<"Punti di Vista" , "Corrispondenze dall'Italia">

"SONO NATO A CARACAS"
"AH, SI'! IO SONO UN APPASSIONATO DELL'AUSTRALIA"

Ovvero: il Venezuela visto dagli Italiani.
di Marica Frustace
corrispondente di "Ameritalia" da Bari
Caratteristica tipica dell'italiano medio è parlare, spesso e volentieri, di cose che non conosce o, per lo meno, che conosce solo superficialmente. Ciò non deve essere inteso come un atteggiamento qualunquista della sua cultura, piuttosto come una sfaccettatura folkloristica che contraddistingue l'essere italiani. Per dovere di cronaca è necessario precisare che il breve dialogo, riportato come titolo, ha avuto luogo nel Sud d'Italia, e precisamente a Bari, durante una tranquilla serata d'estate.
Immaginate un lungomare estivo, brulicante di gente accaldata in cerca di refrigerio e di semplici risate; pensate ad una comitiva con tanta voglia di rilassarsi e di socializzare: a questo punto potete figurarvi di ascoltare il dialogo di cui sopra, tenuto fra un venezuelano d.o.c. e un barese altrettanto d.o.c.!
Nicola chiede a Miguel: "Strano nome? Non sei italiano, vero?"
Miguel risponde: "Sono di Caracas."
Allora Nicola: "Ah, sì! Io sono un appassionato dell'Australia!"
Miguel interrompe lo scambio con un sorriso di circostanza.
Non volendo indagare sulla preparazione geografica di Nicola, o meglio sulla quantità d'alcool che poteva offuscargli il cervello, si è voluto riportare quest'episodio per spiegare, in maniera concisa e concreta, quella sorta di "disorientamento continentale" che noi italiani nutriamo ancora nell'epoca della globalizzazione.
Letteralmente assaliti dal pop latino, introdotto qualche anno fa da un eccellente esempio di maschio sudamericano, ossia Ricky Martin, gli italici medi, la cui passione per ogni "rigurgito modaiolo" è ben nota, hanno cominciato a masticare spagnolo e a muovere i fianchi tutti spaghetti e pizza. Improvviso è scoppiato l'amore per la danza latinoamericana, e in milioni sono accorsi alle scuole di salsa e merengue per "imparare" a seguire il ritmo latino. Ahimè, tutto questo turbinio di eventi ha finito per confondere il popolo nostrano, che presto si è trovato coinvolto in salse figurate e acrobatiche (che ben poco hanno a che vedere con la viscerale passione sudamericana per il ballo) e in cibi "piccanteggianti" che sono frutto di rimaneggiamenti, compiuti da furbi mestieranti, della cucina nostrana.
Da questa brevissima premessa si evince chiaramente quanto lontani dalla realtà siano molti di quelli che dichiarano, convinti, di conoscere l'America Latina. Non si può pensare di intendere una cultura "altra" solo perché si fa uso di prodotti commerciali spacciati come "tipici" di quel sapere. E non si può parlare di un altro continente senza neppure conoscerne la configurazione geografica. Sì, perché ancora oggi, nonostante si definisca informata, la maggior parte della gente ignora che l'America Latina sia composta di Stati (come il Venezuela, il Cile, l'Ecuador, il Paraguay, il Perù, ecc.) che esulano dal Brasile (famoso per il Carnevale e le ballerine), dall'Argentina (prima meta migratoria degli italiani e patria del tango), dalla Colombia (nota per i suoi traffici di droga) e dalla Bolivia (che tanto incanta con i suoi prodotti artigianali). Per non parlare, poi, della confusione fatta nell'ubicazione geografica di "paradisi estivi" come Cuba e Caraibi, destinazione di vacanzieri attenti alle mete "da ultimo grido", pronti a tuffarsi negli avventurosi e "tradizionalissimi" villaggi a cinque stelle!
Concluso anche questo "sentito" preambolo (duro ma necessario) sull'idea che parte degli italiani si è fatta del continente sudamericano, è corretto precisare che ce ne sono molti realmente interessati alla sua affascinante cultura. Anzitutto è importante sapere che nel Mezzogiorno d'Italia, mio luogo di nascita, l'America Latina è nota come meta migratoria, frequentatissima sia prima sia dopo i due conflitti mondiali (parliamo approssimativamente della prima metà del Novecento). Di conseguenza, una piccola parte delle sue tradizioni (culinarie, linguistiche e musicali) è stata importata nella nostra penisola da quegli emigrati che hanno fatto rientro nel loro paese natio a volte coniugati con donne straniere, le quali hanno voluto mantenere vive le proprie radici culturali.
Consultando le statistiche ISTAT circa l'emigrazione dalla provincia barese, è emerso che l'Argentina e il Brasile hanno rappresentato, prima dei due conflitti mondiali, le mete transoceaniche predilette da chi partiva. L'espatrio verso queste zone era favorito dalla somiglianza linguistica e culturale con l'Italia, ed anche dalla presenza in questi luoghi di connazionali trasferitisi in precedenza e definitivamente sistemati. Durante il secondo dopoguerra, invece, tra i luoghi d'arrivo dei meridionali s'inserisce il Venezuela, patria dell'oro nero e dei sogni di ricchezza. La fiorente produzione di petrolio nel Paese, verificatasi negli anni cinquanta-sessanta, faceva intravedere la possibilità di un arricchimento veloce e, quindi, di un immediato rientro in patria. E' per questo che, ancora in quegli anni (in cui parte dell'Italia era attraversata dal cosiddetto boom economico che, ahimè, "risparmiò" proprio il meridione), molti pugliesi, lucani, calabresi emigravano verso il Paese straniero.
La permanenza, più o meno prolungata, di questi uomini in Sudamerica sottintende una certa "integrazione" tra la loro cultura d'origine e quella del paese d'adozione (nel nostro caso quella venezuelana). E' corretto precisare che parlando di "cultura" si fa riferimento sostanzialmente alle abitudini alimentari e linguistiche degli emigrati, anche se non mancano casi in cui l'intero modo di vivere è stato modellato sulle tradizioni del paese d'arrivo.
Sulla scorta di queste brevi informazioni è facile capire la presenza, nelle salumerie di piccoli paesi della provincia pugliese (e non solo), di prodotti alimentari tipici del Venezuela come la farina di mais e i fagioli neri. E risulta semplice comprendere il perché dell'esistenza, in questi paesini come nei grandi centri, di piazze intitolate a Simon Bolìvar o alla capitale venezuelana. Ne è un esempio lampante un paese campano (Marina di Camerota, in provincia di Salerno), i cui abitanti in passato si sono trasferiti in massa a Caracas, nel quale il Venezuela è ricordato nei nomi di numerose strade e piazze, segno dell'affetto che questi emigrati hanno conservato nei confronti del loro paese d'adozione.
Sono questi i veicoli principali attraverso cui gli italiani possono entrare realmente in contatto con il Venezuela: il racconto dei nonni (o di chiunque sia espatriato in gioventù), e le abitudini che essi hanno assimilato durante il periodo di lontananza dalla loro patria, costituiscono il più importante e autentico serbatoio culturale da cui attingere per conoscere meglio la storia di un Paese tanto lontano.
Del resto, pochissime sono le notizie riportate dalla televisione circa le sue vicende: se n'è sentito parlare solo recentemente in occasione dell'elezione di Chavez e della terribile ondata di maltempo che lo ha sconvolto. I documentari dedicati ad esso sono rari, e generalmente si concentrano sul contrabbando di diamanti e sulla criminalità diffusa, mentre le guide cartacee sono scarse o troppo superficiali per sperare di ricavarne informazioni approfondite. Dunque, non rimane che internet e l'esperienza di chi vi ha vissuto o di chi vi è nato. Quest'ultimo, in particolare, può permetterci di entrare nel vivo della sua cultura attraverso una serie di strumenti.
A questo proposito mi è possibile narrarvi la mia esperienza personale: grazie alla conoscenza prima, e alla frequentazione poi, di una famiglia mista (padre italiano, madre canaria, figli venezuelani), vissuta per ben trent'anni in Venezuela (prima a Caracas, poi a Cagua) e in seguito trasferitasi in Italia, ho avuto modo di avvicinarmi autenticamente ad alcune abitudini tipiche del Paese sudamericano. Ad esempio, ho cominciato a mangiare sempre più spesso (e con molto gusto!) le buonissime arepas, consumate per cena farcite di salumi italiani; oppure ho potuto assaggiare, nel periodo natalizio, alcuni piatti tipici del Venezuela, come l'hallaca e il pan de jamon, che poco hanno da invidiare alla tanto decantata cucina mediterranea!
Ma il mio "contatto" con questo Paese non si è limitato solo all'aspetto alimentare: in questo periodo ho avuto modo di "innamorarmi" di alcune musiche tradizionali ("Alma llanera", "Canto e' pilon", "Maracaibo en la noche", ecc.), di ascoltare Simòn Dìaz (e la famosa "Caballo Viejo") o Gualberto Ibarreto (con la sua "Maria Antonia"). Soprattutto, ho colto qual è il significato reale del ballo in America latina, e quale innata passione spinge un venezuelano a muoversi non appena ascolta poche note di uno joropo. Tutto ciò mi è sembrato straordinario e inimitabile! A differenza di tutti quegli italiani che, sforzandosi di ballare alla perfezione (come la scuola gli ha insegnato a suon di milioni!), assumono un'espressione affaticata dal lavoro di precisione, i sudamericani si muovono con estrema naturalezza e pare quasi che parlino, come avessero qualcosa da raccontare con il movimento.
La loro costante frequentazione mi ha permesso di comprendere anche quel profondo senso degli affetti e della famiglia che contraddistingue la cultura latinoamericana, e che emerge forte da alcuni romanzi di Isabella Allende o di Garcìa Màrquez. Pare quasi che la famiglia, originaria o allargata che sia, rappresenti una sorta di istituzione irremovibile il cui centro è occupato sostanzialmente dall'immagine, quasi venerata, della madre. Per una meridionale, già abituata ad un radicato senso della parentela, questo rappresenta una fonte inesauribile di fascino, soprattutto perché una tale forza di sentimenti si manifesta come del tutto spontanea e naturale.
Tuttavia, quanto detto sinora è frutto di un'esperienza personale, di un contatto diretto tra me e i venezuelani, quindi va inteso con le dovute precauzioni, poiché sottintende impulsi e predisposizioni particolari. In linea generale, invece, si può affermare che un aspetto più reale e profondo della cultura sudamericana tout court è stato "presentato" agli italiani (purtroppo non a tutti!) dalla letteratura latinoamericana e da una certa filmografia. Libri come "La casa degli spiriti" della cilena Allende, o "I cento anni di solitudine" del colombiano Garcìa Màrquez, riescono a trasmettere tutte quelle atmosfere peculiari del Sudamerica: quel senso degli affetti di cui sopra e quella sorta di astrazione dalla realtà quotidiana in cui sembra immerso l'amore nell'America Meridionale. Non si devono dimenticare, inoltre, quei romanzi che azzardano una narrazione storico-politica: è il caso de "Il generale nel suo labirinto", di Garcìa Màrquez, nel quale l'autore ci racconta, o meglio documenta, gli ultimi istanti della vita di Simòn Bolìvar; o di "Pallide Bandiere", di Paco Ignacio Taibo I, sulla resistenza cilena alla dittatura di Pinochet; o, ancora, del racconto del peruviano Manuel Scorza, intitolato "Rulli di tamburo per Rancas", in cui è narrata la ribellione di una comunità contadina peruviana al potente monopolio di una grande azienda sostenuta dai latifondisti del villaggio. Si deve fare riferimento, in ultimo, ai testi di approfondimento socio-politico pubblicati dall'uruguayano Eduardo Galeano, dai quali emerge in tutto il suo orrore il meccanismo politico che incatena la democrazia in America Latina. A questo proposito è da ricordare il libro che ha per titolo "Le vene aperte dell'America Latina", del 1970 circa, all'interno del quale Galeano espone tutti gli ingranaggi economici che hanno impedito ad ogni singolo stato sudamericano di emanciparsi da una condizione di sfruttamento internazionale. Dalla lettura di questi testi (che, ahimè, un piccolo numero di persone conosce, fatta eccezione per i libri dell'Allende e di Garcìa Màrquez) si può cogliere quanto quotidiana e dura sia, in Sudamerica, la lotta allo strapotere dei pochi, tanto è vero che quasi tutti gli autori citati sono stati esiliati dai loro governi. Non è da meno un certo cinema d'autore, che ha saputo raccontare con la durezza delle immagini gli episodi più sconvolgenti della storia latinoamericana. Basta fare riferimento al recente "Garage Olimpo", di Bechis, in cui è contenuto un atroce ritratto della tortura perpetrata sui cosiddetti "desaparecidos" dalla dittatura argentina; o ricordare i film di Miguel Littin, regista cileno che spesso ha urlato la sua opposizione al regime, pagando con l'esilio.
E' ovvio che queste poche indicazioni, in quello che potrebbe essere il mare della storia latinoamericana, non bastano ad esaurire il discorso sulla cultura di Paesi così diversi dal nostro. Tuttavia, lo scopo di questo scritto era di fornire un quadro circa la conoscenza che gli italiani hanno del Venezuela. Si è capito bene che il Venezuela, in particolare, non gode di molta "notorietà" in Italia (a parte in quelle zone meridionali che hanno subito l'emigrazione transoceanica). Per questo è stato necessario estendere il discorso all'intero continente sudamericano, cercando di mettere bene a fuoco i diversi punti di vista che si possono assumere nei confronti del suo sapere. Il tono forse eccessivamente "polemico" che ha contraddistinto l'avvio di questo testo nasce da un profondo amore per la cultura latinoamericana, e venezuelana nello specifico, e dalla volontà di rispettarne il suo aspetto originario. E' importante che tutti ricordino sempre quanto ogni cultura diversa dalla propria nasconda mille sfaccettature, che non vanno mai manipolate, al più interpretate nel rispetto delle loro radici.