellezza poteva manifestarsi soltanto da un manifesto o dallo schermo d'un film. Forse anche loro, nel quotidiano, presentavano la stessa immagine disperata e disfatta delle altre donne...

Il suono della sua voce interruppe il corso dei miei pensieri: "Che sta pensando?", mi chiese visibilmente incuriosita. Io sussultai: per un attimo non seppi cosa risponderle, poi decisi che con lei avrei parlato liberamente. Sì, perché quando esponevo il mio pensiero mai venivo compreso, ma sùbito classificato come uno che ha idee strane o, al meglio, un languido passatista, un nostalgico d'antan. Ma il mio pensiero, invece, era al centro della modernità.

Iniziai a parlare, con tono incerto: "Vede, in una società in cui il denaro, e non più l'uomo, "è misura di tutte le cose", neppure la bellezza - categoria ontologicamente ineludibile, come fine o come mezzo, dell'opera d'arte -, riesce a trarsi in salvo da una lenta ma inesorabile agonia, desacralizzata com'è, fra l'altro, dalla sua "riproducibilità tecnica"".

""È misura di tutte le cose"... È Protagora che lo dice? Ma... Lui lo diceva dell'uomo...". Lei sembrava sorpresa del discorso che avevo attaccato, ma mi guardava con interesse: in efetti, il mio scopo era anche quello di stupirla, mostrandole il meglio di me stesso, la mia cultura infinita, la mia intelligenza acutissima... Una volta tanto queste cose non avrebbero dovuto essere un fardello insopportabile...

Continuai rincuorato: "Sì, ha ragione: ma oggi, nelle società occidentali, economistiche e tecnologiche, il denaro ha sostituito l'uomo... Conosce Brodskij? È un famoso poeta russo, un grande intellettuale. Sa, i poeti sono le coscienze più lucide d'un'epoca, ma anche coloro che meglio di chiunque altro vedono nel futuro. "È il denaro", ha detto in un'intervista, "che è responsabile della fusione antropologica di cui siamo testimoni. Il denaro è il peccato originale ma anche il peccato dell'avvenire. Il denaro è il vero ordinatore del mondo. [...]: verrà il giorno in cui i popoli si distingueranno soltanto per i diversi tipi di valuta impiegata."".

"Sì, mi pare che lo dicessero già i Greci: "I beni, i beni sono l'uomo"...".
"Be', gli antichi già avevano capito tutto: "chrémata, chrémat'anér"... Ma, come diceva Benjamin, "La perte d'auréole colpisce anzitutto il poeta.": egli, disperato flâneur tra gli 'orrori metropolitani' delle 'città tentacolari', vede parallelamente vacillare uno dei suoi punti di riferimento più irrinunciabili, la donna, petrarchesco 'strumento d'espressione' da sempre deputato ad essere portatore del valore 'bellezza'."
"Lei identifica donna e bellezza... È un'idea affascinante".
"Sì, nel cuore dell'uomo c'è un'aspirazione alla bellezza che non dev'essere soffocata: ed una delle maniere che è stata data all'uomo di coglierla è attraverso la figura femminile, quell'impalpabile magia di linee soavissime e di suggestioni ineffabili che sembrano rimandare al mondo di prima della nascita, al mondo delle idee e del desiderio. Anche su questo Benjamin è chiarissimo: già "Il diciannovesimo secolo cominciò a inserire la donna, senza riguardi, nel processo della produzione mercantile. Tutti i teorici concordavano sul punto che la sua femminilità specifica era minacciata, e che tratti virili si sarebbero necessariamente manifestati in essa con l'andar del tempo. Baudelaire vuole sottrarli alla sovranità dell'economico. Il modello ideale della donna lesbica rappresenta la protesta dell'arte moderna contro l'evoluzione tecnica." Fu un vano, eroico tentativo, di fronte alla manus tentacolare della società: "Nella prostituzione delle grandi città anche la donna diventa tale." Infatti, "L'ambiente oggettivo degli uomini assume, sempre più apertamente, la fisionomia della merce. Nello stesso tempo la réclame si accinge a coprire col suo bagliore il carattere di merce delle cose. Alla trasfigurazione menzognera del mondo delle merci si oppone la sua disposizione in senso allegorico. La merce cerca di guardarsi in faccia. E celebra la sua incarnazione nella meretrice"".

"È molto duro quello che dice: farebbe accapponare la pelle a qualsiasi femminista...".
"Forse a qualsiasi donna di oggi. La meretrice è uno dei simboli elettivi della modernità, con la sua unione inestricabile di sesso e volgarità, di bellezza mercificata e di vuoto interiore, di assenza di scopi che non siano quelli economici. Vede, non ci si può illudere che una donna faccia tutto quello che fa l'uomo, viva in tutto come vive un uomo e resti comunque diversa da lui. Presto - ma forse è già così - l'unica differenza sarà fisica e, dunque, sessuale: il sesso sarà l'unico punto d'incontro fra due esseri uguali in tutto tranne che nel corpo; ma sarà una sessualità fine a se stessa, senza nessuna di quelle componenti metafisiche e trascendenti che ne fanno qualcosa di unico e irripetibile. Il cuore del problema è, meyerianamente, di ordine psicobiologico: come scrive Erich Fromm, "determinate differenze biologiche (specie di origine sessuale, aggiungerei io) risultano in differenze caratterologiche; tali differenze si mescolano con quelle direttamente prodotte da fattori sociali; queste ultime hanno effetti di maggior rilievo e possono anche aumentare, eliminare o ribaltare differenze biologicamente radicate". Da 'rinforzo del comportamento' agisce pure, a livello psicisociale, il meccanismo inconscio della "protesta virile" acutamente teorizzato da Adler".
La strada usciva ormai fuori della città: cupi filari di alberi, nel buio della sera, scorrevano veloci perdendosi nella notte. Il silenzio calava progressivamente su di noi, rischiarato soltanto dai fari sempre più radi delle automobili o da qualche lampione solitario. Nell'abitacolo oscuro i nostro occhi splendevano come lucciole misteriose.
"Invece "La nostra tendenza attuale" - dice Margaret Mead -, quello che io chiamo il 'peccato della modernità', "è di minimizzare tutte queste particolari differenze, nozioni da apprendere, ritmo, tipo e successione delle ricompense, e in gran parte cancellare le particolari differenze considerate svantaggiose per uno dei due sessi. Se è più difficile addestrare i ragazzi, li si addestrerà con più ardore; se le ragazze crescono più in fretta si separeranno dai ragazzi in modo che questi ultimi non ne siano danneggiati; se le donne hanno meno forza degli uomini si inventeranno macchine che le aiutino a compiere lo stesso lavoro. Ma ogni adattamento che riesca ad annullare una differenza o una vulnerabilità in un sesso, e una superiorità di forza nell'altro, diminuisce la possibilità di completarsi reciprocamente, e corrisponde ad abolire la costruttiva recettività della femmina e l'energica attività ancor più costruttiva del maschio, rendendoli entrambi degli esseri insignificanti e negando ad ognuno la completa umanità che avrebbero potuto raggiungere. Dobbiamo proteggere i sessi nei periodi in cui sono vulnerabili, difenderli e averne cura durante le crisi di volta in volta più ardue per l'uno o per l'altro. Ma proteggendoli, dobbiamo anche mantenere le loro differenze; colmare soltanto le diversità è in definitiva una forma di negazione"".
Lei seguiva con interesse il mio discorso, fissandomi con i suoi occhi profondi ed un'espressione appena interdetta. Guardai fuori del finestrino: la sera luccicava attraverso i vetri un poco appannati, disegnando aloni multicolori nel vapore acqueo della notte. L'eco dei clacson, il rombo dei motori giungevano appena, galleggiando nel silenzio della notte. La musica di Schoenberg era terminata: ormai eravamo fuori del centro, e il traffico dileguava progressivamente. Vidi che lei mi guardava interrogativamente: allora ripresi a parlare.
"L'esito ultimo di tutto questo è l'omologazione maschio-femmina: il potere, annullate anche tramite un'apposita legislazione ed un'adeguata campagna ideologica le sue diversità dall'uomo, fagocita la donna e la asserve agli imperativi ineluttabili del capitale, astutamente performandola all'ideologia della classe dominante, cioè quella produttiva.
Più in generale, come già aveva compreso Platone, antesignanamente ponendosi in una prospettiva di 'psicologia del profondo', i messaggi martellanti e spesso subliminali inviati dal potere occultamente piegano l'individuo agli imperativi del sistema: non è necessario che egli ne segua razionalmente e alla lettera le direttive; è bensì sufficiente che, da un lato, si assuefaccia ai valori del potere, registrandoli inconsapevolmente nel suo Inconscio, abituandosi ad essi e a considerarli normali per quanto deprecabili; che, dall'altro, trovi una giustificazione ideologica al suo agire conforme agli imperativi del capitale. Il cinema e la televisione costituiscono due fra i canali maggiormente privilegiati dal sistema dominante per imporre alle masse la propria 'visione del mondo'".
Lei accavallò le gambe: la luce fioca sull'onda della gonna disegnò un panneggio morbidissimo, come in un quadro di Tiziano. La coscia rosea e tornita riluceva lievemente, affusolata sul tacco sottile, rosso cupo nel buio: e un desiderio intenso mi pervase, rendendomi incerto sul da farsi. Intanto, eravamo arrivati alla fine della strada: la città, con le sue luci, era un ricordo lontano... A sinistra si scendeva lungo la costiera; davanti, una ringhiera metallica apriva lo sguardo sulla vallata, sul mare nero e lontano. Fermai l'auto, aprendole la portiera per farla scendere: un vento fresco e felice ci investì, soave nella calma dell'ora. Trasalirono i nostri sensi a un murmure di passi, a una voce in lontananza... A volte, nelle estati lontane di tanti anni fa, quando la sera lontana accendeva le stelle sulla città addormentata, era dolce scendere alla spiaggia, a cogliere nel vento il rombo del mare fra gli scogli, un trascorrere di luci agli orizzonti... Allora più non giungeva il suono della vita, lo stolto giuoco quotidiano, ed eterno era il futuro...

Dal parapetto, i nostri sguardi si protesero attraverso la notte, leggeri sulle ali del vento: il mare, nero e lontano, stendeva il suo corpo infinito fino all'orizzonte; una pallida luna accendeva di tanto in tanto sull'acqua riflessi d'argento, sinuosi ed evanescenti come sirene; protese nell'aria, curve come ogive gotiche, le ciminiere delle industrie disegnavano un ricamo di fumi sulla volta stellata della notte, rischiarandola d'improvviso col giallo, il rosso e l'arancio del fuoco: le fiamme lambivano con le loro calde lingue la gelida notte.
Lei era la donna. Presto le sue parole assunsero per me un suono indistinto, come di musica: la sua voce era ricca di tonalità ed armoniosa come uno strumento bene accordato.
"La luna stanotte è così pallida, la si vede appena... E il mare, il mare... Quand'ero bambina, il mare notturno m'incuteva un timore terribile, un horror vacui; ma al tramonto, quando il sole andava a morire oltre l'orizzonte, versando il suo sangue fra le onde, desideravo tuffarmi nell'acqua azzurra, nuotare fino a perdermi nel sole, svanire nella luce rossa e oro... Allora nuotavo in direzione del sole, gioendo della schiuma resa trasparente dalla luce, della bellezza cristallina dell'acqua...".

Io mi ricordai della scena finale di È nata una stella, di James Mason che nuota verso la morte e il tramonto; della Morte per acqua di Eliot, e di Fleba il Fenicio... Lei si voltò verso di me, in una nube di capelli: il vento le agitava dolcemente sulla fronte la frangia insofferente... Gli occhi luccicavano al lume della luna, percorsi da un filo soave di malinconia; e la sua bocca era così vicina... Quando poi, al vento, una ciocca ribelle mi vellicò sul viso, io la presi per la vita, l'avvicinai violentemente a me, la baciai sulla bocca carnosa: mentre i nostri denti si toccavano, sentii il suo corpo prima irrigidirsi, poi lasciarsi andare progressivamente, abbandonarsi riverso al giuoco sublime dell'amore...

Allora, per molto tempo, non ci fu più bisogno di parole: il nostro amore, ricamato di misteriosi silenzii, adombrava lontananze silenti e misteriche, lunghi sguardi notturni, una segreta assonanza di cuori... Non parole, parole mai: silenzii, soltanto. E una fuga leggera di sogni, di veli bianchi e celesti, di attese lente, infinite... Io avevo pensato: quel momento mai può giungere, mai: solo attese, e paure, e silenzii... Eppure, a un tratto l'avevo baciata come Clark Gable aveva baciato Ava Gardner in Mogambo: per un impulso dolce e irresistibile, per tutta la forza ancestrale degli istinti... A volte, la realtà supera l'immaginazione, e il senso di quieto appagamento che arrivai a provare in quegli istanti non l'avevo mai provato prima: "ho improgionato il sogno con una sottile malia di sillabe e di versi", aveva detto il poeta in Primavere romantiche; ma la paura, poi subentrò la paura, con la sua facies tentacolare, i mille infiniti rivoli dela sua sofferenza, le forme espressioniste delle sue ombre... Non riuscivo più ad inquadrare il mondo circostante, quello che mi stava accadendo, nelle coordinate astruse della realtà: come Werner Krauss e Conrad Veidt nel Gabinetto del dottor Caligari, il mio 'principio di realtà' vacillava come un ubriaco che oscilli indefinitamente fra lucidità e sogno.

Così, una notte, feci un sogno: mi trovavo in un grande salone, bianco e luminoso, ed ero già morto; completamente pervaso da una perfetta serenità, da una sublime omeostasi, dentro di me ogni conflittualità, ogni tensione nevrotica, ogni contorcimento mentale erano stati d'improvviso cancellati, come per miracolo; ed era come se il senso ultimo dellla realtà fosse d'improvviso squadernato ai miei occhi nella sua più assoluta e completa chiarezza; quante inutili fantasie: la verità era così semplice, così elementare! Come avevo fatto a non capirla prima? Nella stanza c'era Dio, ma io vedevo soltanto dei computer ed ascoltavo estasiato il loro ticchettio, bello come d'un'orchestra d'archi: funzionavano da soli in perfetta, prodigiosa armonia, come gli orologi di Leibniz. Erano loro Dio! O meglio, Dio presiedeva infallibilmente ad essi... Ogni contrapposizione fra scienza e tecnologia da un lato, religione ed umanesimo dall'altra mi appariva ora del tutto priva di senso: ora capivo che erano, al fondo, la stessa medesima cosa! Il risveglio a questo mondo amaro fu duro, ma mi rimase tuttavia a lungo quella estatica sensazione di assoluta empatia con me stesso ed il mondo, e la nostalgia d'una felicità provata un tempo, ma ormai perduta per sempre.

Lei mi sembrava, a volte, come una sirena che il mare avesse lasciato sulla battigia: a disagio al contatto dell'aria, sinuosa e sfuggente come se anelasse continuamente al suo elemento naturale. Bella, era bella, sì, straordinariamente bella: anzi, lei era la bellezza; ma più la conoscevo, più mi sembrava inafferrabile: misteriosa, sì, ma d'un mistero inquietante, come d'un abisso che neppure lei stessa arrivava a toccare. Guardarla negli occhi mi provocava un senso di vertigine, come se cadessi a perpendicolo da un'altezza infinita: mi ricordai del sogno del navigatore solitario, di quando precipavo dalla torre... Sentivo che c'era una sottile associazione, che attraverso quel sogno l'Inconscio che tutto sa mi diceva qualcosa, ma che io non ero ancóra in grado di decifrarla.

A notte alta, seguivo con gli occhi alle stelle l'orbita delle costellazioni, quando venivo scosso da un fruscio lievissimo d'ali. Mi voltavo, e vedevo con la coda dell'occhio, alle mie spalle, un angelo in piedi sulla prua agitare lentamente le grandi ali: lo fissavo negli occhi, ma una sensazione di vertigine mi faceva vacillare, come se fossi entrato in un abisso smisurato; e un'angoscia tremenda s'impossessava di me. Mi guardava senza espressione, ma il suo pensiero mi risuonava nella mente come il canto soavissimo d'un controtenore: "Sette anni sono trascorsi, senza che tu abbia vissuto, ma soltanto vagato: il Signore, che ha avuto pietà di te, mi ha mandato per offrirti una possibiltà con cui spezzare l'incantesimo, rompere la maledizione. La terra che cerchi è una donna, che ti amerà e ti sarà fedele". Poi sbatteva vorticosamente le ali, innalzandosi in un vortice altissimo d'aria, fino a sparire dalla mia vista.

Al sorgere dell'alba sulla distesa azzurra del mare, avvistavo lontana una terra rossastra nell'aria ferma. Le vele al vento, mi avvicinavo per tutta la giornata fendendo l'acqua tranquilla, mentre il sole scendeva lentamente fra le onde, rilucendo nello sciacquio schiumoso: a sera, giungevo in vista della rada assopita d'un porto. Sbarcavo, m'incamminavo per la città sotto i portici oscuri battuti dal vento: assaporavo nelle narici l'odore acre del mare, gli spruzzi di salsedine che l'aria mi portava gelida. Solo di rado incrociavo qualche persona, avvolta negli abiti per ripararsi dal freddo: la gente mi evitava, vedendo la mia sagoma nera e il pallore abbacinante del volto. Un senso d'infrenabile sonno gravava sui miei occhi stanchi, sulle membra intirizzite dal gelo: di tanto in tanto mi volgevo indietro, a guardare il mare nerissimo, le candide stelle che si erano accese nella notte cupa; il vento ora si era fatto impetuoso, e gli spruzzi delle onde s'innalzavano fino al cielo. Mi fermavo ai portoni, ma quando battevo il battaglio nessun suono ne usciva: solo udivo il sibilare del vento e il rombo sempre più lontano del mare. D'improvviso vedevo una figura tutta vestita di bianco svoltare ad un angolo: io la chiamavo, ma, per quanto mi sforzassi, nessuna voce usciva dalla mia gola. Allora raggiungevo di corsa la svolta, e vedevo la sua ombra fluttuare sotto il portico, le sue vesti bianchissime fuggire leggère nel vento... la inseguivo, preso da una frenesia incontenibile... i candidi veli sembravano d'oro, al lume flebile della notte... poi la vedevo imboccare le rampe d'una scala medievale, ai piedi d'una torre altissima... i gradini erano buî e ripidissimi, fino a perdersi nel buio: mentre salivo, sentivo l'odore umido del muschio, ne intravedevo nell'oscurità il riflesso smeraldo... appena mi fermavo un attimo per riprendere fiato, sentivo il mio respiro affannoso nel silenzio dell'ora, percepivo l'angoscia che mi divorava lo stomaco come un'animale vorace... vedevo la sua sagoma eterea ascendere i gradini, salire vorticosamente nell'aria, stagliarsi bianchissima contro la luna... i veli, i candidi veli nel vento... effondevano chiarori di perla, trasparenti nel bagliore lunare... spariva alla mia vista sull'ultima rampa... era lì, in cima... superavo l'ultimo gradino, la cercavo avidamente con gli occhi... ma non la vedevo... solo il vento... il cielo nerissimo trapunto di stelle, la volta concava della notte... guardavo verso il basso... un baratro di centinaia di metri si apriva sotto di me... lei non c'era... un senso di vertigine e d'angoscia mi travolgeva, mentre i sensi mi abbandonavano... mi sentii sprofondare nel buio, cadere nell'abisso senza fine...

Allora mi svegliai, madido di sudore, con il cuore che batteva a mille. Ripensai a lungo all'incontro del giorno prima: il senso di vertigine e di paura che avevo provato appena ero entrato nella banca si erano mutati, per pochi attimi eterni, in una sensazione di beatitudine; ma la cosa più straordinaria era che tutto il mio passato per un momento si era trasformato, radicalmente, riaggiustandosi daccapo nella mia coscienza ottenebrata. Mi ricordai di quel che diceva Lukács nella Metafisica della tragedia: "Infatti soltanto il nostro sapere momentaneo e causale fa del passato qualcosa di concluso e di immutabilmente necessario. Ma un minimo mutamento di questo sapere, prodotto da un caso qualsiasi, getta nuova luce sull'"immutabile" - e in questa nuova illuminazione tutto muta di senso, tutto diviene altro. [...] il passato [...] è esso stesso fluente, luccicante e mutevole, passibile di trasformazione, non appena subentrano nuove conoscenze". Io avevo vissuto, in un "improvviso silenzio", uno di quei "grandi istanti, in cui si spalanca dinanzi a noi il vuoto di abissi sempre più bui": la mia vita, tutto il mio passato avevano avuto d'improvviso e nuovamente un senso; nella caducità del tempo, nel fluire lieve e inarrestabile degli anni avevo per un attimo trattenuto - o almeno così mi sembrava - i bagliori sublimi dell'eterno. Anzi, proprio nella caducità aveva posto la sua sede l'eternità: era questo il satori, la suprema illuminazione? Poi l'acqua del fiume del tempo mi era di nuovo defluita dalle mani disperatamente serrate intorno ad esso: ma quel momento era rimasto, una luce si era accesa lontana e meravigliosa, come l'oasi incantata d'un miraggio nel vuoto desolato del deserto. Cercai di ripercorrere mentalmente l'evento: capii sùbito che il suo nucleo era la coincidenza degli opposti, di là dalla maledetta ragione! Era accaduto all'interno del tempo, ma era fuori del tempo; era di un'abbagliante chiarezza, eppure era di là da ogni definizione; era avvenuto nel mio Io, ma rimandava all'altro oltre me stesso... L'emozione fondamentale, via via che tentavo accanitamente di rivivere quegli attimi, era in effetti di stupore di fronte ad un ampliarsi ed approfondirsi improvviso e vertiginoso della percezione, a un'espansione prodigiosa del Sé: quella che i filosofi chiamano la Selbsterweiterung. Per un momento mi ero conosciuto, avevo incontrato me stesso com'ero realmente: ecco cos'era la Selbstbegegnung di cui parla Bloch! E mi ero sentito meravigliosamente scaricato del peso tremendo che gravava ogni mio istante, anche il più lieto: sì, finalmente ero stato vivo, per la prima volta dopo sette anni!

Ripercorsi i giorni grevi della mia tragedia, l'errore terribile che m'aveva messo sulle tracce maledette di Edipo: volli scendere dentro l'abisso che mi si apriva dentro, addentrarmi nei suoi meandri più segreti, arrivare alla verità ultima: sì, volli conoscere me stesso! Di un giorno mi ricordo più di ogni altro, mi martella la mente contro ogni mia volontà, come un fiume impetuoso travolge una diga: fu la notte in cui feci un sogno orribile, così orribile che ancóra mi tremano le vene al ricordo!

Ero seduto su una sedia in una stanza completamente vuota, rischiarata in modo uniforme da una luce forte e bianca; una porta nera si apriva nella parete, conducendo ad una stanza contigua. Momenti di silenzio assoluto si alternavano con grida e schianti di voci, rumori di oggetti scaraventati contro le pareti. D'improvviso la porta si spalancava: un vecchio terribile tutto vestito di bianco irrompeva con una violenza inaudita gridando parole incomprensibili, mentre il sudore m'inondava il corpo completamente paralizzato dalla paura. Mi domandavo che aspetto avessi, ma non riuscivo a vedermi, come se non avessi sostanza fisica: nell'altra stanza c'era uno specchio, in cui avrei potuto guardarmi, sapere com'ero fatto! Mi avvicinavo alla porta, ma un meccanismo elettronico faceva sì che, una volta entrato, non ne avrei potuto più uscire. Rimanevo incerto, per lunghe interminabili ore: adesso capivo che il vecchio mi aveva proibito di entrarvi. Alla fine varcavo la soglia: la stanza era completamente buia, e solo un grande specchio vi luccicava nel mezzo. Io vi giravo intorno, fino ad averlo di faccia: era allora che un raggio riflesso dallo specchio mi accecava, e vi cadevo dentro come inghiottito in un abisso senza fine. Mentre precipitavo, sentivo che la vita progressivamente mi abbandonava, uscendomi dal petto come un soffio d'aria: potevo vedere la mia anima allontanarsi in preda a una tristezza sconfinata, fino a sparire completamente dalla mia vista, nel buio.

Mi svegliai in uno stato di profonda prostrazione: rimasi per ore nel letto a rimuginare, cercando di capire cosa il sogno volesse dirmi. Allora il significato mi era ancóra ignoto: solo quando la malattia mortale si era ormai impossessata di me lo ebbi chiaro. A nessun uomo è dato conoscersi compiutamente: fu così che io intrapresi la via del non ritorno, l'amaro sentiero d'una lucida, geniale follia.

Da allora sono passati quattordici anni, in cui ho compiuto, mio malgrado, la mia progressiva discesa all'inferno: la mia mente ha acquisito, di giorno in giorno, una sottigliezza spaventosa; ogni avvenimento della mia vita, anche il più piccolo ed insignificante, è stato oggetto del mio pensiero per lunghe, interminabili ore: l'ho esaminato in tutti i suoi più sottili particolari, l'ho dissezionato come fa lo scienziato col corpo d'un animale che sta studiando, ne ho isolato ciascuna parte per analizzarla nel laboratorio della mia mente. Ogni gesto, ogni pensiero, ogni emozione ho cercato di riviverli in una sorta di psicodramma interno: ma ben presto mi accorsi che io capivo tutto, ma non comprendevo nulla; che le emozioni mi sfuggivano; che quanto più accanitamente vivisezionavo l'evento, quanto più ne coglievo i più riposti particolari, tanto più inesorabilmente mi sfuggiva l'insieme. Fu così che mi divenne chiara in tutta la sua lampante verità l'amara affermazione di Chesterton: "Un pazzo è colui che ha perduto tutto fuorché la ragione".

Lentamente la mia ferrata autoanalisi divenne una lotta contro il nulla: l'ultima che a un uomo fosse dato combattere. Sì, perché nulla, dopo ore ed ore trascorse ad analizzarmi, restava tra le mie mani, se non, appunto, il nulla, e una sensazione terribile di svuotamento, di prostrazione, di annichilimento: rivivevo i momenti più tristi, più umilianti della mia vita, senza tuttavia liberarmene, ma come rimanendo fermo davanti ad un ostacolo che non riuscivo a superare; alla fine mi restava soltanto quel senso di essere nulla che avevo provato già allora, come se il mondo intero fosse crollato sulle mie spalle e il mio cuore fosse stato svuotato di ogni sia pur minimo palpito vitale.

Poi, una sera, in un night fumoso e luccicante, ebbi un'esperienza traumatica: lei era tutta vestita di bianco, e l'onda nera della chioma le scorreva lungo le spalle come un torrente di desiderio. Il locale era fuori città: per raggiungerlo percorremmo un intrico di autostrade e tangenziali, grige nella notte oscura. Un senso di smarrimento mi prese, un'acuta sensazione di vertigine di fronte a quel labirinto di cemento e asfalto, illuminato soltanto dai fari fuggevoli delle automobili; intorno ai caselli, lampioni gialli fendevano con la loro luce gelida la nebbia della notte. Lei non diceva una parola, mentre l'ansia montava violentemente dentro di me. Il parcheggio era smisurato: immensi riflettori rischiaravano obliquamente il piazzale; i giovani che scendevano dalle auto si muovevano come spettri negli aloni di luce: erano donne vocianti, coppie avvinte nell'abbraccio, ragazzi in giacca e cravatta e capelli corti neri; erano per lo più volti inespressivi, sorrisi stereotipati. Mi venne in mente Fuoco fatuo di Malle: "i giovani di oggi sono avvilenti: belli, eleganti, ben nutriti, ma tutti uguali"; e pensai al fotogramma di Maurice Ronet di spalle che si rade davanti allo specchio con la scritta della data del suo suicidio: "23 juillet".

Appena ci fermammo, mi venne incontro un parcheggiatore grassoccio e volgare, con una barba d'un paio di giorni, che mi comunicò bruscamente il costo del parcheggio. Ci avviammo verso il locale: giunti nei pressi dell'entrata, dovemmo farci spazio fra due ali di giovani che si preparavano ad entrare. Li osservai attentamente: un grande cameratismo regnava fra uomini e donne, che si abbracciavano e toccavano liberamente; a tratti, risate improvvise e senza senso si levavano fragorosamente. Porsi l'orecchio per cogliere gli argomenti del discorso: si parlava di sport e musica rock, oppure si ripetevano battute della televisione e doppî sensi osceni, che scatenavano la sguaiata ilarità delle ragazze. Mi soffermai su un giovane alto e robusto: aveva pantaloni grigi e giacca blu; parlava ostentando sicurezza attraverso un sorriso a trentadue denti: "Stasera voglio divertirmi", ripeteva con uno sguardo inebetito; "Dobbiamo far chiasso: noi siamo pazzi" gli faceva eco un altro dal naso adunco e dagli occhi vitrei. Il primo si guardò furtivamente intorno, poi si rivolse all'altro a voce più bassa e con uno sguardo malizioso; non riuscii a distinguere tutte le parole, ma ne potei comprendere il senso complessivo: diceva di volersi portare a letto una ragazza del gruppo che aveva fatto tanto l'amore "da avere i calli alla vagina". Un senso di subitaneo disgusto mi prese sentendo quella frase.

Varcata la soglia, giungeva il rumore attutito della musica a tutto volume; un uomo sulla cinquantina sedeva alla cassa: aveva lunghi capelli grigi, e un'espressione vissuta e gaglioffa; al suo fianco, due giovani alti e straordinariamente robusti gli facevano corona coi loro volti accigliati. Procedevano con molta fretta: era una serata di grande affluenza, e non volevano lasciarsi scappare il guadagno, che si prometteva ricchissimo.

Pagato l'obolo, scendemmo alcune rampe di scale nere rischiarate da una luce soffusa e spettrale; poi fummo all'interno: potei così vedere, concentrato e ipostatizzato, l'inferno della modernità. Nell'aria senza luce, resa soffocante e pesante dal fumo che saliva da ogni parte, una bolgia informe di sagome indistinguibili si agitava freneticamente, invasata dal ritmo di un rumore assordante ed insensato che là dentro chiamavano musica: in realtà era soltanto una scansione martellante della batteria, un fragore folle di percussioni rotto di tanto in tanto da grida rauche e disperate inneggianti al nulla. Le luci psichedeliche trascorrevano da un volto all'altro veloci come lampi, fermando per un attimo ai miei occhi abbagliati un corpo disarmonico nelle movenze nevrotiche d'una danza tribale. Quando il ritmo si faceva più incalzante, e i decibel s'impennavano vertiginosamente, potevo vedere il movimento farsi più accentuato e, avvicinandomi, dipingersi sui volti delle espressioni sempre più compiaciute nella solitaria frenesia autoerotica del ballo: la ripetitività ossessiva e martellante dei gesti era quella della pulsione di morte, ma i bagliori che si accendevano su quei volti distanti pochi centimetri l'uno dall'altro, eppure agitantisi nella più gelida solitudine, erano certo le fiamme dell'inferno per chi era già morto da tempo.

Un ronzio sempre più insistente m'invadeva l'udito di fronte all'onda travolgente del rumore, mentre perso in quei pensieri mi accorsi con un tuffo al cuore che lei non era più accanto a me: il mio sguardo si stese disperato fin dove poteva arrivare, scorgendo soltanto masse di corpi apparire e sparire ritmicamente nell'ombra, come Cavalcante nell'avello infuocato. In fondo, vidi delle poltroncine, rosso scuro contro le pareti nere: coppie d'ogni età si scambiavano effusioni come nell'intimità delle loro camere da letto; era un groviglio di cosce, di mani, di bocche ansimanti nell'abbraccio, o forse, mi sembrò, di corpi inarcati nelle movenze ritmate del coito: ma nel silenzio assordante non una parola poteva correre fra loro. Qualcuno cominciò a notarmi mentre vagavo da un capo all'altro del locale, scambiandomi forse per un solitario in cerca di avventure o per uno scopofilico: l'imbarazzo e l'ansia, miste a quel senso d'inadeguatezza ed estraneità alla realtà che mi prendeva a volte di fronte alle difficoltà della vita, crescevano esponenzialmente dentro di me.

Poi, una visione si schiuse ai miei occhi: vidi lei, come sospesa sui tacchi a spillo, volteggiare leggera nell'aprirsi a raggiera della gonna, nell'onda soave e metafisica del suo vestito bianco, "e toccar erba non parea ballando"... Era una vista sublime, un lampo di luce che guizzava inarrivabile nella notte: solo per quel momento fui felice d'essere là. La musica mi sembrò essersi fatta più dolce, quando lei mi fece un cenno con la mano candida, accennò un sorriso luminoso e un bacio a fior di labbra; poi, un motivo lento e soave si levò come per incanto nella sala: allora io andai verso di lei, mosso da una forza irresistibile, come per magia; e in un attimo fummo avvinti nell'abbraccio: ci lasciammo cullare dall'onda dolce della musica, mentre scorrevano, una dietro l'altra, le note sognanti di Love Letters in the Sand, Only you, When a Man loves a Woman, Tell Laura I love her, My Special Angel, fino a Smoke gets in your Eyes... Ero come stordito nel racchiudere fra le mie braccia la bellezza: in quei minuti interminabili il tempo si fermò, ed io pensai a quelle farfalle effimere e bellissime che vivono un giorno soltanto; od a Teti, la figlia dell'Oceano, che emerge dalle onde alle prime luci d'un'alba antichissima, ed ancóra grondante d'acqua e di schiuma turchina appare ad Achille sulla spiaggia deserta per annunciargli il verdetto terribile: vivere una vita lunga ed oscura oppure breve e gloriosa...

Potevo scorgere le luci brillare attraverso i suoi capelli leggeri, e sentire le forme sinuose del suo corpo scorrere alternativamente lungo il mio, come rivoli di desiderio... Allora la mia mente se ne andò: ero sul lungomare, un pomeriggio di settembre di sette anni prima; sulla panchina di ferro verde, appena incrostata da un filo di ruggine, siedevo abbracciato a una donna: il vento marino, ebbro di salsedine, le innalzava i lunghi capelli biondi in soffuse scie dorate; io, il capo reclinato sulla sua spalla, osservavo il tramonto sul mare attraverso i suoi capelli scompigliati... Poi venne la sera; la brezza si fece più dolce, quasi una carezza dell'aria, mentre accanto alla panchina si era accesa la luce trepida d'un lampione, stendendo a terra morbide ombre: le falene vi danzavano intorno la loro danza misteriosa; alle nostre spalle, gli alberi, fatti neri dal buio, frusciavano al vento marino: lei si era completamente abbandonata, ed io avevo ripiegato una gamba sotto l'altra per meglio cingerla nel mio abbraccio. Qualche spruzzo d'acqua ci inumidiva ogni tanto la faccia, come lacrime che sorgessero dai nostri volti, come tenera rugiada della sera...

Quando mi riebbi, vidi dei lampi che si accendevano improvvisi sopra di noi, come luce che piovesse da un'altezza infinita: ebbi la consapevolezza di essere sotto terra, mentre un senso di vertigine mi prendeva al ricordo del sogno in cui vagavo fra caverne oscure e pozzi misteriosi, mentre barbagli altissimi di luce mi facevano percepire la distanza abissale dalla superficie... Riprovai la sensazione, e il terrore indicibile, che il tetto potesse divenire la superficie del mare, rovinandomi addosso con l'impeto inarrestabile della morte per acqua: "cadeva il buio dall'aria"...

Poi l'ultima canzone finì, e riprese il rombo assordante, la follia dell'Averno; mentre i corpi si agitavano come i tarantati della Terra del rimorso, lei mi prese per mano, e ci avviammo verso una sala attigua: allora potei scorgere a tratti, ogni volta che venivano illuminati dai lampi delle luci psichedeliche, degli enormi cartelloni colorati che mostravano uomini e donne in posizioni sessuali; lei li guardò senza soffemarsi: io provai un senso di viscerale fastidio, ed il timore e la sensazione che lei potesse essere una donna volgare.

Poi ci sedemmo in una poltroncina; il mio sguardo cadde su una ragazza che si trovava di fronte, accasciata sul divano: dai movimenti della bocca mi sembrava che gemesse; poi i miei occhi si posarono sulle gambe: le calze nere erano smagliate e raggrinzite all'altezza della caviglia, sulle scarpe senza tacco. Di tanto in tanto le sue cosce si schiudevano, mostrandone senza ritegno l'abbigliamento intimo. A un tratto, colpita forse da una nuova canzone che doveva piacerle, si sollevò, mostrando un volto dalla bocca larga e grandi occhi rotondi e inespressivi, con le palpebre un poco abbassate, come di mucca: prese a muoversi ritmicamente, scandendo le percussioni assordanti della batteria; dai movimenti delle labbra compresi che doveva ripetere le parole della canzone, che evidentemente conosceva a memoria.

Fu come da una distanza infinita che le parole di lei, seduta accanto, passarono dentro di me: "Io devo dirti una cosa... Tu la devi sapere... Ma io non so come dirtela...". Il terrore m'invase di fronte all'ignoto: forse ciò che avevo segretamente temuto stava per avverarsi, forse in un attimo la mia vita sarebbe stata distrutta. Non osavo dire nulla, ma il cuore mi batteva a mille, e una morsa feroce attanagliava il mio stomaco: mi sentivo come l'imputato che aspetta il verdetto. Una serie di immagini e di supposizioni mi si affollarono alla mente in quei momenti terribili, mentre i muscoli del mio corpo s'irrigidivano in una tensione spasmodica. Poi lei riprese a parlare: "Vedi... io... io... io non sono... pura... come tu credi... Io... sono già stata di un altro... di molti altri...".

Sentii una scarica elettrica partire dal plesso solare e svuotarmi di ogni energia vitale, paralizzandomi come se fossi già morto: lo stomaco mi scese dentro le viscere, mentre mi abbandonavo contro lo schienale come dopo una fatica immensa. Tutto quello che mi stava intorno, perfino lei, mi sembrava ora totalmente indifferente, lo vedevo girare in una danza senz'anima né senso: la gente che mi vorticava intorno mi sembrava un teatro di marionette, un ammasso indistinto ed odioso come negli autobus affollati e graveolenti di odori; una distanza siderale si era scavata in un attimo fra me e il mondo.

Qualsiasi parola mi apparve inutile: tutto era perduto; dissi, semplicemente, con un filo di voce, "Andiamocene: è tardi". Ogni gesto mi costava ormai una fatica immensa. Lei non mi rispose, ma mi seguì senza parlare: poi, al momento di varcare la soglia, si fermò di scatto: "Non mi va di andare: io resto ancóra"; la sua voce si era fatta gelida, e per la prima volta lei mi sembrò quello che forse era sempre stato per tutti tranne che per me: un puro oggetto sessuale. Possibile che ero stato così sciocco, così irrimediabilmente cieco? Ora la verità mi era finalmente chiara: la vedevo senza più il filtro distorcente delle emozioni, in una calma meravigliosa e terribile; come, forse, la vedevano soltanto i morti, dall'infinita distanza dell'aldilà.

Tutto quell'agitarsi, quel turbinio di desiderî e speranze, quella lotta senza esclusione di colpi: che senso poteva avere, quando alla fine tutti saremmo finiti là, a nutrire colonie di vermi sotto la terra nera? Ecco qual era il senso ultimo, puramente biologico, dello stolto giuoco della vita: assicurare la continuazione della specie, far posto a nuovi individui di cui non ci importava nulla; tutto il resto non erano che nostre fantasie.

Fu così che all'ennesima curva non girai il volante, ma lasciai che fosse l'auto a guidarmi, bianco cavallo imbizzarrito: la sentii filare nella notte, veloce come un pensiero, finché non avvertii allo stomaco la sensazione di cadere nel vuoto, come sulle montagne russe su cui mi portava mia madre quand'ero bambino.

Poi sentii lo scroscio e il gorgoglio dell'acqua, e vidi il mare crescere nero intorno a me; alzai un'ultima volta lo sguardo alle stelle: come brillavano nella notte quieta e freddissima! Le fissai a lungo, finché non si spensero tutte, ed il cielo divenne la superficie del mare.

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