<"Punti di Vista" , i nostri punti di vista> , 02.02.2002

Le Odissee dell'Orda a Caracas
di Irene Marina Selle Malagola, Italiano 3 USB

Caracas ha avuto l’opportunità di offrire i suoi scenari per due opere della Compagnia delle Acque “Odissee” e “L’Orda”: io vi parlerò di quest’ultima, che è stata presentata il 18 ottobre 2004 al Celarg, Casa Romulo Gallegos, e il 20 nel Centro Italo Venezolano. Mi aspettavo un’opera teatrale comune e corrente, di quelle che si vedono giusto per fare qualcosa in una serata piovosa, rilassarsi un pò e soprattutto non deprimersi. Però non è stato così.

Il lavoro della Compagnia delle Acque è veramente un’opera d’arte di altissima qualità ed è fatta con molta dedizione, cosa che i suoi autori, Gualtiero Bertelli e Gian Antonio Stella, mi hanno manifestato indicandomi che ci è voluto un lungo tempo di preparazione e di minuziosa ed esaustiva ricerca.
Con l’aiuto di ottime fotografie d’epoca -molte delle quali provenivano dall’archivio Alinari-, attraverso l’avvincente narrazione di Stella, con le canzoni cantate da bravissime cantanti accompagnate dalla bella combinazione di piano, ghitarra e fisarmonica –queste ultime due suonate dal Bertelli-, hanno ricostruito un grande e triste pezzo della storia italiana: l’emigrazione.
La narrazione parte dalla fine dell’800, con un’esaustiva presentazione di tutto ciò che hanno sofferto gl’italiani dentro e fuori la loro patria, da cui se ne andarono a causa di una crisi orribile nelle campagne a cui erano seguite fame, miseria, degrado ed epidemie.
Ma all’estero, nella mitica “La Merica”, erano condannati a lavori mal pagati, ad altra fame, a nuove malatie. Non solo: erano anche perseguitati per motivi di discriminazione sociale e per razzismo fino ad essere uccisi, masacrati, linciati. Con gli emigranti si è fatto commercio di carne umana, così come ora succede agli extracomunitari con i trafficanti dei loro paesi che li abbandonano sulle coste italiane. Allora si trafficava anche coi bambini figli indesiderati ed affamati di famiglie numerose. Tutto questo fu raccontato dagli emigranti che ritornavano in Italia o che scrivevano a casa, pur senza riuscire a scoraggiare i milioni di disperati che decisero di abbandonare beni ed affetti.
Quest’opera ha il merito di avere riunito e sintetizzato quei ricordi che altrimenti il tempo avrebbe sfumato. Melodie struggenti, forti sentimenti ed improvvise emozioni questo è ciò che ho provato mentre imparavo il dolore dei miei avi. Attraverso esempi come quello di Sacco e Vanzeti, hanno mostrato le ingiustizie comesse contro gli italiani, per effetto di pregiudizi nutriti da steriotipi e razzismo. Questo caso è stato conosciuto e diventato famoso in tutto il mondo: infatti, anche a Caracas, all’Ateneo è stata rappresentata un’opera teatrale intitolata Sacco e Vanzetti che trattava la tragedia di questi due anarchici uccisi ingiustamente.
L’utilizzo di immagini molto realistiche, crude ed anche impressionanti, in combinazione colle canzoni un tempo forse cantate anche dai protagonisti di quelle foto, ma sicuramente cantate dagli emigranti nel corso dei loro viaggi interminabili, riesce a coinvolgere completamente il pubblico in un viaggio a ritroso nel tempo. La Compagnia esprime sentimento che è impossibile non condividere: la tristeza, l’indignazione e la disperazione degli italiani che vissero in un paese estraneo e poco amabile, aferrati a una minima speranza di sopravivenza e di ritorno.
Una delle cose più commuoventi che ho sentito nel corso dello spettacolo riguardava tutte le cose che gli italiani hanno fatto, inventato lavorando e lottando nelle diverse nazioni di accoglienza apportando tanto. Però anche quelli che tornarono in patria l’hanno arricchita con la loro esperienza e con le loro rimesse: senza questo contributo forse l’Italia non sarebbe mai diventata quella che oggi conosciamo.
La lezione che questi artisti mi hanno dato è su come un popolo può rialzarsi dopo una grave caduta e sul potere che ha un popolo di rigenerarsi lavorando, facendo quello che può, lottando per sopravivere, fino al punto di fare amicizia e conquistare il cuore dei nativi.
Ma la mia fortuna non è stata solo quella di assistere allo spettacolo all’Italo, perché insieme ad un piccolissimo gruppo di studenti dell’Universidad Simón Bolívar, dove studio ingegnerie elettronica, ho avuto l’opportunità di conoscere personalmente gli integranti della ‘Compagni delle Acque’, ed anche di assistere alla rappresentazione privata che ci hanno offerto. È stata una grande esperienza per me e le cose che ho fin qui scritto in gran parte si basano sulle risposte che ho avuto. Poiché eravamo pochi, non c’è stato bisogno di usare un’aula grande: le voce e gli strumenti musicali si sentivano senza microfono e noi eravamo a non più di un metro e mezzo dal palcoscenico improvvisato, potendo stare così a contatto diretto cogli artisti.

A questo incontro è seguita un intervista che potrete leggere seguendo il collegamento>>>