<"Punti di Vista" , "Corrispondenze dall'Italia">

UNDICI SETTEMBRE DUEMILAUNO
di Marica Frustace
corrispondente di "Ameritalia" da Bari

Avrei voluto riallacciare questo nostro contatto narrandovi delle mie vacanze estive, ma la storia necessita di essere commentata, specie quando s'impone in maniera così brutale alla nostra attenzione. Questo mio breve scritto non vuole essere una sorta di documentazione giornalistica su quanto accaduto in questo terribile giorno, ché di quelle sicuramente n'avrete lette tante! Vuole essere, piuttosto, un momento di riflessione, di presa di coscienza, di riordino delle idee in merito ad un evento che sicuramente cambierà gli equilibri nel mondo.

11 settembre 2001: sono nella mia camera e guardo la televisione, con precisione un telefilm americano di nome "Ally Mac Beal", il mio preferito nel caos della tv spazzatura pomeridiana. C'è una pausa pubblicitaria, come sempre intervenuta ad interrompere la scena migliore, e d'improvviso un'edizione straordinaria del telegiornale.
I primi istanti che trascorrono nella mia mente sono definiti da una forte preoccupazione: "Un'edizione straordinaria non è da tutti i giorni, qualcosa di veramente grave deve essere accaduto". Le immagini che si presentano immediatamente ai miei occhi sono spaventose: una delle torri gemelle di New York è in fiamme, per motivi ancora imprecisati, e d'improvviso ecco arrivare un aereo che si schianta sulla seconda delle due, ancora intatta.
Attimo di totale meraviglia e stupore; un'incredulità indescrivibile e poi le prime reazioni: "Cos'è un film? Sicuramente tutto ciò non è reale, stiamo parlando degli U.S.A.!!! Baluardo della potenza economica e militare mondiale; quegli Stati Uniti che, sin da ragazzini, ci sono stati figurati come la patria del benessere e della democrazia! Gli intoccabili Stati Uniti d'America…"
Neanche il tempo di razionalizzare che un terzo aereo (già, perché ora si sa che anche il primo incendio è stato provocato dallo schianto di un aereo) precipita sul Pentagono. Penso: "O gli Stati Uniti sono in guerra o stanno girando uno di quei polpettoni patriottici hollywoodiani, tutti distruzione e ricostruzione del pianeta per opera dell'integerrimo popolo statunitense". Ma il mio cinismo lascia presto spazio alla cronaca: tre aerei sono stati dirottati da terroristi di appartenenza ancora ignota, il numero delle vittime è ancora imprecisato ma sicuramente elevato.
Sono le 15:50 circa, sono costretta ad uscire, accompagnata da un tremore indefinito allo stomaco…

La mia città (Bari) apparentemente sembra ignorare quanto stia accadendo: rare macchine, tranquillità pomeridiana, poca gente per strada. Tuttavia, valicata la stazione, giunta in centro, le persone, brulicanti come formichine, sembrano chiedersi tutte la stessa cosa: cosa accade negli Stati Uniti?
Cellulari trillanti dispensano notizie dell'ultimo minuto, consultazioni fugaci accomunano sconosciuti in questa disperata ricerca di aggiornamenti. Già si prospettano le prime ipotesi circa la responsabilità degli attentati: "Sicuramente i Palestinesi, non vedi che casino sta succedendo in Israele?" è l'ipotesi più accreditata, frutto della cattiva informazione dispensata dai nostri telegiornali.
Io e Miguel pensiamo unanimi: "Cosa può interessare ai Palestinesi di attaccare gli U.S.A. in questo momento? E poi con che mezzi l'avrebbero fatto, poveri cristi (tipica espressione nostrana)? E a che pro, giacché si troverebbero sotto una terribile scarica di bombe statunitensi da cui non potrebbero ripararsi?". Ma in questi giorni la gente sente parlare sempre più spesso di Israeliani e Palestinesi e, senza sapere qual è la loro storia, sentenzia convinta condanne del tutto infondate.
Alle 16:30 circa mi reco all'università per l'appuntamento con uno studioso di Storia: entrambi siamo sconvolti dalle notizie afferrate nelle ultime ore. La sua teoria è semplice e, a suo dire, lineare: "O si sono attaccati da soli (ai presente la recessione economica di questo periodo, la leadership discussa del Presidente Bush jr.?) oppure è stato Saddam (e chi non lo tirerebbe fuori l'orco nero in questo momento?)".
Io un'idea tutta mia non me la sono ancora fatta. Miguel, invece, da attento osservatore internazionale qual è, afferma convinto: "Questa è opera di Bin Laden".
Sono le 18:00 circa, facciamo rientro a casa un po' confusi ed agitati, ricercando notizie via radio, le più credibili possibile.

Questo è quanto accaduto dentro di noi, in linea generale, l'11 settembre, appena ricevuta la notizia. Consultandoci, nei giorni seguenti, con amici e conoscenti, ci siamo resi conto dell'unanimità delle reazioni. Non solo il dispiacere e l'orrore, sentimenti che nascono immediati in queste occasioni, ma anche lo stupore, l'incredulità per il successo di un attacco così efferato, analitico, studiato ai simboli della potenza economica e militare degli U.S.A. e dell'Occidente intero. Ecco giunti, dunque, alla parola chiave della situazione: "Occidente", cui inevitabilmente, per rigore geografico, storico e culturale, si contrappone "Oriente", o meglio "Medio Oriente", islamico ed integralista. Ma siamo così sicuri, poi, che si tratti di questioni puramente religiose?
Ci rendiamo tutti conto della gravità della situazione, e tutti siamo unanimemente costernati per le innumerevoli vittime americane, tra cui chissà quante di nazionalità italiana. Nessuno è sfiorato, neppure lontanamente, dalla volontà di abbracciare la causa del terrorismo. Chiunque condanna uno strumento di protesta vile e offensivo per la dignità dell'uomo, qual è un atto terroristico, di qualsiasi portata ed entità esso sia.
Tuttavia, c'è un "però": per capire realmente il perché di simili stragi è fondamentale rifarsi alla Storia, a quella memoria storica unica testimone dell'avventatezza e, talvolta, irrazionalità dei gesti umani. Sfogliando un buon manuale di storia (e quando si parla di qualità, in questi casi, si fa riferimento soprattutto all'imparzialità dell'autore) è possibile venire a conoscenza di realtà sconvolgenti, di atti criminali commessi "dall'Occidente" che mai avremmo potuto immaginare e che mai ci vengono raccontati durante il percorso scolastico obbligatorio. Nel mio caso, ho imparato la vera Storia d'Italia solo all'università, preparando esami di Storia contemporanea e confrontandomi con professori di una certa apertura mentale. Al liceo nessuno mi aveva dato tale possibilità! Non so come funzioni da voi l'insegnamento storico nella scuola di base, per parte mia ho pensato di fare riferimento al testo di un meritevole docente italiano e accendere, così, un faro sulla politica occidentale in Oriente.
Il libro che citerò di seguito è "Storia moderna e contemporanea: il Novecento", scritto da Paolo Viola (docente di Storia moderna alla Facoltà di Scienze politiche dell'Università di Palermo) e edito da Einaudi nel 2000.
Ne riporterò alcuni passi, indicandone precisamente la collocazione all'interno del testo, ai quali non sarà fatto alcun commento (se non di precisazione storica), vista la loro chiarezza ed eloquenza.
Il dibattito è aperto, andiamo ad incominciare…
Il paragrafo qui riportato è il sesto del capitolo VI ("Il Comunismo e l'Occidente"), ed è intitolato "La nascita dello Stato di Israele". Si colloca in quel periodo storico seguito alla seconda guerra mondiale, detto "della Guerra Fredda", che dagli anni Quaranta agli anni Ottanta ha assistito alla spaccatura del mondo in due blocchi ben definiti e impermeabili, l'uno d'influenza statunitense (ad ovest) e l'altro d'influenza sovietica (ad est). In questa fase storica lo scontro fra capitalismo e comunismo porta alla strumentalizzazione di qualsiasi evento, senza rispetto per le identità nazionali dei popoli, commettendo ogni sorta di orrore ed errore, che la Storia puntualmente riporta da entrambe le parti.
Dal Viola: "Apposite agenzie avevano promosso e organizzato il ritorno degli ebrei alla "Terra promessa" della Bibbia […] Questo movimento aveva portato nei primi decenni del secolo XX decine di migliaia di ebrei europei in Palestina. Il sogno sionista di dare una patria ad un popolo disperso e perseguitato rimaneva però alquanto remoto. Fu la tragedia della Shoah a trasformare questo progetto in un movimento irresistibile, che portò nel Medio Oriente prima decine di migliaia di persone in fuga dalla barbarie nazista, poi, dopo la guerra, centinaia di migliaia di scampati al genocidio. Nel sostegno internazionale offerto a questa migrazione agì una sorta di risarcimento riconosciuto da tutti i paesi, per l'orrore subìto dal popolo ebreo. Ma la "Terra promessa" non era disabitata: era invece popolata da un milione di arabi palestinesi che l'immigrazione ebraica scacciò dalle loro terre. Così per risarcire una tragedia si aprì un altro dramma. La guerra fredda si impossessò subito di questa vicenda, trasformandola in una ulteriore occasione di confronto fra Est e Ovest. Occorre fare un passo indietro. Durante la Grande Guerra gli inglesi avevano cercato di stimolare il nazionalismo arabo contro il potere imperiale ottomano […] Tuttavia il nazionalismo, ieri antiottomano ma ben presto antioccidentale, si rivelava, come sempre, un alleato complicato per una potenza imperiale. Anzi per gli europei il nazionalismo arabo era pericoloso a maggior ragione, in quanto ben più profonde differenze culturali e religiose separavano il Medio Oriente dai nuovi dominatori piuttosto che dai turchi. L'intera regione d'altra parte stava assumendo un interesse strategico sempre crescente. Si sapeva ormai che vi si trovavano le principali riserve mondiali di petrolio, benché il loro sfruttamento fosse appena iniziato. In prospettiva una popolazione compatta e antioccidentale avrebbe creato problemi agli interessi britannici. Al contrario, eventuali tensioni politiche, etniche e religiose avrebbero reso più facili gli sforzi per il controllo della regione. Il sionismo, complicando il panorama mediorientale, avrebbe potuto rivelarsi una carta interessante per i nuovi dominatori. Al momento della dissoluzione dell'Impero ottomano dopo la prima Guerra mondiale, la Gran Bretagna aveva ricevuto dagli accordi internazionali il mandato di governare la regione, e aveva istituito una parte della Palestina come "focolare nazionale ebraico". Lo auspicavano i sionisti, che non puntavano più sull'assimilazione delle comunità ebraiche in un mondo via via più estraneo e ostile. D'altra parte l'antisemitismo montante in tutti i paesi europei negli anni Venti e Trenta consigliava che gli ebrei, sempre più spesso considerati stranieri, trovassero un luogo dove trasferirsi. Il governo britannico, come tutti gli altri, vedeva con favore ciò che poteva attutire le tensioni razziali al proprio interno. E questa era una seconda ragione per favorire il trasferimento degli ebrei nel Medio Oriente, oltre a quella di disporre di una popolazione europea molto motivata a stabilirvisi, e fedele agli interessi britannici. Nel 1935 c'era oltre un milione di abitanti in Palestina, di cui ormai un terzo ebrei. Si trattava di immigrati in possesso di un buon livello culturale, spesso militanti della sinistra sionista laica. Aiutati dalle agenzie ebraiche e dalla Gran Bretagna, sostenuti finanziariamente dalle comunità dei diversi paesi, avevano potuto acquistare le migliori terre e avevano iniziato a trasformare un paese povero e tradizionalista in un luogo in cui le cose cambiavano molto rapidamente. […] Gli arabi di conseguenza assunsero ben presto un atteggiamento di crescente aggressività nei confronti dei nuovi arrivati, relativamente ricchi, colti e dotati di un'ampia rete di solidarietà. Per parte loro, i sionisti si organizzarono per un'autodifesa armata, che nel 1936 dovette fronteggiare per la prima volta uno scontro di vaste proporzioni. La popolazione ebrea immigrata e portatrice di modernità e di conflitti era stata insediata da una potenza imperiale sostituitasi ai turchi ottomani, musulmani e tradizionalisti. Era inoltre determinata da ragioni religiose a conquistare la Palestina, che considerava promessa da Dio. […] Durante la seconda Guerra mondiale l'afflusso di ebrei in Palestina si fece impetuoso, per l'arrivo di migliaia di persone che cercavano scampo alle persecuzioni naziste. Alla fine del conflitto l'immigrazione aumentò ancora ed assunse il carattere di un esodo per i naufraghi dei campi di sterminio. Gli ebrei europei sopravvissuti guardavano ormai alla "Terra promessa" come all'unico approdo dove forse la vita avrebbe potuto ricominciare a scorrere. La loro rivendicazione di uno Stato ebraico sovrano divenne da allora anche un'esigenza di risarcimento, per quanto possibile, per gli orrori subiti. Gli inglesi cominciarono però a rendersi conto che un afflusso così massiccio di profughi avrebbe destabilizzato la regione in maniera definitiva e ben al di là dei piani da loro concepiti per il controllo imperiale del Medio oriente. La loro politica divenne cauta nei confronti del sionismo, anzi piuttosto favorevole agli arabi, e comunque orientata verso una separazione delle due comunità, che contenesse la popolazione ebraica in una parte soltanto della Palestina. L'immigrazione sionista venne limitata o addirittura ostacolata. Nel 1947 una nave carica di ebrei, l'Exodus, fu fermata dalla marina britannica e riaccompagnata ad Amburgo da dove era partita. Questo episodio fece precipitare lo scontro fra la comunità ebraica, la maggioranza araba e le autorità britanniche, e innescò un periodo di guerriglia. Finché, nell'autunno dello stesso anno, l'ONU decise la creazione di due diversi stati in Palestina: la Giordania e Israele, e ne tracciò i confini. La città di Gerusalemme fu dichiarata neutrale. Il mandato britannico fu sospeso nel maggio 1948, e lo stesso giorno il leader sionista Ben Gurion (1886-1973) proclamò la nascita dello Stato ebraico, nella nuova capitale Tel Aviv. La nascita di Israele provocò la guerra. La "Lega araba" composta dai quattro Stati confinanti: Egitto, Giordania, Siria e Libano, e dall'Iraq, attaccò il nuovo Stato. Tuttavia, malgrado l'inferiorità numerica, l'esercito israeliano fu vittorioso e anzi riuscì ad espandere il proprio territorio al di là dei confini tracciati dall'ONU. Pochi arabi palestinesi (circa centomila) accettarono di rimanere entro i confini di Israele. La maggior parte invece abbandonò le sue case, che vennero riassegnate a coloni ebrei, e trovò rifugio nei paesi arabi e specialmente nella vicina Giordania, di cui costituì anzi la maggioranza della popolazione. Era un momento di grave tensione fra le due superpotenze. […] l'ONU aveva dimostrato la sua impotenza come punto di equilibrio dei rapporti internazionali. La costituzione della NATO era ormai annunciata, e la guerra fredda era in atto. La nascita di Israele diventò quindi un elemento centrale per il controllo del Medio Oriente. L'Unione Sovietica aveva auspicato una soluzione impraticabile: quella di una convivenza nello stesso stato delle due comunità, araba ed ebraica. Poi aveva riconosciuto diplomaticamente Israele, pur restando filoaraba. Viceversa gli USA si erano rivelati i sostenitori più calorosi del nuovo Stato, che non avrebbe mai potuto sopravvivere senza l'aiuto americano. Dopo lo sterminio degli ebrei europei, in America c'era la comunità ebraica più forte e più ricca, capace di influenzare pesantemente la politica del governo USA e di finanziare la nuova patria di tutti gli ebrei. […] Sembrava finito il dramma di un popolo perseguitato da duemila anni, e recentemente sterminato, che non aveva mai avuto una patria. Se ne apriva però un altro: quello dei palestinesi scacciati dalle loro case e utilizzati nella guerra fredda come elemento di un gioco internazionale. Dipendente dalla potente comunità USA, ben presto Israele divenne una pedina militare e diplomatica, un posto di frontiera, un laboratorio di efficienza bellica, con un'economia alterata e condizionata dai massicci trasferimenti di capitali americani, una vetrina occidentale […], circondata da un mondo compatto e ostile. La conseguente destabilizzazione di tutto il Medio Oriente aprì uno dei principali problemi internazionali per i decenni a venire. Tutto il mondo arabo divenne ferocemente ostile al sionismo, numerose comunità ebree del Medio Oriente furono perseguitate ed espulse, e si trasferirono in Israele, incrementandone l'ostilità nei confronti dei palestinesi. I paesi arabi e le democrazie occidentali dialogarono sempre più difficilmente, mentre il blocco sovietico, filoarabo, fu percorso da forti tensioni antiebraiche […]."
I brani riportati di seguito appartengono, invece, al paragrafo otto del capitolo VII ("Il terzo mondo"), intitolato "La questione palestinese". Il capitolo tratta della fine del colonialismo e della conseguente affermazione di nuovi Paesi nel contesto internazionale. E' questo il periodo in cui si sente parlare di paesi "non allineati", e di un terzo mondo più cosciente e reattivo alle logiche di dominazione imperialista. Ma questo è anche il periodo in cui si sviluppa una nuova forma di "schiavismo" per i suddetti paesi. Infatti, stiamo parlando di quella fase storica in cui le tradizionali potenze coloniali dell'Occidente rinunciano al controllo politico di queste zone, intraprendendo però un rapporto economico che si traduce, ben presto, in una totale dipendenza dei paesi poveri dalle politiche finanziarie di quelli ricchi. In questa prospettiva si colloca ancora la questione palestinese, testimonianza diretta di quell'atteggiamento ambiguo e contraddittorio che da sempre gli "occidentali" hanno assunto verso i diversi popoli.
Dal Viola: "Il più grande fallimento del nazionalismo arabo fu l'incapacità di risolvere la questione palestinese, cioè di quel milione di profughi che la creazione dello Stato d'Israele aveva scacciato dalle loro case. […] Il caso dei palestinesi era diverso dagli altri. Non erano oppressori rispediti alle loro terre d'origine. Non erano neanche in una posizione di parità rispetto a coloro che li scacciavano. Erano vittime di un'ingiustizia. Allo stesso tempo coloro che li avevano scacciati erano sopravvissuti alla più grande e mostruosa ingiustizia di tutti i tempi. Quella dei campi di sterminio. Gli ebrei esigevano un risarcimento dalla comunità internazionale. Ne facevano purtroppo le spese gli arabi di Palestina che non avevano avuto alcun ruolo in quella tragedia. Gli israeliani erano dunque degli ex oppressi che nel contesto specifico diventavano oppressori ed espressione regionale degli interessi angloamericani. Chiedevano alla comunità internazionale di risolvere il loro caso, di aiutarli a difendere la loro nuova patria, la "terra promessa" che consideravano l'unica garanzia di sopravvivenza come popolo. I palestinesi chiedevano di tornare nelle loro case e governare la loro terra. Nessuna delle due comunità era disposta ad essere governata dall'altra, e neppure a condividere lo stesso spazio. […] Il tutto si svolgeva nell'ambito della contesa fra USA e URSS. Così, dietro ad Israele c'era la potenza americana, e dietro al nazionalismo arabo c'era la diplomazia sovietica. Gli israeliani pensavano che i palestinesi avrebbero potuto essere inseriti nei paesi confinanti senza troppe difficoltà e che nel giro di alcuni anni il loro problema sarebbe stato risolto. Non fu così: i rifugiati palestinesi furono lasciati in campi profughi in condizioni paurose di degrado, perché servissero da mezzo di pressione contro lo Stato di Israele. Nessuno sforzo fu fatto per integrarli nei paesi arabi confinanti. L'ONU li finanziò. I paesi arabi produttori di petrolio fecero altrettanto. Ma non per assicurare loro un futuro di pace, bensì nella prospettiva di sconfiggere gli israeliani e di rientrare un giorno nelle loro case. Di quelle case molti palestinesi conservavano la chiave appesa al muro delle loro nuove precarie abitazioni, come se l'allontanamento fosse momentaneo, come se non fossero state assegnate ad altri abitanti, che a loro volta avevano perso le loro, assegnate ai tedeschi, poi a polacchi o russi, in una catena senza fine di espulsioni.


Il nazionalismo socialista arabo non poté risolvere il problema palestinese con le armi, perché Israele si dimostrò troppo forte: armato dagli americani, finanziato dalle comunità ebraiche di tutto il mondo e deciso a difendersi a qualunque prezzo. […] Il nazionalismo arabo non seppe risolvere il problema palestinese neppure con la diplomazia, perché per decenni non pensò a trovare nessuna via di compromesso: non volle nemmeno considerare la possibilità dell'esistenza di uno Stato d'Israele. Non era tanto in questione la presenza della comunità ebraica in Palestina, quanto l'esistenza politica di Israele. […] Incapace di risolvere con la forza o con la diplomazia il problema della Palestina, il nazionalismo arabo si dimostrò altrettanto incapace, anzi per nulla interessato ad assicurare un futuro di pace alla regione, rimanendo così ostaggio delle grandi potenze. Ogni divisione al suo interno fu sfruttata dai sovietici, dagli americani, dagli altri paesi della regione. Ogni fazione ricevette un sostegno: soldi, armi. […] Il punto di vista israeliano era che toccava agli arabi risolvere il problema di quel milione di palestinesi loro connazionali, e che per parte loro avevano diritto a conservare la "Terra promessa". Il punto di vista arabo era che gli israeliani costituivano una potenza colonizzatrice […], e che avrebbero dovuto essere puramente e semplicemente cacciati via.
[…] I palestinesi si erano dati un'organizzazione politico-militare denominata OLP (Organizzazione per la Liberazione della Palestina) il cui capo, Yasir Arafat, [ …], sapeva destreggiarsi fra le debolezze del nazionalismo arabo fino ad intravedere, dopo un cammino pluridecennale, una prospettiva di pace negoziata con i dirigenti israeliani: una pace che comunque, all'inizio del nuovo millennio, appare ancora puramente ipotetica. Nessuno dei contendenti nella regione ha saputo dare una risposta democratica ai gravissimi problemi del Medio Oriente. Non il nazionalismo arabo, […]. Non l'OLP, che si è ampiamente servita dei mezzi del terrorismo. Non Israele, che ha usato nei territori arabi occupati gli stessi metodi di una potenza coloniale, compresa la demolizione delle abitazioni dei presunti terroristi, compreso l'uso legale ?definito moderato? della tortura. Non gli Stati Uniti, che hanno avallato ogni illegalità e sopruso purché commesso dai propri alleati; e ancor meno l'Unione Sovietica, che ha appoggiato e armato le più sanguinarie dittature. Non i paesi arabi filoccidentali, che hanno usato i dollari derivanti dal petrolio come un mezzo di discriminazione e di corruzione. Nel complesso, anzi, il teatro mediorientale rappresenta uno dei più gravi fallimenti internazionali della democrazia e di quella politica di concertazione per la pace nello sviluppo che era sembrata emergere dalla vittoria sul nazifascismo."
I seguenti paragrafi, dal titolo "Le guerre arabo-israeliane" e "La crisi del petrolio", sono rispettivamente l'undicesimo e il dodicesimo del capitolo IX ("La prosperità dell'Occidente"). In generale, il nono capitolo tratta la trasformazione del mondo, orientale ed occidentale, al termine della Guerra fredda (anni Settanta), e i nuovi equilibri economici, politici e sociali generati da questo fondamentale dato storico.
Dal Viola: " […] la potenza ebraica era diventata oggetto di profonda ostilità da parte del blocco socialista e dei paesi "non allineati", oltre che ovviamente dei paesi arabi, anche filoccidentali, quindi della grande maggioranza delle Nazioni Unite. Ma allo stesso tempo si trasformava in uno dei più irrinunciabili avamposti degli USA […]. Il suo esercito divenne uno dei meglio armati e più efficienti del mondo, e probabilmente da allora fu dotato di armamento nucleare. Politicamente però Israele non aspirava ad alcuna leadership regionale […]. Gli israeliani non proponevano una soluzione per l'impossibile convivenza di due popoli sulla stessa terra. Non ritenevano che toccasse a loro lavorare ad una via d'uscita per il dramma che si era creato. Anzi, non ritennero possibile, e neppure auspicabile, raggiungere la pace, e tanto meno si posero il problema di un assetto complessivo della regione. […]. Ora si ponevano soltanto il problema di attrezzarsi su quella terra per sopravvivere ancora, questa volta al nazionalismo arabo, e di conquistare ulteriore spazio per accogliervi tutto il mondo ebraico. Al loro governo sembrava che l'unico modo per farlo fosse quello di dotarsi dei mezzi militari necessari alla dissuasione, e di rafforzare i legami con l'America, dove del resto si trova la più numerosa e ricca comunità ebraica. La questione della divisione della Palestina non era dunque più un problema limitato allo scontro fra due nazionalismi in lotta per una stessa terra, ma uno dei grandi scenari del conflitto fra capitalismo e "antimperialismo". Dal canto loro i paesi arabi erano profondamente divisi. Alcuni erano, […], monarchie assolute politicamente arcaiche [...]. Fra questi si annoverano i maggiori produttori di petrolio, come l'Arabia Saudita, i quali, filoccidentali e ricchissimi per i proventi dell'"oro nero", avevano un unico punto, benché fondamentale, di dissenso con gli USA: la posizione nei confronti di Israele. Altri paesi invece, nazionalisti, "antimperialisti", come la Siria, l'Algeria, più tardi l'Iraq e la Libia, erano repubbliche governate da oligarchie militari […]. Questi paesi arabi nazionalisti sceglievano l'alleanza col campo sovietico e la loro ostilità nei confronti di Israele era assolutamente radicale, e del resto in linea con lo schieramento internazionale in cui si collocavano."
Dal Viola: "Una delle armi che i paesi arabi avevano in serbo per provare a piegare il campo occidentale era di tagliare le forniture di petrolio, di cui essi possiedono le maggiori riserve, e dal quale dipende la grande maggioranza del consumo energetico mondiale. Questa eventualità era stata ventilata già prima dell'autunno '73, ed era nell'aria, poiché i paesi produttori di petrolio, non solo arabi, avevano organizzato una loro associazione per difendersi dalle grandi compagnie angloamericane, l'OPEC (Organisation of the Petroleum Exporting Countries). Ma la minaccia non era stata creduta. Improvvisamente, […], venne messa in atto. I prezzi del petrolio greggio furono bruscamente elevati e venne annunciata una riduzione delle forniture all'Occidente del 5 per cento, fino a quando le truppe israeliane non si fossero ritirate da tutti i territori occupati. Gli Stati Uniti producono una parte consistente del petrolio che consumano e il resto lo comprano principalmente da Messico e Venezuela, i quali pure aumentarono i loro prezzi. Ma i paesi europei e il Giappone furono attraversati da una vera e propria ondata di panico. […] In Occidente tutti i prezzi si misero ad aumentare e si scatenò un'ondata finanziaria del 13-14 per cento all'anno, e nei paesi più fragili o più dipendenti dal petrolio molto di più. […] molti paesi del terzo Mondo, da sempre affamati di capitali, ricevettero un enorme flusso di denaro dalle materie prime che vendevano. Ma non per questo si arricchirono, poiché tutti i prezzi internazionali aumentavano. Semplicemente l'inflazione mondiale tendeva a far circolare i capitali più rapidamente e il sistema bancario internazionale offriva crediti a tassi convenienti. Proprio come gli operatori economici dei paesi ricchi, anche i paesi del Terzo Mondo trovavano banche interessate a fornire prestiti, per non tenere fermi capitali soggetti a svalutarsi. Poterono indebitarsi, spendere, costruire, in rari casi crescere. In generale tendevano ormai rifiutare gli investimenti delle grandi compagnie multinazionali, le quali poi diventavano politicamente troppo potenti e minacciose […]. Preferivano invece nazionalizzare le loro risorse e prendere in prestito i capitali necessari a sfruttarle. Così la massa del debito internazionale in pochi anni diventò tale che la restituzione dei prestiti divenne del tutto ipotetica. Le grandi banche assunsero un'importanza crescente, e la dipendenza economica di paesi senza denaro divenne una dipendenza finanziaria di paesi pieni di debiti."
I paragrafi che, in ultimo, vado a citare sono il sesto e il dodicesimo del capitolo X ("La caduta del Comunismo"), rispettivamente intitolati "Un'altra rivoluzione: l'Iran fondamentalista. L'URSS in Afghanistan" e "La guerra del Golfo". Già i titoli sono eloquenti circa i loro contenuti: ci troviamo, ormai, in piena crisi del comunismo, dunque agli sgoccioli della Guerra Fredda e all'alba della nuova era della potenza occidentale. In particolare, il paragrafo VI si collega strettamente a quanto accade oggi nello scenario internazionale: riguarda l'Afghanistan, paese travagliato dai conflitti da più di vent'anni, e spiega le vicende internazionali che lo hanno coinvolto prima dell'insediamento del regime talebano.
Dal Viola: "Fino alla metà degli anni Settanta, il comunismo era stato praticamente l'unico modello di movimento rivoluzionario in tutto il mondo. […] Tutt'altra era invece la risposta data ai problemi suscitati dalle trasformazioni sociali, da parte di un integralismo religioso, il quale si proponeva di ricostruire l'identità culturale dei popoli oppressi sulla base del rifiuto complessivo della modernizzazione. Così, fin dalla metà degli anni Sessanta, in molti paesi musulmani erano tornati ad emergere i sentimenti radicali del fondamentalismo islamico. In Iran questa tendenza era guidata dal clero sciita […]. L'Islam è l'unica, delle tre religioni monoteiste, che non attende il Messia (come fanno gli ebrei) o il suo ritorno (come fanno i cristiani) perché si realizzi la volontà di Dio. Al contrario, Maometto - l'ultimo e il più grande dei profeti - ha già compiuto, già "sigillato il ciclo della profezia". Dunque la perfezione della volontà divina è stata realizzata sulla terra all'epoca dei primi califfi. […] l'equilibrio fra potere spirituale e temporale, quindi fra significato ultimo della vita e politica, è stato in quel momento conforme all'ordine divino, e non c'è null'altro da inventare, ma solo da credere e sottomettersi. La democrazia, il comunismo, lo sviluppo, la modernizzazione, la ricerca della felicità e del benessere stanno tutti dalla parte di una maniera giudeo-cristiana, occidentale, e secondo l'Islam infedele, di pensare l'avvenire. […] il teologo Khomeini (1899-89), salito nella gerarchia clericale sciita fino all'alto rango di ayatollah, si era affermato nell'opposizione iraniana. Come leader religioso, combatteva lo Shah per ragioni opposte a quelle progressiste che avevano animato Mossadeq: rifiutava del tutto gli elementi di modernizzazione, l'emancipazione della donna, la riforma agraria, la laicizzazione della vita pubblica. Il suo progetto era quello di riportare il paese al contenuto originario dell'insegnamento divino. […] All'inizio del '79 lo Shah abbandonò il paese, rifugiandosi negli Stati Uniti, e Khomeini rientrò in patria [dall'esilio in Francia], assumendo la guida di quella che ormai si chiamava la "rivoluzione islamica". Si apriva un capitolo completamente nuovo della storia dell'Iran e in generale dei paesi musulmani. La Repubblica iraniana, dominata dal clero sciita, diventava il nuovo grande avversario ideologico e politico dell'Occidente capitalista, soppiantando perfino […] il modello rivoluzionario comunista. […] l'arma della lotta internazionale contro il capitalismo americano divenne quella della guerra santa, in arabo jihad, opera missionaria per la liberazione dall'errore: una guerra da combattere, secondo le frange più estremiste, con qualsiasi mezzo, compreso il terrorismo. […] confinante con l'Iran fondamentalista, l'Afghanistan era stato fin dalla fine della seconda Guerra mondiale nella sfera d'influenza sovietica. Temendo l'influsso della vicina rivoluzione islamica iraniana, il suo governo laico fu oggetto di pressioni sempre più forti, che lo portarono ad impegnarsi in un programma di radicali riforme modernizzatici, sociali e politiche, appoggiate dall'URSS. Nel 1979 un trattato afgano-sovietico permise allora l'ingresso di truppe russe, e l'Afghanistan si avviò ad essere un paese socialista. Cominciò una guerriglia che durò dodici anni. […] Dalla parte dei guerriglieri c'era il fondamentalismo religioso e l'eterno diritto dei popoli di combattere per la propria autodeterminazione. L'imperialismo sovietico per la prima volta aggrediva un povero paese del terzo Mondo, e per la prima veniva battuto. Nel 1995 l'Armata Rossa, duramente sconfitta, dovette ripiegare e abbandonare il paese. Nello stesso anno l'Unione Sovietica stessa avrebbe cessato di esistere. I guerriglieri afgani avevano ricevuto l'aiuto militare occidentale, oltre che quello dei paesi islamici, e alla fine di una serie di scontri fra gruppi rivali, portarono il paese ad un regime fondamentalista perfino più rigido di quello iraniano. […] la priorità del conflitto con l'URSS aveva portato gli USA ad ignorare quella coerenza ideologica, che nei decenni precedenti invece aveva caratterizzato la loro politica estera. […] In Afghanistan avevano appoggiato il fondamentalismo, che altrove metteva le bombe contro di loro, sempre per la stessa ragione: purché respingesse l'URSS."
Il paragrafo XII riporta a tempi più vicini, e dà modo di intendere i nuovi equilibri internazionali nati in seguito al crollo dell'Unione Sovietica, vale a dire di quell'eterno rivale contro cui gli Stati Uniti hanno combattuto, per decenni, una guerra "in sordina" che ha finito per coinvolgere, ancora una volta, il mondo intero.
Dal Viola: "La prima area del mondo ad essere profondamente destabilizzata dalla fine della guerra fredda fu il Medio oriente. Israele cessava di essere un avamposto antisovietico. E i palestinesi non erano più agenti del nemico comunista. Anzi, poiché la loro causa era appoggiata dai ricchissimi paesi petroliferi, una profonda revisione della politica occidentale nel medio Oriente appariva necessaria, per evitare che si ripetesse una crisi drammatica come quella del 1973. Tuttavia la trattativa fra Israele e OLP si avviava tardi, quando ormai una parte non indifferente dei palestinesi e anche una minoranza in Israele aveva aderito ai fondamentalismo religiosi contrapposti, islamico ed ebraico; e il terrorismo si era trasformato in un sistema abituale di guerra. […] D'altra parte il nazionalismo arabo subiva da tempo un declino complessivo, non solo legato al problema palestinese. Negli ultimi anni aveva registrato una drammatica involuzione in senso sempre più autoritario, seguita dall'isolamento internazionale e dalla sconfitta, soprattutto nel luogo più vitale per la produzione del petrolio e più esposto all'attrito con l'estremismo religioso: il Golfo persico, da secoli frontiera fra l'Islam arabo e sannita e il mondo persico sciita. L'Iraq, dopo essere stato armato dall'Unione Sovietica e aver costituito un baluardo della modernizzazione socialista in Medio Oriente, era improvvisamente diventato, con la rivoluzione iraniana, una protezione di importanza internazionale contro il fondamentalismo islamico. Per ben otto anni, a partire dal 1980, aveva combattuto contro l'Iran degli ayatollah. In questa lunga guerra, […], Baghdad aveva ritenuto di combattere per tutti i paesi arabi, e addirittura per tutto il mondo, sia socialista sia capitalista, contro quella che sembrava la nuova barbarie, oltre che la principale culla del terrorismo che insanguinava la comunità internazionale. Inoltre il prezzo del petrolio si trovava di nuovo ad un livello molto basso, […]. Baghdad si aspettava quindi dall'Occidente, e soprattutto dagli altri paesi arabi, un riconoscimento del suo ruolo internazionale, e un ripianamento dei debiti. Non arrivarono né l'uno né l'altro. [..] Nell'agosto 1990 l'esercito irakeno invase il vicino Kuwait, un piccolo Stato feudale grande quanto il Lazio e con due milioni di abitanti (quanto la Calabria); ma ricchissimo di petrolio. Aggiungendo la produzione kuwaitiana alla propria, l'Iraq sarebbe diventato il quarto produttore mondiale, dopo l'URSS, gli USA e l'Arabia Saudita. […] Gli Stati Uniti reagirono immediatamente all'aggressione irakena. Nel vuoto di potere lasciato dall'URSS, riuscirono a mettersi alla testa di un'alleanza che, attraverso l'ONU, raccoglieva la quasi unanimità dei paesi del mondo, con un paio di eccezioni, costituite dall'OLP, che si aggrappava all'Iraq come ad uno dei pochissimi paesi ancora amici del nazionalismo arabo, e della Giordania, preoccupata di fare la stessa fine del Kuwait. […] Incontestabilmente l'invasione irakena del Kuwait costituiva una violazione del diritto internazionale. Tuttavia non era la prima, e non sarebbe stata l'ultima. E quasi tutte erano rimaste impunite, a cominciare dall'occupazione israeliana dei territori palestinesi, e continuando con le innumerevoli aggressioni di cui si erano rese colpevoli le grandi potenze. Ma l'Iraq costituiva una minaccia per l'equilibrio della produzione petrolifera, quindi della principale risorsa economica mondiale. La sua aggressione contro il Kuwait, se tollerata, avrebbe alterato gli equilibri nella regione più importante per l'economia mondiale. […] la guerra contro l'Iraq, denominata "tempesta nel deserto", fu scatenata nel gennaio del 1991, e si concluse in poco più di un mese con la sconfitta di Saddam Hussein e la liberazione del Kuwait. […] La vittoria americana contro l'Iraq tuttavia non risolse nulla. Nel Kuwait tornò il monarca scacciato dagli irakeni, che ripristinò il suo governo assoluto, che nulla aveva in comune con i valori democratici dell'Occidente. Saddam Hussein continuò a governare il suo popolo, opprimendolo più di prima, ma non molto peggio di quanto facesse il sovrano del Kuwait. […] Da allora l'Iraq è anche colpito da sanzioni economiche di tale durezza, che la popolazione civile è sprofondata in uno stato di miseria che si aggiunge alla guerra e all'oppressione. Per parte loro, gli israeliani non si sono affatto ritirati dai territori occupati, offrendo la dimostrazione che diversi pesi e varie misure vengono regolarmente adottati, di fronte alle violazioni del diritto internazionale e delle risoluzioni dell'ONU. Una conseguenza notevole della guerra del Golfo fu il discredito di cui le democrazie occidentali si coprirono in tutto il mondo islamico, con grande vantaggio del fondamentalismo religioso e del terrorismo internazionale."

Il motivo per cui ho riportato quanto sopra, è legato ad un atto di fedeltà ed onestà nei confronti della Storia. Dal mio punto di vista, quanto accaduto negli Stati Uniti, e quanto avviene adesso in Afghanistan, costituisce un nuovo paragrafo da aggiungere a quelli già citati. La cosa che più mi ha mortificata, una volta passato il senso di orrore per l'abbattimento delle Torri, è stata proprio la leggerezza dei commenti espressi dalla gente comune. Non m'interessano le affermazioni degli studiosi intervistati nei mega-show serali del cinismo, ché quelli vivono di eloquenza! Orribile è la facilità con cui ognuno di noi è spinto a valutare e condannare popoli, religioni, nazioni grazie ai supermercati dell'informazione che affollano le nostre televisioni. Un proverbio molto saggio dice: "Ignorante non è colui che ignora, bensì colui che parla di ciò che ignora". In un momento storico delicato, qual è quello che tutto il mondo sta vivendo attualmente, c'è ancora chi si permette di ragionare per luoghi comuni! L'università, lo studio e alcune persone mi hanno insegnato che non si può discutere di qualcosa senza saperne nulla. Tuttavia, i telegiornali e le trasmissioni di approfondimento continuano a sobbissarci di notizie parziali, che non aiutano certo alla reale comprensione degli eventi. Dunque, se ho voluto scrivervi di storia in maniera così specifica, non è per una mancanza di fiducia nelle vostre conoscenze in merito, ma per rendermi conto, io stessa, di quale solco immenso (possiamo parlare di un secolo) divida le persone, o meglio "le folle", dalla verità. Sarebbe bello se ciascuno, fornito degli strumenti adatti, potesse giudicare liberamente gli avvenimenti; ma è realmente così? Tutti conoscono la storia di Israele e Palestina? Tutti hanno coscienza delle disgrazie che il Medio Oriente ha dovuto attraversare in epoca contemporanea? Credo che la vostra risposta (forse negativa) corrisponda alla mia. Allora bisognerebbe essere onesti e giusti, e nel proprio piccolo si dovrebbe avviare un'opera d'informazione volta alla conoscenza reale dei fatti.