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BODY AND SOUL di Domenico Cipriano
Nota introduttiva di Paolo Fresu
Postfazione di Vincenzo D'Alessio: I codici de "Il continente perso" di Domenico Cipriano

 

"Non ho mai pensato che il jazz dovesse diventare
un aggeggio da museo, chiuso sotto vetro come
tutte le altre cose morte che sono state una
volta considerate artistiche".
(Miles Davis)

 

Nota introduttiva

La lettura dell'opera di Domenico Cipriano mi rimanda immediatamente ai poeti improvvisatori e ai gruppi a Tenores della Sardegna.
Perché in essi è il suono, inteso come elemento primordiale, antico, urgente nel senso di 'boghe', la voce in quanto espressione e comunicazione, che assume la funzione di raccordo nel rapporto tra Musica e Poesia.
Se Paul Klee ipotizzava il dialogo tra le arti dello spazio nell'urgenza comune dell'atto creativo teso a creare architetture nello spazio e nel tempo possiamo dire che forse il suono è il vero elemento di raccordo con solo tra la Musica e la Poesia ma tra tutte le arti in quanto urgenza espressiva ma non solo: è necessità di approfondimento nel rapporto ancestrale con la vita, il ritornare alla nascita e all'origine della vita (penso allo scultore sardo Antìne Nivola e alla sua Dea Madre o ancora a Passavamo sulla terra leggeri o ad altri scritti di Sergio Atzeni che ipotizza la nascita di un popolo e di una Sardegna prenurargica ed onirica e ne racconta in qualche modo il suono attraverso un linguaggio immaginario).
E' il suono che ci accompagna sempre nei momenti importanti dell'esistenza dalla nascita alla morte ed è il linguaggio e dunque la parola il veicolo che ci permette di andare a ritroso verso l'essenza e dunque verso la terra (nel mio caso sa Sardigna e per Domenico le montagne di Guardia Lombardi rivolte al mondo) e verso la nascita (su Logu, il Luogo).
Per questo ho deciso di suonare il Jazz: perché essendo la musica della libertà è l'unica che mi da diritto all'espressione attraverso il suono e dunque mi da la possibilità di riscatto.
Non credo di sbagliare nel dire che è ancora il Jazz, attraverso il linguaggio della poesia, lo strumento del riscatto di Domenico Cipriano. Un jazz alcune volte accarezzato, sussurrato, alcune volte imposto o volutamente sottolineato nella forma ritmica del testo o nell'apparente casualità e consequenzialità di un ordine fonetico della parola.
Ed il titolo FREE JAZZ non poteva essere più adeguato ed esplicativo per questa sezione di versi in quanto quel preciso momento storico-musicale (fissato dall'omonima opera discografica 'manifesto' di Ornette Coleman) e quella forma di linguaggio hanno rappresentato ed incarnano ancora appieno la filosofia del libero pensiero.
Paolo Fresu / Parigi, Maggio 1999

INTRO

Il jazz non si può
prenotare al tavolo
è la sua essenza
essere scomodo
va bevuto a caso
tra gente in piedi
accovacciata sui pensieri
mimetizzata nei suoni
tra uomini digiuni.

1

Tasti disadattati virtualmente
bistrattate ance corpulente
dannate psicopaticamente
corse e nodose rincorse
soffiate nostalgico velate
precorritrici del ritmo calmante
invocazione alla pace vacillante
note notte note orchestra
diametrale tessuto strutturale
il leader si affatica alla distante
sequenza del pensiero
volto bianco cuore nero.

2

Equilibrista vita in bilico
musicantropo neologista
sentimento metropolitano
e silenzio davisiano
nella sala d'incisione
pentagramma dilaniato
nell'assolo cola note
fulmini dal fiato preso
a prestito alla tempesta:
guarda con sgomento
lo spettatore/artista.

 

3

Batte i 4/4 (quattro quarti)
il batterista esistenzialista
inghiotte soffocato il malore
sassofono incollato stilla sudore
ritmo di algoritmo
7/8 (sette ottavi) accelerato
tromba macrobiotica rinata
il tom ha volto tumefatto
colpi sordi agli anni ingordi
rapsodia multietnica shakerata
gronda note esasperate.

4

(a Paolo Fresu)

La tromba non è ridimensionata
è elettricamente computerizzata
ritmo sovrainciso d'improvvisazione
la memoria chip rivoluzione
tempo al claps di mani
è suggerimento/nota d'avvio
sordina filiforma la melodia
rincorsa di intersecati virtuosismi
false pause labili aforismi
per condensare il collettivo quotidiano
una simbiosi biunivoca di suoni.

 

5

Polimetrica strumentalizzata diviene
espressione iniziando da una nota
non è la ragione che guida
lei sostiene -poliedrico autista-
trattiene il mezzo in pista:
giramondo etico pittore nitido
disegni viaggi epico/pratici
sacco a pelo flirt d'improvvisazione
ancora un passaggio e si giunge
a destinazione.

6
(ricordando un episodio ad un concerto al Lennie Tristano di Aversa)

Eterosuoni di miscelate incursioni
acustiche melodie caustiche
riverberano la musica del mondo
con il vento come sfondo
trema e cade la bottiglia svuotata
da lunghe sorsate di assoli
batte una nota indefinita
ma è il sax (Lee Konitz)
a sbiadire ogni incertezza
coglie il suono con delicatezza.

7

Be-bop sinottico risuono
corona la rinascita dell'uomo
senza cromosomi da copiare
libera suono e improvvisazione
logorroico rintocco di nomi
altisonanti cuori infranti
nel fumo la colonna sonora
della pura esistenza dell'arte
risucchia tutto anche la morte.

8

Cool nella sera ci serra ad est
e ritorno: lingua risucchiata
dal fuoco nella piazza liberata
canta il richiamo a ritrovarsi
nei Club di Praga dove il jazz dilaga
rinnega le origini afroamericane
ma non l'essenza collettiva
mista di suoni d'occasione
per amare la notte collante
dei tristi giovani amanti.

9

Cerchio riflesso lampade flebili
esili ritmi nati dai cerchi
sommati: bocche occhi gole
dei sassofoni bui nei centri
(ogni cerchio è oscuro nel centro
ripercuote insistente se stesso
ridesto nei segni invadenti
del mondo e i simboli tondi)
rossetto sui bordi solletica
sforme sorriso a mezza luna
la nota che nuota nei riccioli:
boccoli tondi riposti alla cruna.

10

(a Michel Petrucciani)

Aveva l'ombra di nano
gigante nel suono le mani
sul piano danzavano liane
intrecciate alle corde del basso
statura di un asso plasmato
nei suoni virtuosi melodie
delicate e andaluse geometrie
Michel ergeva il suo sguardo
ai martelli battuti ricurvi
nidi con (uova) germogli
di fiori sbocciati (dischiuse)
ai fragori tremanti di applausi
scroscianti e lacrime attente.

 

11

Lancinante sassofono nell'anima
affabula il poeta distante dannata
luna cangiante la curva presenza
d'assente (lezioni di piano toccano
docili palmi di mano sdruciti al sudore
richiama il pensiero l'amore trascorso
e già perso in un sorso) cade la birra
rintana il rimorso fumoso il locale riappare
e l'odore di marzo sul seno è scomparso.

12

(a Jacki Byard)

Ogni tasto ha significato trasparente
la nota che l'artista pretende
dall'assolo affidato alla mente
con il corpo riflesso ed assente
delle corde del basso gigante (*)
melodia suonata un po' lenta
ravviva una luce già spenta
e un sussurro è voce che canta:
addio Jacki travolto da un'onda.

(*) basso gigante: il riferimento è a Charlie Mingus

13

(ad Enzo Orefice)

L'assolo gioca strabiliato
la granularità del fiato
canto orfico notturno
vacilla dallo stereo d'auto
del pianista sfiancato taciturno
nel triste viaggio di ritorno
al giaciglio svuotato dal successo
della sera trionfante scorsa
tra danzanti mani vibranti
ossute o corpulenti di gloria:
ribaltate le luci riecco la storia
(morte da mutare in vita
esistenza presenza sbiadita)
circonda gemme di gerani
è vero Pagliarani?

14

Solo un piano e le dita
giocose vezzose famose
mai stanche a distrarre la vita
in concerto: s'annida
per riflettere appena
nostalgica pena che affina
intelletto dischiuso
ai consueti gravami
e l'eterna speranza:
è un assolo l'incontro
col genere umano
ed un fiato soprano
assente per lutto
sono solo col tutto
ridatemi fiato cosparso
d'amore riflesso nel vetro
toccato col palmo di mano:
mi ha lasciato mansueto
ferito vuoto seduto
solo: assolo di piano svilito.

 

15

Musicista eterno viaggiatore
si contrappone allo spettatore
psicocentrico modulato egocentrico
pendolare dell'anima e mendico
dei concerti d'occasione
per ritmare la notte di passione
catalizzato dalla città dei perdenti
volto vampiro di sentimenti
nostalgico di musica modale
si difende dalla concezione sperimentale
ora che è tutto vivisezionato
elettricamente rigenerato si abbandona
clandestino negli scantinati
per gustarne il sudore: il tremore del fiato.

16

(a Pasquale Innarella)

Scese la curva di scale
re di un trono impettito
l'assolo oscuro rapito
risalì altre strade
ricordo le rade del mondo
dal nero africano al biondo
dal nord glaciale pagano
al sud sacrale tibetano
che scava nel profondo:
esperimento sul mondo
il viaggio è il pensiero
tradotto in unica lingua
e il canto del corno
l'incarna nel tutto
amico distratto fiero
affidi il sogno sincero
(di stelle curiose estraniate)
a storie tradotte da note.

17

La penna è l'archetto
che vibra le corde del basso
al fianco del piano
che desta simile suono
con corde colpite da tasti
battuti al computer:
note e lettere nude
lo spazio è la pausa: scandisce
la frase nel ritmo diffuso
il tempo guida alla mente
l'assolo: riscrivo da solo
le note alla notte dal giorno
trascorso a suonare
parole d'amore.

18

(ad Antonello Salis)

Risento il malore di un fiato
arioso animato poi spiantato
dal piano col ruvido suono
misto a catene bloccanti
i martelli amanti diamanti
di un mantice all'apice
premuta dall'indice cola la nota
dall'alto in un basso profondo
d'un tratto sprofondo e riappaio
nella brezza di onde boccheggio
e rinasco nei timbri andalusi
gioiosi ma vegli alla malinconia:
nella Storia comune ritrovo la mia.

19

Si addossa al corpo del basso
e passa dal tocco all'abbraccio
nella nota che è un laccio:
lega la mente alla forma sinuosa
di donna in ginocchio virtuosa
in posa di sposa all'altare
o in erotica presa a domare
appare la musa ricama la musica
madide braccia proteggono
nel gesto affettuoso e carnale
il suono evocato da amplesso
mentale.

20

(a Ornette Coleman)

Hai il suono in dono riponi
le ance di slancio tafferugli
tra artigli veloci su corde
che grondano fiordi poi
teneri gigli e tu gli somigli
nero nel volto sincero
precluso a ogni cerchio
richiuso o forma d'imbuto
che coglie nel buco le doglie
di un bruco o starnuto di mondo
che tondo diviene farfalla
e sfavilla le ali con grazia
perizia che vizia l'orecchio
profondo nel centro che tende
si stende: si muove la tenda
al basso corposo e pretende
un inchino glorioso nel tremito
smosso coi timbri di cassa
vacilla distante una vecchia
carcassa chiamata passato:
cercavi allora il futuro
e lo avevi già superato.

21

La voce rende e conduce
distende i nervi abbandona
i diverbi e condona da sola
l'uso della parola che vola
innalzata nel canto e gli acuti
(frammenti temuti) e muti
leghiamo il pensiero al suono
del piano che piano dipana
ogni istante sbiadito: l'anima
è plasmata da dita.

22

(a Stan Getz)

Viaggia l'immagine magica
omaggio nostalgico
al canto spezzato
nella richiesta di aiuto
minuta che giunge
a chi ascolta le note
lo strazio del pianto
rinato dall'ozio
da cui ora divorzio
mi assolo nel volo
sul ponte sospeso
da labbra sul sax
ripreso nel peso
da un genio indifeso.

 

23

Libero labile limite
di un walzer in limine
allo scoppio di mina
soffio sulla collina
stipate rime nel cerchio
di tromba che preme
e rimbomba il ricordo
le onde di bomba
silenzio di tomba
lasciata nel vuoto
in salita dove era
una casa nel ritmo
accordato di vita.

FINALE.


(a Miles Davis)

Ora le pause lunghe
tra assoli di tromba
da cui flirtavi con
la tua luce vezzosa
giglio cupo nel volto
proteggi con larghi
lenzuoli le fughe
negli attimi soli.

 

Vincenzo D'Alessio: I codici de "Il continente perso" di Domenico Cipriano.

Crediamo nella rivoluzione della parola, nelle conseguenze semantiche delle lingue straniere, nell'ortodossia della Lingua Italiana, nella nuova filosofia dei giovani, come lo siano stati noi, di fronte alla Storia degli uomini. Molte lingue parlate in antico sono scomparse, nel corso dei millenni, dai mercati d'Oriente e d'Occidente. Qualcuna rimasta è studiata, a fatica, nelle scuole superiori, altre sono mete per l'erudito.
La Musica può essere considerata una lingua planetaria immutata da milioni di anni, accessibile alla maggior parte dell'Umanità nelle espressioni tribali, etniche, utilizzata in tutti gli ambiti sociali.
In passato "il narratore" si accompagnava con uno strumento musicale per trasmettere racconti avventurosi, vicende tragiche, attirare l'attenzione degli astanti. Musica per eventi religiosi, per il tragico evento della morte.
Alla luce di una filosofia postmoderna che riluce nelle immagini, più che nelle parole, insidiose divenute codici di regolamentazione sociale, il ritorno alla parola, con tutto il suo peso, urta immancabilmente contro la logica delle generazioni di questo nuovo millennio. Frattali di immagini, fonosimboli di pubblicità televisiva, muta acustica di messaggi Internet o finestre aperte sui telefoni cellulari.
Il suono della parola dov'è?
Lo ritroviamo in opere contemporanee, come questa del poeta Domenico Cipriano, "Il Continente Perso", pubblicata a gennaio 2000 dall'editore Fermenti di Roma Ostiense, nella logica predisposizione dei brani d'ascolto jazz, affiancati ai versi, disposti in modo insidioso, sul pentagramma della memoria.
Ispirazione denudata. Codici semantici in continuo sommovimento. Immediatezza di un poeta improvvisatore, carico della sua giovanile esperienza, nell'orbita di quei molti che "abdicano a stento" (pag.26).
Il poeta spazia, tra questi codici, con l'accortezza di un cerusico seguendo le vicende musicali di quel "free jazz" che l'aiuta a vivere, le cui dediche sono rivolte agli autori più noti al pubblico.
Una poesia da cantare, come scrive Plinio Perilli nell'introduzione alla raccolta, in un canto che raggranella le immagini di un passaggio interno e della realtà quotidiana. Codici volutamente criptici, velati dal soft del paesaggio irpino, che rivelano l'incertezza del percorso che - alla fine del vecchio continente che si allontana - le nuove generazioni percorreranno.
Non a caso il verbo che apre la raccolta è grammaticalmente, "verrà", futuro impersonale inseguito da una sequenza numerica, avviato a decodificarsi nelle cifre degli avi che immancabilmente faranno la Storia o sono la Storia.
Codici come parametri del dissidio che l'autore tenta di mediare: "Dogmi ancestrali / senza parole." (pag.15) ai quali si tenta di codificare le essenze grammaticali. Ma non possono ridursi a mera prosa, come scrive il poeta Silvio Ramat in una lettera recente, c'è nella Poesia una nota segreta, una fonte inalterata da millenni, che ben si lega alla musica.
Vengono alla mente i ditirambi greci o i gospel afroamericani.
In questa fase di opera prima, Cipriano, annuncia la sua posizione di emergente scrivendo: "Non sono ispirato / a niente, vivo / il continente perso" (pag.19). Siamo dunque di fronte alla voce, tra le voci di questo millennio, che tenda la strada intrapresa dai Futuristi di Martinetti e più vicino a noi da Pier Paolo Pisolini, Bellezza, Sanguineti e altri ancora. Una voce che dà voce al suo "tempo", quello che l'autore definisce: "unico vero governatore del mondo" (pag.90).
Allora i versi divengono suono perché, dice ancora il poeta: "tutti vogliono essere ascoltati / quando chiedono risposte" (pag.90), ed aggiunge, qualificare la postazione raggiunta: "io mi occupo del tempo / quasi fossi produttore di orologi" (pag. 90). Codici per vincere la lunga ed estenuante traversata verso il continente nuovo, verso "il rinascimento del segno sconvolgente". All'uomo è rivolta la catarsi musicoparola del poeta irpino. All'uomo, com'è egli stesso, che potrà adottare un "minimale" senso di cambiamento se vorrà sopravvivere:

Solo chi resiste e muta
al cambiare repentino
nel lento volgere del mondo
indenne sopravvive ai ritmi
imposti in quanto vittime. (pag.91)

Finalmente parole e suoni coincidono per quell'improvviso senso, eterno, che è l'evoluzione umana. Codici semantici che scompaiono con la lingua della terra a cui sono appartenuti. Nuovi codici che rimandano alle invenzioni di una Umanità perduta/ritrovata. Una chiave di lettura, un quinto elemento di vita, del quale avvalersi nella ricerca del continente vero.

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